Barakh: il nucleare benedetto da Allah

Problemi di sicurezza, rischio ambientale, la possibilita' di una riconversione bellica. Cosa c'e' dietro l' "impianto a scopo commerciale, pacifico e sicuro" degli Emirati arabi uniti

di Alessandro De Pascale

Il mese di agosto del 2020 è iniziato con una notizia che ha fatto il giro del mondo, conquistando i titoli dei giornali: negli Emirati Arabi Uniti (Uea) è stata attivata la Barakah, letteralmente “benedizione divina”, una centrale nucleare formata da 4 reattori da 1.400 MW di potenza l’uno. La macchina comunicativa emiratina l’ha lanciata come la prima del mondo arabo. Ed effettivamente lo è, pur avendo l’Iran ottenuto l’energia atomica prima degli Uea, dal punto di vista etnico gli iraniani non sono arabi, ma persiani che appartengono all’etnia indoeuropea. Ecco spiegato l’annuncio fatto al mondo dal Sultano Ahmed al Jaber, da 4 anni amministratore delegato del locale colosso energetico Abu Dhabi National oil company: «Nel 2020 diventeremo il primo Paese della regione ad avere un impianto nucleare a scopo commerciale, pacifico e sicuro».

Al Jaber non è uno qualunque. Laurea in ingegneria chimica e master in economia aziendale negli Stati Uniti (cui si aggiunge il dottorato in economia e commercio conseguito nel Regno Unito), dal 2013 è ministro di Stato (l’equivalente del nostro titolare degli Esteri), nel governo dei 7 emirati che compongono questa inedita, piccola ma ricca nazione. Avendo continue relazioni internazionali, il Sultano Al Jaber ha iniziato inoltre a guidare dall’anno successivo Masdar, una città progettata per essere un hub dell’industria tecnologica green, con l’obiettivo di attrarre «turisti, residenti, studenti, accademici, imprenditori, aziende e investitori».

Situata nei pressi dell’aeroporto internazionale di Abu Dhabi, Masdar si autodefinisce «una delle comunità urbane più sostenibili del mondo (…) in termini di efficienza energetica e idrica, mobilità e riduzione dei rifiuti». La sua centrale fotovoltaica da 10 MW (la Masdar city solar photovoltaic farm) è dotata di quasi 90mila pannelli solari, oltre a quelli sui tetti dei vari edifici. A Masdar ha inoltre sede l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena), la prima organizzazione intergovernativa con sede in Medio Oriente.

Scelte energetiche

Fino ad ora gli Emirati Arabi Uniti avevano fatto parlare di sé a livello internazionale per le loro futuristiche ma energivore città (come Dubai o Abu Dhabi), nate dal nulla laddove prima c’era solo sabbia e deserto, grazie ai proventi del petrolio di cui è ricca l’intera regione del Golfo. Per alimentarle, da tempo avevano puntato sulle rinnovabili, con numerosi impianti avvenieristici da record. «Sono secoli che abbiamo il petrolio, ma prima o poi finirà a differenza del sole», spiegò senza mezzi termini nel 2008 il regnante di Ras Al Khaimah, lo Sceicco Saud bim Saqr al-Qasimi.

A segnare la strada,  e’ la Dubai Clean Energy Strategy 2050 messa a punto dal sovrano di Dubai, lo Sceicco riformatore Mohammed bin Rashid Al Maktoum, vicepresidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti. Per quella data, gli emiratini mirano a ottenere il 75% del proprio fabbisogno energetico proprio dalle fonti rinnovabili. Intanto hanno pianificato di produrre entro 10 anni il 61% della propria energia sfruttando il gas, il 25% dal solare, il 7% tramite il nucleare e un’ulteriore 7% col carbone, cui si aggiungerà quella dei rifiuti (il target è trasformare in elettricità l’80% della spazzatura prodotta dall’emirato).

