Cina-Tibet

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La Cina continua a non allentare la presa sul Tibet occupato nel 1950. La concomitanza del 19esimo congresso del Partito comunista cinese nell’ottobre 2017 è stata occasione per stringere ulteriormente i controlli sulla Regione autonoma, chiusa ai turisti cinesi durante i giorni dei lavori del conclave rosso che ha cementato il potere e il ruolo del Presidente Xi Jinping, salito al Governo nel 2012. Negli ultimi anni comunque la questione tibetana sembra essere passata in secondo piano nella gestione delle periferie rispetto alle tensioni nello Xinjiang, allo sviluppo di un movimento “localista” e filo indipendentista a Hong Kong e al cambio di Governo a Taiwan, non più sotto la guida dei nazionalisti che dal 2008 si erano riavvicinati alla Repubblica popolare, ma dai progressisti democratici su posizioni autonomiste. Nel mese di aprile ad alzare la tensione ha contribuito la visita a Tawang del XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, fuggito dal Tibet nel 1959 dopo il fallimento della rivolta armata contro le forze militari cinesi. Tawang si trova nell’Arunachal Pradesh, un’area contesa con l’India che la Cina considera un’estensione del Tibet. Lo stesso Dalai Lama ha dovuto smentire il sospetto cinese che la visita sia stata in realtà una forma di pressione diplomatica indiana su Pechino. Il Governo di Delhi ha comunque cercato di non innervosire ulteriormente la dirigenza cinese. Tant’è che una circolare dei primi dell’anno, secondo quanto riferito dalla stampa locale, avrebbe intimato ai funzionari governativi di non partecipare ad appuntamenti pubblici che prevedono la presenza del leader spirituale tibetano.

Il Governo cinese ha inoltre accentuato la pressione sui grandi marchi globali. A gennaio la catena di hotel Marriott è stata costretta a scusarsi per aver inserito in un modulo il Tibet e Taiwan come stati indipendenti. Lo stesso ha dovuto fare Mercedes Benz, per aver citato una frase del Dalai Lama in uno spot. Intanto la resistenza tibetana continua sotto forma di autoimmolazioni. Dal 2009 sono già 153 i tibetani che hanno scelto di darsi fuoco per protesta contro l’occupazione cinese e per chiedere il ritorno del Dalai Lama dall’esilio in India. Quanto al leader spirituale, nel tentativo di non irritare Pechino, che lo considera un pericoloso separatista, continua a rimarcare la richiesta di autonomia e non di indipendenza dalla Repubblica popolare. Lo scorso marzo Tenzin Gyatso ha avanzato l’idea di forma nelle relazioni tra Lhasa e Pechino che ricalchi almeno nello spirito quello dell’Unione Europea.

Per cosa si combatte

Strategia militare e interessi economici: in questi due punti la chiave per leggere lo scontro fra Cina e Tibet che dura ormai da diversi decenni.

Pechino infatti considera vitale il presidio della frontiera con l’India, Paese da sempre considerato rivale. In Tibet, poi, ci sono importanti risorse minerarie e immense riserve d’acqua, quelle che vengono dai tanti fiumi della Regione. Pechino ha sempre voluto il controllo di quell’area e la rivendica come un’appartenenza storica.

Questa esigenza cinese si scontra naturalmente con la voglia di indipendenza dei tibetani, che forti di una cultura politico-religiosa radicata con forti legami con una tradizione secolare, rivendicano il loro diritto ad essere uno Stato libero e autonomo. La scelta del Dalai Lama di trovare una soluzione attraverso il dialogo – e la stessa richiesta di autonomia anziché di indipendenza – non convince tutti i tibetani. L’ala più radicale del movimento indipendentista chiede all’opinione pubblica mondiale un intervento più duro nei confronti della Cina, da loro considerata, a tutti gli effetti, un Paese occupante. La tensione si riflette sulla politica internazionale degli stati nei confronti della questione tibetana che, per i cinesi, semplicemente non esiste. Sollevarla, dagli anni Cinquanta del secolo scorso in avanti, significa entrare in urto con Pechino.

