Cina-Tibet

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La Cina non allenta la presa in Tibet. Occupato nel 1950, il Paese è tuttora saldamente controllato da Pechino.

Nel gennaio 2017 si sono svolte tra le comunità sparse in tutte il mondo, le elezioni per rinnovare il parlamento tibetano in esilio ed eleggere il primo ministro. Il governo tibetano, non è riconosciuto dalla Cina e ha tuttora sede a Dharamsala, in India. Alle elezioni hanno votato 80mila persone.

Il Tibet resta un cantiere infinito. Oltre alla massiccia immigrazione cinese, architettura e urbanistica vengono usate per snaturare la cultura nomade del Paese. Il governo cinese considera la regione ancora un problema interno e la diplomazia internazionale non interviene. Le manifestazioni, anche al di fuori dello Stato, vengono represse duramente.

Il leader spirituale è tuttora Il Dalai Lama XIV Tenzin Gyatso fuggito dal Tibet nel 1959, dopo il fallimento della rivolta armata contro le forze militari cinesi. Il Dalai ha espresso la speranza che il presidente Putin ed il neo presidente Donald Trump lavorino insieme per la pace nel mondo.

Per cosa si combatte

Strategia militare e interessi economici: in questi due punti la chiave per leggere lo scontro fra Cina e Tibet. Pechino considera vitale il presidio della frontiera con l’India, Paese da sempre considerato rivale. In Tibet, poi, ci sono importanti risorse minerarie e immense riserve d’acqua, quelle che vengono dai tanti fiumi della Regione. Pechino ha sempre voluto il controllo di quell’area. Questa esigenza cinese si scontra naturalmente con la voglia di indipendenza dei tibetani, che forti di una cultura politico-religiosa radicata e delle tradizioni, rivendicano il loro diritto ad essere uno Stato libero e autonomo. La scelta del Dalai Lama di trovare una soluzione attraverso il dialogo non convince tutti i tibetani. L’ala più radicale del movimento indipendentista chiede all’opinione pubblica mondiale un intervento più duro nei confronti della Cina, da loro considerata Paese occupante.

Quadro generale

Troppo grande la Cina, in ogni senso, per essere sfidata. Troppo potente militarmente, economicamente, per essere davvero infastidita. Così la visione internazionale della questione Tibet rimane la stessa da sempre: è un problema interno.

È esattamente ciò che le cancellerie mondiali hanno pensato la mattina del 7 ottobre del 1950, leggendo sulle agenzie stampa o sui dispacci dei servizi segreti che quarantamila soldati dell’Esercito cinese avevano attraversato il fiume Yangtze e occupato tutto il Tibet Orientale e il Kham – che ora è parte di tre Province cinesi – uccidendo ottomila soldati tibetani male armati. Solo sette giorni dopo l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso diventò sovrano del Tibet.

Il cuore della controversa questione tibetana è tutto in una frase: è un problema interno. Nessun Paese Occidentale ha mai riconosciuto il Tibet come uno Stato sovrano indipendente. Quindi, in punta di diritto internazionale, Pechino ha ragione nel definire la questione un “problema interno”. I cinesi – coerenti con questa visione – avevano pianificato tutto. Soprattutto avevano saputo cogliere il momento adatto. Il mondo guardava solo alla guerra in Corea, scoppiata all’alba di domenica 25 giugno 1950, con un attacco della Corea del Nord di Kim Il Sung alla Corea del Sud. Gli Stati Uniti intervennero militarmente, subito, chiedendo e ottenendo l’ombrello politico delle Nazioni Unite.

In questo clima, l’attacco al Tibet, passò in secondo piano. Formalmente il Tibet era in una posizione di stallo, nata dall’abbandono dell’India da parte della Gran Bretagna nel 1947. Storicamente, la Regione era stata a lungo indipendente, poi era caduta sotto l’influenza della Cina imperiale, prima di essere messa sotto tiro dalla Russia zarista e dal Regno Unito, che intervenne militarmente nel 1904.