Pochi Paesi al mondo godono delle stesse radiazioni solari della regione del Golfo Persico, dove tutto l’anno le temperature sfiorano i 35 gradi, garantendo 2.000 kilowattora (kWh) per metro quadrato, oltre il 50% in più della media europea (1.450 kWh/m²). Eppure nel loro mix energetico è stata inclusa anche l’energia atomica. Che di economico, sicuro ed ecosostenibile ha poco o nulla. Oltre a rischiare di diventare un problema mondiale, se installata nella labile polveriera mediorientale in assenza rigorosi standard di sicurezza. Perché, pur di ottenere quel 7% di energia dal nucleare, a quanto pare gli emiratini hanno acquistato «un auto senza airbag e cinture di sicurezza», per dirla con le parole dell’ex amministratore delegato della società nucleare francese Areva, Anne Lauvergeon, pronunciate pubblicamente nel 2010 dopo aver perso la gara d’appalto per costruire la prima centrale nucleare degli Emirati. All’epoca la dichiarazione della manager d’oltralpe venne etichettata come veleno tirato fuori per la sconfitta subita (l’Areva proponeva i reattori europei pressurizzati Epr). Male era andata anche agli statunitensi della Westinghouse, con gli Ap1000 di proprietà dei giapponesi della Toshiba.

Entra in scena la Kepco

Ad aggiudicarsi quella commessa nucleare da 20 miliardi di dollari era stata così la sudcoreana Korea ElectricPower Corporation (Kepco), colosso a controllo statale che in patria produce ben il 93% dell’elettricità del Paese, conta 23 reattori attivi (la più alta densità di impianti nucleari al mondo), oltre ad essere presente in progetti per l’energia atomica in 13 nazioni (dalle Filippine al Messico, con il primo contratto estero stipulato con la Cina nel lontano 1993). I sudcoreani della Kepco hanno presentato agli emiratini un’offerta «incredibilmente bassa», pari a «circa il 30% in meno rispetto alla più economica» della concorrenza, denuncia un rapporto diffuso nel dicembre 2019 dal Nuclear Consulting Group (Ngc), un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro che segue proprio le questioni legate al nucleare. Per riuscirci, avrebbero scelto di «non includere» per Barakah le più evolute «caratteristiche di sicurezza» normalmente impiegate nei nuovi reattori europei e nel tempo messe a punto anche per migliorare i loro Apr-1400, sviluppati nel lontano 1992 e progettati 4 anni dopo.

Adeguarsi a  standard più sicuri, accusa ancora il Ncg, avrebbe reso il reattore proposto agli emiri «meno competitivo» nella gara d’appalto. Un’operazione economica perfettamente riuscita, visto che grazie al prezzo basso la Kepco è stata «in grado di ridurre drasticamente la concorrenza per l’offerta negli Emirati Arabi Uniti». La centrale in questione, secondo quanto denunciato dal Nuclear Consulting Group, non riuscirebbe a resistere nemmeno ad un incidente o ad un attentato aereo. Figuriamoci ad un vero e proprio attacco militare, come quello con droni e missili Cruise che nel 2017 dimezzò la capacità produttiva degli stabilimenti petroliferi della vicina Arabia Saudita. Carenze costruttive alla fine ammesse dalla stessa Kepco, travolta in patria da un’inchiesta della magistratura che ha portato nel 2014 alla condanna di 68 persone e pene complessive per 253 anni di carcere, per reati quali corruzione, falsificazione delle certificazioni di garanzia degli impianti, impiego di migliaia di componenti contraffatti ma ugualmente installati nei reattori nucleari sudcoreani.

Tutti i rischi del nucleare

Dopo il disastro di Chernobyl (1986), la maggior parte dei costruttori ha avviato tutta una serie di nuovi standard di sicurezza. Per Park Jong-woon, ex manager della Kepco che fino agli inizi del Duemila si è occupato proprio degli Apr-1400 poi venduti agli emiratini, quelle modifiche li avrebbero resi troppo costosi per attrarre clienti stranieri. Di conseguenza, sempre secondo Park (oggi docente di ingegneria nucleare), «alla fine hanno deciso di eliminarli dal progetto, lasciando appena il 10-20% circa dei nuovi criteri di sicurezza». Un’accusa gravissima, ma come detto già finita nelle aule di tribunale sudcoreane. Una situazione che porta il Nuclear Consulting Group ad affermare senza mezzi termini che «in caso di fusione del nocciolo del reattore», per malfunzionamenti o errori di gestione durante la propria normale attività, questi potrebbero «provocare la rottura dell’edificio di contenimento». Rischiando così di causare un disastro ambientale nell’intera regione del Golfo, nella quale l’approvvigionamento idrico di molte nazioni è garantito dal mare, attraverso impianti di dissalazione delle acque.

