Bukhara, la città sospesa

Foto e testi: Raffaele Crocco
Lyabi-Hauz è una piazza del 1600. E’ costruita attorno ad una grande vasca. Lì c’è la statua di Hoja Nasruddin. E’ a cavallo di un asino. Una foto con lui è ambitissima. La leggenda dice che era un mullah e un saggio. Si dice che un giorno abbia incontrato un uomo che piangeva: era senza soldi e si era avvicinato ad un’osteria per sentire almeno il profumo della carne. L’oste gli aveva chiesto soldi anche per il profumo. Hoja allora andò dall’oste, prese delle monete e le fece suonare sul tavolo, senza dargliele. “Ecco – disse - ora sei pagato per il profumo della carne”.

E’ lì nel mezzo.
E’ lì nel mezzo.
E’ nel mezzo dell’Asia
E’ nel mezzo delle rotte che da sempre mettono in contatto il Mediterraneo – quindi l’Europa – e l’Oriente più distante.
E’ nel mezzo della storia, perché popoli, genti e religioni – persiani, greci, cristiani, buddhisti, cinesi e musulmani – si sono incontrati e scontrati.
E’ nel mezzo del futuro, perché la Via della Seta tornerà a correre anche qui.

Bukhara è un luogo di mezzo, nel mezzo. Città sacra dell’Uzbekistan, meta turistica per chi viene da Occidente, religiosa per chi arriva dal mondo islamico, vive a metà anche in questo. Ha un volto laico, da islam temperato, con le donne che la sera escono a bere qualcosa assieme e senza uomini e che al mercato ti salutano e ti parlano. Ma dietro la facciata, c’è anche un islam tradizionalista e oltranzista, che alimenta gli eserciti che combattono la Jihad in Afghanistan, Siria, Cecenia e ovunque nel Mondo.

Poco distante da qui, la valle del Ferghana è il cuore dell’estremismo islamico. I cinesi dei primi secoli dell’era cristiana ci arrivavano per procurarsi i cavalli, per i loro eserciti. La conquistarono per poco tempo, prima di essere cacciati dai persiani, che vennero sostituiti da un popolo di ceppo turco, poi dai mongoli. Nel 2005 l’allora presidente Karimov – che aveva guidato il Paese nel dopo Unione Sovietica – represse nel sangue i moti dell’islam integralista della Regione.
Da allora, l’Uzbekistan è un Paese armato, ma con le armi nascoste, celate sotto il sorriso che viene regalato ai turisti e ai pellegrini.

La Madrasa Kukeldash è la più grande di Bukhara. E’ stata costruita in due anni, fra il 1568 e il 1569. Erano i mongoli a governare i traffici di una Via della Seta che stava piano, piano riguadagnando importanza.
Ma cos’era, la via della Seta? Era una combinazione di percorsi terrestri, marittimi e fluviali di circa 8mila chilometri. Nei tempi più antichi l’avevano chiamata “via Reale Persiana”. Serviva a tenere insieme l’Occidente e l’Oriente, attraverso la Persia, l’Afghanistan, l’India e diversi territori dell’Asia centrale. Nel Vicino Oriente – più a Sud – attraversava l’Iraq, la Siria e la Turchia, per arrivare a Roma, che governava il Mediterraneo. Le sue diramazioni si estendevano a Est sino alla Corea e al Giappone e a Sud fino a Ceylon. C’erano le grandi metropoli lungo e al termine di quella Via: Roma, Atene e Costantinopoli in Europa, Baghdad nel Vicino Oriente, Bukhara e Samarcanda in quello che chiamiamo Uzbekistan e Hotan e Xi’an in Cina.
Non viaggiava solo la seta prodotta in Cina sulle rive dei fiumi Azzurro (Yangtze) e Giallo (Huang Ho) lungo quella carovaniera. Viaggiavano le idee, le religioni: la scultura dei grandi Buddha diventò tale grazie all’incontro con l’arte della Grecia di Alessandro Magno, dice la storia. Senza quell’incontro, Buddha forse non avrebbe avuto volto.
Questo accadeva quasi 17 secoli prima che la Madrasa fosse costruita. Un tempo infinito. Lo stesso tempo che crea la magia della Via della Seta.

