Burundi

“Una casa senza capo può essere violata da chiunque. Ecco perché vi chiedo di rispettare il Presidente Nkurunziza. In Burundi, non potremmo avere di meglio”. Parola del segretario generale del partito di Governo, Evariste Ndayishimiye. Così ha annunciato la nomina del Presidente Pierre Nkurunziza a “guida suprema ed eterna” della formazione politica Cndd-Fdd, ossia il “Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze per la difesa della democrazia”. La “guida suprema ed eterna” è a capo del Paese per il terzo mandato, in barba alla Costituzione burundese. D’altro canto, che Nkurunziza intendesse diventare Presidente a vita appariva già chiaro non solo dalla feroce repressione che ha messo in atto fin dall’annuncio di volersi candidare per la terza volta nel 2015 contro gli oppositori e i giornalisti, ma anche dalla decisione di indire un referendum di modifica della Costituzione che gli consentirebbe di guidare il Paese per altri due settennati, fino al 2034. Il referendum, che si è svolto il 17 maggio 2018 (ma è stato boicottato dall’opposizione), ha approvato la riforma col 73,2% dei voti. A sorpresa, nel corso della successiva cerimonia di promulgazione della nuova Carta, Nkurunziza ha annunciato di non volersi candidare alle prossime elezioni del 2020. Sarà vero? I fatti, finora, dicono che il Presidente burundese dal 2015 sta governando sul sangue: il Tribunale Penale Internazionale (Tpi) ha avviato il 25 novembre 2017 un procedimento nei suoi confronti per crimini contro l’umanità. Le accuse, nei confronti suoi, delle forze dell’ordine e delle milizie armate Imbonerakure (il movimento giovanile del suo partito), sono di responsabilità nell’uccisione di 1.200 persone, di detenzioni illegali, di pratica della tortura su vasta scala, di aver provocato la fuga di 400mila profughi. Nkurunziza ha tentato di evitare il procedimento penale internazionale uscendo dal Tpi nell’ottobre 2017. Inutilmente. L’indagine è stata ritenuta giuridicamente fondata perché all’epoca dei fatti il Burundi ne faceva parte. Oltre alla crisi politica, Il Burundi deve fronteggiare la lotta armata di ben 5 movimenti di guerriglia, e si sta inabissando in una crisi economica e finanziaria profonda, anche per l’embargo impostogli dall’Unione Europea. Il risultato è che il 77,7% dei burundesi vive sotto la soglia di povertà. Secondo l’ultimo “Rapporto sulla felicità” dell’Onu, del 20 marzo 2018, il popolo più infelice del pianeta è quello burundese. Ne ha ben donde.