A preoccupare ancora di più analisti e governi, i danni alla centrale emersi ancor prima della sua entrata in attività. Già nel 2017, l’Autorità federale per la regolamentazione nucleare degli Emirati (Fanr) ha ammesso l’esistenza di crepe in un primo reattore (il numero 3), l’anno successivo anche in un altro, fino a quando in seguito ad un esame complessivo sono stati rilevati danni al calcestruzzo di contenimento in tutti e 4 gli Apr-1400 di cui è dotata la centrale. Ed ecco spiegato il motivo dei costi nel frattempo lievitati di miliardi di dollari e del ritardo accumulato per l’inaugurazione dell’impianto, inizialmente prevista proprio nel 2017 e per ora avvenuta con l’accensione di un solo reattore.

I maggiori timori in merito al nucleare emiratino sono tuttavia legati alle reali finalità dell’operazione. Come detto, la Dubai Clean Energy Strategy 2050 assegna all’energia nucleare il 7% del mix energetico statale. Una percentuale irrisoria, che avrebbero tranquillamente potuto colmare spalmandola sulle altre fonti previste dalla loro strategia (gas, solare, carbone e rifiuti). A livello economico, la costruzione di una centrale nucleare non sembra essere un buon investimento. Negli ultimi 10 anni il costo medio del solare si è ridotto di quasi il 90%, l’eolico praticamente della metà, mentre quelli dell’energia atomica sono cresciuti di oltre ¼.

Se nel 1996 il nucleare garantiva quasi il 20% dell’energia prodotta a livello mondiale, nel 2018 questa percentuale si è quasi dimezzata, si legge nell’ultimo World Nuclear Report. Perché l’energia atomica lascia un’eredità pesantissima e per ora è un percorso di sola andata. La gestione delle scorie radioattive è un problema complesso e a lungo termine (restano pericolose e inquinanti per centinaia se non migliaia di anni). E soprattutto nessuno Stato che ha deciso di uscirne c’è finora riuscito. Italia compresa, dove nonostante il referendum per lo stop al nucleare del 1987 (scelta riconfermata nel 2011), non c’è un deposito definitivo per le scorie e gli impianti che avevamo sono ancora in piedi. Il tutto malgrado un fiume di quattrini investiti annualmente a questo scopo, peraltro prelevati sulla bolletta elettrica di ogni cittadino con la cosiddetta componente A2. Ecco spiegato come mai la costruzione della centrale Barakah abbia immediatamente suscitato timori sul possibile futuro impiego del programma a scopo strategico-militare. Gli emiratini hanno dichiarato di rispettare pienamente la Convenzione sulla sicurezza nucleare dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), creata nel 1957 con l’obiettivo di promuovere l’utilizzo pacifico dell’energia nucleare e di impedirne il suo possibile uso per scopi militari.

Elettricita’ o scelte di altro tipo?

La possibilità di impiegare a scopo bellico i propri reattori non è una questione tecnologica ma politica: basta arricchire l’uranio oltre il 90%, rispetto al 3-5% sufficiente per impiegarlo nella produzione di energia. In altre parole, una volta che hai un reattore nucleare attivo puoi usarlo sia per produrre elettricità, sia per farci la bomba atomica. Ecco spiegato perché, a modesto parere dell’autore di questo articolo, dietro quella centrale nucleare che se e quando diventerà completamente operativa, garantirà come detto agli emiri appena il 7% dell’energia di cui necessita il loro Stato, quella della Barakah è un’operazione innanzitutto strategica.

Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte di tutte le principali organizzazioni internazionali, svolgono un ruolo particolarmente attivo nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, oltre ad essere un importante interlocutore dell’Occidente nell’area mediorientale e uno stretto alleato degli Stati Uniti. Con Egitto, Arabia Saudita e Bahrein sono infine tra i Paesi che hanno scatenato la cosiddetta “crisi del Golfo”: l’embargo diplomatico, economico e logistico al quale dal 2017 hanno sottoposto il vicino Qatar, accusato di appoggiare l’Iran e di sostenere e finanziare gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah. Grazie a quella centrale gli Emirati sono ora la nuova potenza nucleare della regione, nonostante a quanto pare sanno bene che la “benedizione divina” non è l’atomo, ma il nostro sistema solare.

 

 

 

Immagini tratte dal sito della  Emirates Nuclear Energy Corporation

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