Colombia

È una pace difficile quella della Colombia. La sessantennale guerra fra potere centrale e forze rivoluzionarie – Farc in testa – è teoricamente archiviata. La pace, siglata all’Avana nel giugno del 2016, ha messo fine ad un vero e proprio massacro, costato 250mila morti, 50mila dispersi poco meno di 7milioni di sfollati. Le armi, però, ancora non tacciono e troppi gruppi – ribelli ex Farc, narcotrafficanti, ex paramilitari – hanno approfittato del limbo del dopo guerra per impossessarsi di interi territori e controllarli.

Per i colombiani tutto resta complicato e sembra quasi non credano alla fine della guerra. Già all’indomani dell’accordo dell’Avana un referendum popolare bloccò l’intesa. Le elezioni del marzo del 2018 sembra abbiano confermato lo stato di insicurezza. A vincerle è stato un vecchio politico, Uribe, già durissimo Presidente della Repubblica, che ha detto quello che i colombiani volevano sentirsi dire: non diventeremo un Paese socialista. La paura nasce – e viene alimentata dalle oligarchie agricole che controllano il Paese – dalla vicinanza con il turbolento Venezuela di Maduro. L’arrivo in politica delle Farc, che con un trucco linguistico hanno mantenuto il nome, pur diventando un partito, ha fatto il resto. Il neo partito degli ex guerriglieri ha preso appena lo 0.4% dei voti. Anche in una realtà politica estremamente frazionata come quella colombiana è niente. Grazie alle norme dell’accordo di pace, però, 10 ex rivoluzionari sono entrati comunque in Parlamento, anche se non hanno superato la soglia del 3% previsto dalla legge elettorale.

A non piacere a molti è il fatto che gli ex rivoluzionari andranno all’Assemblea legislativa senza passare per i Tribunali della Giustizia speciale per la Pace. Sono organismi creati per esaminare le posizioni degli ex combattenti e valutare la gravità dei reati che hanno commesso durante la guerra. I dieci deputati e senatori eletti non avranno nulla a che fare con questi Tribunali e, quindi, nulla si saprà di ciò che hanno fatto. Saranno lì, a fare opposizione.

In qualche modo – dicono gli analisti internazionali – la cosa funzionerà. Saranno comunque un freno alle voglie sempre eccessive dell’oligarchia latifondista. Ma il ricordo di cinque decenni di guerra, con centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati, pesa nella memoria di chi ha subito tutto. Per di più, resta aperta la questione dei territori lasciati liberi dalle Farc, con il loro ritiro e rioccupati dai narcotrafficanti o da bande ribelli, che li hanno chiusi a chiunque.

Una vicenda, questa, estremamente pericolosa. All’inizio del 2018 intere aree di confine erano sigillate. A farne le spese, a Mataje, lungo la frontiera dell’Equador, sono stati Javier Ortega, 36 anni, giornalista, Paulo Rivas, 45, fotoreporter e Efrain Segarra, 60, il loro autista. Lavoravano per il quotidiano El Comercio di Quito, capitale dell’Equador. Dovevano constatare gli effetti dell’attentato a un commissariato di polizia, assaltato da un gruppo che ha disertato dalle Farc. Sono stati catturati e uccisi.

La responsabilità di quanto accaduto e della insicurezza in quelle aree viene imputata agli ex guerriglieri, che evidentemente non hanno alcuna base popolare. Ed è una stroncatura anche per il Presidente Santos, premio Nobel per la Pace alquanto incompreso a casa sua. Il suo partito – moderato – è arrivato appena al 12% terzo dietro anche ai socialdemocratici. Quello che ha fatto non è evidentemente sufficiente. Ha chiuso la guerra, ma ha lasciato aperti i troppi problemi di un Paese ancora pesantemente in mano ai latifondisti, ai narcos e alla corruzione.