Cecenia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Se la Cecenia è tristemente balzata agli onori della cronaca nel 2017 non è per un motivo direttamente legato al conflitto. Anche se, in ultima analisi, questa nuova tragedia che affligge una parte della popolazione affonda le proprie radici in un regime che di quella guerra è figlio.

Segnalazioni di gravi violenze contro appartenenti della comunità Lgbt cecena circolavano tra attivisti e associazioni internazionali. È stato nel 2017 che le notizie (e le conferme) di rapimenti, torture e uccisioni di gay e lesbiche da parte della polizia cecena hanno riempito le pagine dei giornali occidentali.

L’evento più grave, riportato inizialmente dal quotidiano indipendente russo Novaya Gazeta ad aprile, risale a due mesi prima, quando un centinaio di uomini sono stati prelevati in diverse città cecene dalla polizia locale e detenuti, solo sulla base di sospetti sul loro orientamento sessuale, in almeno due prigioni segrete nella città di Argun e nel villaggio di Tsotsi-Yurt.

Associazioni Lgbt e per la difesa dei diritti umani – citando testimoni oculari – hanno parlato di campi di concentramento per omosessuali.

Sempre secondo Novaya Gazeta si sarebbero verificati almeno tre casi di esecuzioni sommarie. Al primo episodio di febbraio sarebbe poi seguita un’altra ondata di arresti di massa.

La risposta alle reazioni internazionali è stata persino più inquietante delle scarse notizie che trapelavano dalla Repubblica.

Citato dal New York Times, il portavoce del Presidente ceceno Ramzan Kadyrov, Alvi Karimov, ha negato ogni accusa dicendo che “Non è possibile arrestare o reprimere persone che semplicemente non esistono in Cecenia. Se gente di questo tipo esistesse nella Repubblica, la polizia non avrebbe bisogno di fare niente contro di loro perché i loro stessi parenti li manderebbero in qualche posto da cui non c’è ritorno”.

Il riferimento ai delitti d’onore è particolarmente inquietante perché alcune testimonianze rilasciate a Radio Liberty, riferiscono di almeno due casi di omosessuali rilasciati dalla polizia dietro condizione che fossero i parenti stessi a ucciderli. Il regime di Kadyrov, responsabile della repressione antigay, è ormai da anni impegnato nella costruzione di un’immagine “pulita” della Cecenia. Un’immagine basata su un’interpretazione tradizionale dell’identità cecena che, contrariamente a quanto continuano ad affermare le autorità, lascia sempre più ampi spazi al fondamentalismo religioso. Secondo le stime ufficiali, sarebbero almeno 800 i foreign fighters che dalla Repubblica si sono uniti alle fila di Daesh. Ma, secondo molti osservatori, sarebbero molti di più. Sul fronte della ribellione, si registra una calma latente. L’episodio più grave è accaduto a marzo 2017, quando sei soldati della Guardia Nazionale russa e altrettanti miliziani ceceni sono morti durante un attacco dei ribelli a una base militare governativa.

Per cosa si combatte

La Cecenia di oggi non è più quel focolaio di guerriglia indipendentista dei decenni passati. Non più di qualche centinaio di combattenti resterebbe nascosto tra le montagne. Si tratta di stime difficili da verificare, anche considerando il numero di coloro che si sono aggiunti alle fila del così detto Stato Islamico per combattere in Siria e Iraq. Che, peraltro, potrebbero costituire un problema se e quando faranno ritorno in Cecenia. L’ultimo duro colpo all’irredentismo ceceno è stato inferto con la morte dell’autoproclamato emiro del Caucaso, nonché capo della “resistenza”, Doku Umarov, ucciso dalle forze speciali russe nel 2013. Questo, comunque, non ha impedito anche negli anni recenti il verificarsi di episodi di guerriglia. Il più eclatante dei quali, nel dicembre 2014, causò una vera e propria battaglia per le strade di Groznyj, lasciando a terra 19 uomini, 10 delle forze di sicurezza russe e 9 ribelli, oltre 28 feriti. Lo scontro che si protrasse per ore intorno alla “Casa della stampa”, seguì un attacco a un posto di blocco rivendicato dall’Emirato del Caucaso, un movimento jihadista che si ispira a Daesh. Dopo la morte di Umarov, sarebbero succeduti alla guida dell’emirato Aliaskhab Kebekov, ucciso ad aprile 2015, e Magomed Suleymanov, ucciso nell’agosto dello stesso anno. Del movimento non si hanno più segni di attività da allora. Gli ultimi episodi hanno mostrato un separatismo ceceno fortemente indebolito e disorganizzato, ma pur sempre pronto a colpire. Un separatismo fortemente islamizzato, il cui obiettivo non è più (soltanto) Mosca, ma lo stesso Governo ceceno che ne è la proiezione.