Quadro generale

Troppo grande la Cina, in ogni senso, per essere sfidata. Troppo potente militarmente, economicamente, per essere davvero infastidita. Così la visione internazionale della questione Tibet rimane la stessa da sempre: è un problema interno. È esattamente ciò che le cancellerie mondiali hanno pensato la mattina del 7 ottobre del 1950, leggendo sulle agenzie stampa o sui dispacci dei servizi segreti che quarantamila soldati dell’Esercito cinese avevano attraversato il fiume Yangtze e occupato tutto il Tibet Orientale e il Kham – che ora è parte di tre Province cinesi – uccidendo ottomila soldati tibetani male armati. Solo sette giorni dopo l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso diventò sovrano del Tibet. Il cuore della controversa questione tibetana è tutto in una frase: è un problema interno. Nessun Paese Occidentale ha mai riconosciuto il Tibet come uno stato sovrano indipendente. Quindi, in punta di diritto internazionale, Pechino ha ragione nel definire la questione un “problema interno”. I cinesi – coerenti con questa visione – avevano pianificato tutto. Soprattutto avevano saputo cogliere il momento adatto. Il mondo guardava solo alla guerra in Corea, scoppiata all’alba di domenica 25 giugno 1950, con un attacco della Corea del Nord di Kim Il Sung alla Corea del Sud. Gli Stati Uniti intervennero militarmente, subito, chiedendo e ottenendo l’ombrello politico delle Nazioni Unite. In questo clima, l’attacco al Tibet, passò in secondo piano. Formalmente il Tibet era in una posizione di stallo, nata dall’abbandono dell’India da parte della Gran Bretagna nel 1947. Storicamente, la Regione era stata a lungo indipendente, poi era caduta sotto l’influenza della Cina imperiale, prima di essere messa sotto tiro dalla Russia zarista e dal Regno Unito, che intervenne militarmente nel 1904. Da sempre, però, cultura e autonomia politica erano rimaste salde, tanto da definire una identità nazionale, che aveva nel Dalai Lama un Capo di Governo e spirituale. La Cina aveva annunciato l’attacco. Mao, al potere dal 1949, aveva più volte spiegato che voleva una Cina riunita in tutti i suoi territori e questo significava anche il Tibet. Il 1° gennaio 1950 Radio Pechino annunciò che presto il Tibet sarebbe stato liberato dal giogo straniero. Così, l’occupazione avvenne senza quasi proteste, messa ulteriormente in secondo piano dal fatto che i cinesi il 19 ottobre del 1950 intervennero pesantemente nella guerra di Corea appoggiando il Nord con milioni di uomini e mettendo in grave difficoltà gli Stati Uniti. Il 23 maggio 1951 il Dalai Lama firmò il “Trattato di liberazione pacifica” e diventò vice Presidente del comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo. Il documento permise alla Cina di iniziare la colonizzazione del Tibet. Prima militarizzandolo, poi spingendo i cinesi ad andare nella nuova Regione. Il Tibet intanto rinunciava ad avere una politica estera autonoma, a batter moneta, a stampare francobolli. Le terre venivano ridistribuite, soprattutto nelle zone del Kham Orientale e nell’Amdo, per non rompere i rapporti con l’aristocrazia. Da quel momento fu tutto un susseguirsi di ribellioni, avvicinamenti pacifici e rotture, spesso alimentate dall’esterno, da altri Paesi. Nel 1959 la prima grande rivolta. Il 10 marzo 1959 il movimento di resistenza tibetano guidò una protesta contro i cinesi. Per reprimerla, Pechino schierò 150mila uomini e unità aeree. Morirono in migliaia nelle strade di Lhasa e in altre città. Il 17 marzo, il Dalai Lama abbandonò la capitale e chiese asilo politico in India, assieme ad almeno 80mila profughi. I morti furono 65mila. Nel 1965 il Tibet venne dichiarato Regione Autonoma, con una annessione di fatto alla Cina. Nel 1968 la Rivoluzione Culturale portò alla distruzione dei monasteri, almeno 6mila, e all’uccisione di molti monaci. La resistenza tibetana però non mollava. Nel 1977 e nel 1980 vi furono altre due sollevazioni, anche queste represse duramente da Pechino. Dal 1976, Pechino ha riavviato l’opera di colonizzazione, tanto che in Tibet sono arrivati 7milioni di cinesi, contro i 6milioni di tibetani che ci vivono. L’obiettivo di Pechino, denuncia la resistenza, è cancellare la cultura e l’identità tibetane. Il Dalai Lama ha nel frattempo tentato la via della mediazione, rinunciando a reclamare l’indipendenza, puntando all’autodeterminazione per salvare la cultura del Paese e salvaguardare i diritti umani. Una mediazione proposta nel 1987 tramite gli Stati Uniti è fallita. E come sempre, dopo ogni fallimento, sono ricominciati gli scontri, diventati protesta internazionale a partire dalle Olimpiadi a Pechino nel 2008 e, dal 2009, autoimmolazioni di giovani monaci. Nel 2012 il capo del Governo tibetano in esilio, Lobsan Sangay, ha definito quei gesti “autodistruzione”.