L’interno di una madrasa, una scuola islamica. Ce ne sono almeno un centinaio. Si dice che ai tempi della conquista di Tamerlano, vi fossero anche 300 moschee. Era la città della cultura. Qui, tra gli altri, visse Abu ‘Ali al-Husayn ibn ‘Ali ibn Sina, che noi europei conosciamo come Avicenna, l’autore del “Canone della medicina” che ha condizionato quella scienza per secoli. Anche il Canone ci è arrivato grazie alla Via della Seta.
Bukhara non è una città-museo, una città per turisti. E’ ancora una città vissuta da chi la abita. Non si è lasciata conquistare, nonostante nei secoli si siano alternate dominazioni e occupazioni, non ultima quella russa, che mise fine al Khanato di Bukhara nel XIX secolo.
Come per Samarcanda, 300 chilometri più a Est, ricostruire la storia di Bukhara significa rincorrere nomi che sono leggenda. Nel 1220 fu conquistata da Genghis Khan. Nel 1370 cadde nella sfera di influenza della Samarcanda di Tamerlano. Poi, la rinascita, il khanato preso dai russi e poi dai bolscevichi. Tutto si è conservato, nel colore marrone dei mattoni di fango, nel marrone delle strade. Il marrone è il colore di Bukhara. Lo si ritrova anche nelle decorazioni dei tappeti, che qui vengono tessuti da decine di botteghe.

Si chiama Char Minar, dal persiano I quattro Minareti o madrasa Khalif Niazkhoul, questo edificio. Le cupole sono azzurre, per ricordare La Mecca. Ancora oggi, è meta di pellegrinaggio.
Bukhara resta centrale, dicevamo, per chi ha fede e per chi vuole fare commerci.
E nuovi commerci significano Nuova Via della Seta o One Belt One Road, cioè “Una cintura e Una strada”. E’ stato chiamato così il piano di investimenti globali in infrastrutture, lanciato dal Presidente cinese Xi Jinping. Ne ha parlato la prima volta in un intervento alla Nazarbayev University di Astana, in Kazakistan, nel settembre 2013. Poi, se ne è parlato ancora nel 2017, a Pechino, in occasione del primo forum internazionale sulla Belt and Road Initiative.
All’evento l’Italia partecipò, come unico Paese del G7, con l’allora premier Paolo Gentiloni.
Le stime di investimento variano tra i mille e gli 8mila miliardi di dollari. Il Paese maggiormente coinvolto è il Pakistan, con cantieri per 60miliardi. E’, come dire, la “Porta d’ingresso” che la Cina intende usare, per far uscire – soprattutto – ed entrare – con moderazione, dicono i maligni – merci e persone. Saranno costruite strade, ferrovie, porti, centrali energetiche e ha due direttrici principali da Est a Ovest , che arrivano in Europa. Quella terrestre passa attraverso l’Asia centrale. Qui, in Uzbekistan, i treni veloci sono già diventati realtà. In poche ore dalla capitale, Tashkent, si arriva qui a Bukhara, 450 chilometri a Sud-Ovest. La rotta marittima attraversa invece l’Oceano Indiano fino all’Africa e poi su, al Mediterraneo.

Ancora la piazza, Lyabi-Hauz. E’ il cuore della città antica. La sera si anima di gente, coppie e non solo turisti. Bukhara è stata per secoli una meta lontana, esotica e un po’ magica, al pari di Samarcanda. A parlarne per primi furono i veneziani Niccolò e Matteo Polo, padre e zio del più celebre Marco. Vissero qui per tre anni, fra il 1261 e il 1264, prima di raggiungere la corte di Kublai Khan.
La storia del reportage

Le foto sono del 2017, parte di un viaggio in treno da Trento a Bukhara, via Mosca, Astana, Alma-Ata, Biskek.