Quadro generale

La Cecenia è legata da sempre a doppio filo alla Russia. La sua è una storia fatta di periodiche ribellioni al potere centrale, sin da quando, nel 1873, entrò a far parte dell’Impero russo. A seguito della Rivoluzione d’Ottobre fu inglobata insieme all’Inguscezia nell’Unione Sovietica con il nome di Repubblica autonoma socialista sovietica Ceceno-inguscia.

La Seconda guerra mondiale offrì ai ceceni la prima occasione per insorgere contro Mosca, sperando di poter approfittare del fianco aperto lasciato dall’Armata Rossa, impegnata sul fronte. L’obiettivo era già da allora la completa indipendenza. Per questo i ceceni furono accusati da Stalin di aver collaborato con i nazisti e subirono una durissima repressione subito dopo la fine della guerra.

Deportazioni di massa decimarono la popolazione, con l’obiettivo di sopire le spinte di rivolta russificando la Regione. L’episodio più grave si verificò il 23 febbraio del 1944 ed è ricordato come “Operazione Lenticchia”, dall’assonanza del nome russo del legume, chechevitsa, con quello della popolazione. In una sola notte mezzo milione di ceceni e ingusci furono deportati in Khazakistan dai militari dell’Nkvd, il predecessore del Kgb. Molti di loro morirono nel viaggio, altri furono uccisi perché opposero resistenza. I sopravvissuti poterono tornare nelle loro terre solo alla fine degli anni 50, dopo la destalinizzazione.

Fu l’implosione dell’Unione Sovietica a dare nuovo impulso alle spinte indipendentiste, che sfociarono immediatamente in una guerra con Mosca. L’allora Presidente ceceno Džokhar Dudaev dichiarò unilateralmente l’indipendenza dalla Russia nel 1991, sull’onda di molte altre Repubbliche Sovietiche. La risposta russa non fu subito muscolare. Una legge voluta da Boris Eltsin e approvata dalla Duma nel 1992 concedeva larga autonomia a 86 entità territoriali dalla forte caratterizzazione etnica all’interno della neonata Federazione Russa. La Cecenia, però, non ritirò mai la propria dichiarazione di indipendenza e la trattativa si arenò. Eltsin ordinò di impedire la secessione, inviando nel 1994 40mila soldati nella Regione. Aveva inizio la prima, sanguinosa guerra cecena.

I russi erano demotivati, mal equipaggiati e indeboliti da una catena di comando inadeguata e corrotta. Subirono una serie di sconfitte iniziali, ma grazie alla forza soverchiante presero il controllo della capitale Groznyj a febbraio del 1995. Un anno dopo, nell’aprile del 1996, il Presidente ceceno Dudaev fu ucciso durante un’operazione coordinata dall’intelligence militare russa, che impiegò due missili a guida laser lanciati da un aereo per colpire la località segreta in cui si trovava.

La morte del leader indipendentista favorì il successivo cessate il fuoco siglato da Eltsin e gli altri leader ceceni, cessate il fuoco che portò poi al trattato di pace che pose fine alla prima guerra cecena. Era l’agosto del 1996.

Le prime elezioni del dopoguerra portarono alla presidenza il comandante delle forze ribelli, Aslan Maskhadov. Ma il consenso di cui godeva non fu mai tale da scalzare il potere di capiclan e signori della guerra che in molte zone costituivano l’unica autorità presente. È probabilmente questa la ragione alla base di una nuova escalation che portò il conflitto a divampare nuovamente nel 1999. Il casus belli fu offerto da alcune incursioni dei ribelli ceceni nella Repubblica del Daghestan, col probabile intento di fomentare le locali istanze separatiste, insieme a una serie di attentati con esplosivi in diverse città russe, compresa Mosca. La seconda guerra cecena ebbe inizio con una serie di bombardamenti aerei, finché le truppe russe non entrarono nuovamente nella Repubblica ad ottobre del 1999. Meglio addestrati e attrezzati rispetto a otto anni prima, i militari di Mosca presero velocemente il controllo di tutta la Regione. Il risultato fu però una devastazione di enormi proporzioni, che porto alla totale distruzione di Groznyj. Si può dire che da allora le forze militari russe non abbiano mai più lasciato la Cecenia. Gli anni che sono seguiti hanno visto un progressivo abbandono della guerriglia da parte dei miliziani e una netta pacificazione della Repubblica. Il merito, se di merito si può parlare, è in gran parte ascrivibile alla salita al potere di Ramzan Kadyrov, saldamente alla guida della Cecenia dal 2004. Forte alleato di Putin, Kadyrov è succeduto al padre, ucciso in un attentato nello stadio di Groznyj. A lui il Cremlino affida di fatto il lavoro sporco: sue sono le forze speciali che negli ultimi anni hanno condotto una spietata caccia all’ultimo miliziano, calpestando sistematicamente diritti civili e umani, facendo spesso ricorso alla ritorsione nei confronti delle famiglie dei combattenti e trasformando la Cecenia in un feudo in cui la legge è sostituita dalla parola del “re”, come Kadyrov viene chiamato.