Etiopia

Tensione alta in Etiopia. Una grave crisi è scoppiata nell’ottobre 2016, scatenata dall’uccisione di oltre 150 persone durante i festeggiamenti per la fine della stagione delle piogge. La strage di Bishoftu si può considerare infatti, uno spartiacque nella politica del Paese africano.

Pochi giorni dopo la strage il governo ha decretato lo stato di emergenza “in modo da poter affrontare gli elementi alleati alle forze straniere che mettono in pericolo la pace e la sicurezza nel Paese”.

Al centro degli scontri la regione dell’Oromia, nella quale vive il più grande gruppo etnico del Paese che rappresenta quasi il 32% della popolazione. In Etiopia ci sono almeno 80 gruppo etnici.

Da anni gli Oromo hanno avviato una battaglia per l’indipendenza. Il governo etiope ha accusato Egitto e Eritrea di fomentare gli scontri in nome di rivendicazioni territoriali passate. Per l’Egitto l’accusa è poi quella di appoggiare il Fronte di Liberazione Oromo (OLF), nato nel 1973.

Le proteste sono state represse nel sangue e hanno provocato centinaia di morti. La reazione del governo centrale è stata infatti di estrema chiusura, con arresti, l’istituzione di coprifuoco, il blocco di internet e dei social network.

Da un rapporto di Amensty International i siti web di 16 agenzie di stampa e i servizi di messaggistica WhatsApp sono stati bloccati tra il giugno e l’ottobre 2016.

In base alle misure speciali attuate la polizia può arrestare un sospetto senza mandato e trattenerlo per tutta la durata dello stato d’emergenza.

In un rapporto dell’ong Human rights watch il governo di Addis Abeba è accusato di aver represso con la violenza le proteste pacifiche degli Oromo con arresti, torture e stupri.

L’Oromia è considerata una delle aree più ricche del continente Africano, sia dal punto di vista naturale che agricolo. Il 60% dell’economia etiope è basata sulle risorse prodotte dalla regione oggi in contestazione.

L’etnia locale ha protestato più volte contro il piano governativo di landgrabbing che da anni toglie terre ai contadini del posto in favore di grosse aziende straniere.

Il piano prevedeva di espandersi per 1,5 milioni di ettari intorno alla regione, sfrattando gli agricoltori locali  Le proteste sono proseguite anche dopo che il Governo di Addis Abeba aveva deciso di rinunciare al piano.