Da sempre, però, cultura e autonomia politica erano rimaste salde, tanto da definire una identità nazionale, che aveva nel Dalai Lama il capo di Governo e spirituale. La Cina aveva annunciato l’attacco. Mao, al potere dal 1949, aveva più volte spiegato che voleva una Cina riunita in tutti i suoi territori e questo significava anche il Tibet. Il 1° gennaio 1950 Radio Pechino annunciò che presto il Tibet sarebbe stato liberato dal giogo straniero.

Così, l’occupazione avvenne senza quasi proteste, messa ulteriormente in secondo piano dal fatto che i cinesi il 19 ottobre del 1950 intervennero pesantemente nella guerra di Corea appoggiando il Nord con milioni di uomini e mettendo in grave difficoltà gli Stati Uniti.

Il 23 maggio 1951 il Dalai Lama firmò il “Trattato di liberazione pacifica” e diventò vice Presidente del comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo. Il documento permise alla Cina di iniziare la colonizzazione del Tibet. Prima militarizzandolo, poi spingendo i cinesi ad andare nella nuova Regione. Il Tibet intanto rinunciava ad avere una politica estera autonoma, a batter moneta, a stampare francobolli. Le terre venivano ridistribuite, soprattutto nelle zone del Kham Orientale e nell’Amdo, per non rompere i rapporti con l’aristocrazia.

Da quel momento fu tutto un susseguirsi di ribellioni, avvicinamenti pacifici e rotture, spesso alimentate dall’esterno, da altri Paesi. Nel 1959 la prima grande rivolta. Il 10 marzo 1959 il movimento di resistenza tibetano guidò una protesta contro i cinesi. Per reprimerla, Pechino schierò 150mila uomini e unità aeree. Morirono in migliaia nelle strade di Lhasa e in altre città. Il 17 marzo, il Dalai Lama abbandonò la capitale e chiese asilo politico in India, assieme ad almeno 80mila profughi. I morti furono 65mila.

Nel 1965 il Tibet venne dichiarato Regione Autonoma, con una annessione di fatto alla Cina. Nel 1968 la Rivoluzione Culturale portò alla distruzione dei monasteri, almeno 6mila e all’uccisione di molti monaci. La resistenza tibetana però non mollava. Nel 1977 e nel 1980 vi furono altre due sollevazioni, anche queste represse duramente da Pechino. Dal 1976, Pechino ha riavviato l’opera di colonizzazione, tanto che in Tibet sono arrivati 7milioni di cinesi, contro i 6milioni di tibetani che ci vivono. L’obiettivo di Pechino, denuncia la resistenza, è cancellare la cultura e l’identità tibetane.

Il Dalai Lama ha nel frattempo tentato la via della mediazione, rinunciando a reclamare l’indipendenza, puntando all’autodeterminazione per salvare la cultura del Paese e salvaguardare i diritti umani. Una mediazione proposta nel 1987 tramite gli Stati Uniti è fallita. E come sempre, dopo ogni fallimento, sono ricominciati gli scontri, diventati protesta internazionale a partire dalle Olimpiadi a Pechino nel 2008 e, dal 2009, autoimmolazioni di giovani monaci. Nel 2012 il capo del Governo tibetano in esilio, Lobsan Sangay, ha definito quei gesti di autodistruzione “Un chiaro atto d’accusa alle politiche di repressione del Governo di Pechino”.

Circa 3mila tibetani ogni anno scelgono l’esilio, raggiungendo il Nepal o l’India. In 20mila risiedono stabilmente in comunità sparse in Nepal, senza però venga loro riconosciuto – nonostante gli accordi internazionali – lo status di profughi. Il risultato è che, di fatto, sono prigionieri. La ragione è semplice: il Nepal non vuole irritare il grande vicino.