Cina – Xinjiang

Nel luglio 2017 Dolkum Isa, segretario generale del Congresso mondiale uiguro, avrebbe dovuto tenere una conferenza stampa al Senato italiano. Prima dell’appuntamento l’attivista per i diritti civili è stato però fermato e portato in Questura a Roma. Il caso è stata una prova della forza di Pechino e dell’influenza che riesce a esercitare anche fuori dai confini della Repubblica Popolare nell’ostacolare e reprimere gli oppositori. La polizia italiana ha infatti agito in base a una segnalazione dell’Interpol, oggi presieduta dall’alto funzionario cinese Meng Hongwei. Il Congresso mondiale uiguro è la rappresentanza politica della minoranza turcofona e musulmana che abita lo Xinjiang, Regione all’estremo Occidente della Repubblica Popolare. Il Governo cinese accusa l’organizzazione di fomentare il separatismo. Nell’ultimo anno la Regione autonoma si è trasformata in uno stato di polizia. Per rafforzare il controllo, denuncia Human Rights Watch, Pechino ha iniziato a raccogliere campioni di dna, impronte digitali, scansioni dell’iride e altri dati biometrici dei residenti tra i 12 e i 65 anni. Almeno 120mila uiguri sono stati rinchiusi in campi di riabilitazione, secondo i dati riferiti all’emittente statunitense Radio Free Asia da un funzionario locale di Kashgar, capitale culturale del Turkestan Orientale. La Regione è inoltre diventata il banco di prova per il nuovo sistema di riconoscimento facciale, ideato per intercettare e riconoscere possibili sospetti fino a una distanza di 300 metri. Centro della campagna “colpire duro“ lanciata dal Governo contro i fondamentalisti islamici, alimentata dal rischio del ritorno in Cina di militanti che hanno combattuto in Siria, lo Xinjiang è oggi una delle zone più militarizzate al mondo. Ai primi di febbraio il ministro per la Pubblica sicurezza, Zhao Kezhi, ha messo in guardia dal rischio che attacchi possano verificarsi fuori dalla Regione autonoma dello Xinjiang e colpire nelle Province Meridionali. Nell’ultimo anno sono comunque diminuiti attacchi e incidenti, compiuti in gran parte all’arma bianca e i cui dettagli non sono mai chiariti dalle autorità (e spesso risolti con esecuzioni extragiudiziarie). Lo Xinjiang è per Pechino un problema: dagli anni Ottanta del secolo scorso – e ancora di più dalla caduta dell’Unione Sovietica con la nascita delle Repubbliche Centroasiatiche – anche tra gli uiguri si è diffusa l’aspettativa per la creazione di uno stato autonomo del Turkestan Orientale. Le politiche di assimilazione e sinizzazione portate avanti dal Governo centrale, accompagnate da programmi di sviluppo economico del quale hanno beneficiato soprattutto gli immigrati han, gruppo maggioritario in Cina, hanno contribuito ad alimentare le tensioni socio-economiche. Gli han sono percepiti alla stregua di colonizzatori. L’autonomia della quale in teoria dovrebbe godere la Regione non è attuata. È una storia che viene da lontano anche se esplosa di recente. Nel luglio del 2009 il mondo si accorse di colpo della questione uigura. Urumqi, capoluogo dello Xinjiang, diventa teatro di una rivolta che farà 197 morti. L’allora Presidente cinese Hu Jintao in Italia per partecipare al vertice del G8 dell’Aquila, è costretto a tornare di corsa in Cina. Le violenze tra uiguri, la popolazione turcofona musulmana della Regione, e gli han hanno origine nel Guangdong, la Provincia costiera, motore della crescita cinese. Il presunto stupro di una ragazza nei dormitori di una fabbrica di giocattoli, del quale sono accusati alcuni operai uiguri, scatena gli scontri nell’impianto. La notizia si diffonde sui social e le versioni discordanti su quanto accaduto sono la scintilla per le violenze settarie che infiammano Urumqi, cui il Governo risponde con il pugno duro. Gli scontri sono il risultato di pregiudizi e incomprensioni tra le due comunità. Gli han considerano gli uiguri scansafatiche e delinquenti mentre gli han sono percepiti dagli uiguri come colonizzatori. Le rivendicazioni autonomiste e separatiste affondano radici nel collasso dell’ex Unione Sovietica, quando l’indipendenza delle Repubbliche Centroasiatiche infonde speranza anche negli uiguri, una delle 55 minoranze nazionali riconosciute dal Governo centrale. Dopo gli hui si tratta del gruppo di fede islamica più numeroso. Vantano radici nell’Asia centrale e con kazachi, uzbechi, kirghizi e tartari condividono l’ideale panturco. È nella prima metà del Novecento che inizia a delinearsi un’identità nazionale. La Regione oggi identificata con la Regione autonoma dello Xinjiang, istituita nel 1955, fu conquistata dalla dinastia mancese dei Qing soltanto nel 1759. Il pieno controllo cinese arriva soltanto con la nascita della Repubblica Popolare nel 1949. L’avventura del condottiero musulmano Yaqub Beg che nel 1869 diede vita all’emirato della Kashgaria, regno militare-islamico crollato nel 1877, mise in evidenza la debolezza dell’ultima dinastia. Altro riferimento per l’irredentismo uiguro è la seconda Repubblica indipendente del Turkestan Orientale, sostenuta dai sovietici prima di essere annessa alla Cina comunista. La presenza di Pechino si è radicata attraverso l’immigrazione di cinesi han nella Regione e, dal 1954, sfruttando le cosiddette bingtuan. Si tratta di unità di soldati-agricoltori studiate con l’intento di consolidare la presenza del Governo nelle aree periferiche e allo stesso tempo fornire terreni ai reduci della guerra civile contro i nazionalisti del Kuomintang di Chang Kai-shek. Con il tempo si sono trasformate in veri e propri colossi industriali, con un fatturato pari a 20miliardi di dollari. Lo sviluppo dello Xinjiang è stato accompagnato da accuse di discriminazione nei confronti degli uiguri e di marginalizzazione a favore degli han, selezionati per i posti dirigenziali. A questo si accompagna la stretta cinese sulle tradizioni. Per arginare quello che ritiene fondamentalismo, l’apparato repressivo ha militarizzato l’area arrivando a imporre divieti selettivi sul digiuno durante il mese del Ramadan, restrizioni all’uso del velo e sulle barbe e alla libertà religiosa in generale. Il risentimento socio-economico ha trovato come catalizzatore la riscoperta dell’islam dopo il periodo delle Rivoluzione culturale. Un’ondata di proteste contro il controllo cinese risale agli anni Novanta del secolo scorso. Nel decennio precedente la promozione della religione prima affidata all’Associazione dei musulmani cinesi, di provata fedeltà governativa, fu di fatto presa in mano da madrase autonome con una visione politica dell’islam contrapposta allo Stato centrale. Gli scontri del 1997 a Yining, o Ghulja in uiguro, furono il culmine di una serie di episodi a bassa intensità. A scatenare la violenza fu l’esecuzione di 30 presunti separatisti. In quegli anni prenderà forma l’East Turkestan Independence Movement, i cui legami vanno ricercati nella galassia jihadista pachistana e afgana. L’Etim è lo spauracchio ancora additato da Pechino ogni qual volta si sono verificati attacchi o azioni di sabotaggio. Sanzionato come gruppo terroristico dal Dipartimento di Stato Usa dopo gli attacchi dell’11 settembre, il movimento è stato superato da una nuova sigla il Turkestan Islamic Party, gravitante nella galassia di al-Qaeda. Il Tip ha rivendicato l’incidente del 28 ottobre 2013, quando, pochi giorni prima del Plenum del Partito comunista, un suv è piombato sulla folla di visitatori davanti all’ingresso della Città proibita a Pechino, facendo cinque morti. L’accaduto segna uno spartiacque. Se fino al 2008, anno delle Olimpiadi di Pechino, le azioni erano frutto di scarsa organizzazione, dal 2013 aumentano di intensità portandosi fuori dai confini dello Xinjiang e addirittura della Cina. È il caso dell’autobomba all’ingresso dell’ambasciata cinese di Biskek, capitale del Kirghizistan seguendo le indicazioni del leader di jihadista Ayman al Zawahiri.