Etiopia-Eritrea

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Dalla fine della guerra fra Etiopia ed Eritrea, nel 2000, fra i due Paesi c’è stato solo un immutato stallo, per 17 anni, con ricorrenti minacce di nuovi conflitti, tensioni, completa assenza di rapporti e di comunicazione. E d’altro canto, l’immobilismo e l’arroccamento nelle posizioni ha caratterizzato anche i due Governi fino all’inizio del 2018. In Eritrea, per ora, non si scorgono segnali significativi di cambiamento: il regime di Isaias Afewerki semmai ha inasprito ulteriormente la repressione e il controllo poliziesco del territorio. In Etiopia, viceversa, è avvenuta una svolta, con l’avvento al potere il 2 aprile 2018 del nuovo primo Ministro, Abiy Ahmed Ali, e della sua compagine di Governo. In pochi mesi il neo nominato Premier ha dato una scossa sia alla politica interna che estera dello Stato federale africano. I primi atti sono stati, da un lato, liberare molti dei prigionieri politici della guerriglia armata degli oromo – l’etnia più numerosa ma anche più repressa ed emarginata del Paese – cercando di aprire un dialogo anche con le frange più oltranziste della ribellione. Dall’altro, ha da subito affrontato la “questione eritrea”, dapprima gli inviti alla distensione verso l’Asmara, poi, rompendo gli indugi, con le dichiarazioni del 5 giugno 2018 secondo le quali “l’Etiopia accetta quanto stabilito dalla Commissione internazionale sui confini nel 2003” e si appresta a ritirare le sue truppe da Badme e dalla piana circostante la città commerciale che dal 1998 sono al centro della disputa territoriale con l’Eritrea. Non solo. Ha revocato lo stato d’emergenza, che perdurava all’interno dell’Etiopia da febbraio 2018, quando l’allora primo Ministro Hailemariam Desalegn aveva rassegnato le dimissioni, di fronte alle profonde e crescenti divisioni all’interno dell’Eprdf, il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope, al potere dalla caduta di Menghistu. Infine, Abiy ha annunciato profonde riforme in un ambito molto delicato della struttura di potere del Paese: la polizia e la magistratura. Insomma, la leadership politica sembra aver trovato nuova linfa e l’energia per avviare decisi cambiamenti. La strada da percorrere, tuttavia, resta tanta. Non solo per arrivare a una democrazia matura (non va dimenticato che ad ogni elezione si sono ripetute le azioni repressive verso la stampa e la società civile, come pure i frequenti arresti degli oppositori politici), ma anche per affrontare l’endemica povertà. Ancora a metà del 2017, l’arrivo di una nuova carestia aveva messo in allarme le agenzie umanitarie per lo stato di emergenza alimentare che coinvolgeva 8,5milioni di etiopi (poco meno dell’8% della popolazione).

Per cosa si combatte

Quella fra Etiopia ed Eritrea è stata spesso definita “una guerra per un pugno di pietre”. Il conflitto scoppiato nel maggio 1998, infatti, fu causato da un piccolo fazzoletto di territorio desertico intorno alle cittadine di Badme e Shiraro, di circa 400 kmq, che secondo il Governo di Asmara era compreso nel confine coloniale eritreo, ma che nell’interpretazione del Governo etiopico ne era invece al di fuori. In breve, la guerra diventa totale, lungo tutta la frontiera fra i due Paesi. Si svolge per lo più nelle montagne semiaride che fanno da confine. Gli scontri crescono d’intensità, nel corso del 1998 e per tutto il 1999. Alla guerra guerreggiata s’accompagnano le azioni di ritorsione, pagate ovviamente dalla popolazione civile: ad esempio, i tanti eritrei che vivono in Etiopia e gli etiopi (non altrettanti) residenti in Eritrea vengono espulsi in poche ore dalle rispettive autorità. I rapporti di forza fra i due Paesi del Corno d’Africa sono ben lungi dall’essere equilibrati. Il gigante etiopico, che ha un esercito numericamente 20 volte quello eritreo, riprende in breve tempo la piana di Badme e progressivamente (ma con un costo di vite umane impressionante) conquista aree di territorio eritreo. Nella primavera del 2000 le forze armate etiopiche sfondano il fronte: occupano le città eritree di Barentu e Tesseney. Con la mediazione delle Nazioni Unite si arriva a un cessate il fuoco, firmato ad Algeri. Le armi tacciono, ma ad una vera a propria pace, da allora, non si è mai arrivati.

Quadro generale

Una guerra lunga esattamente due anni (maggio 1998 – maggio 2000), quella fra Etiopia ed Eritrea. Terminata nel momento in cui l’esercito etiopico, rompendo la linea difensiva eritrea e conquistando le importanti città di Barentu e Tesseney, avrebbe dilagato, probabilmente fino all’Asmara. Ufficialmente il conflitto finisce con la firma delle parti all’accordo di Algeri, con il quale, oltre a deporre le armi, i due Governi s’impegnano ad accettare la dislocazione dei caschi blu lungo la fascia di rispetto che divide i due eserciti. L’accordo prevede anche l’insediamento di tre commissioni internazionali: la prima deve decidere sui confini, la seconda quantificare i danni di guerra, alla terza tocca il compito di investigare sulle cause del conflitto. Il bilancio della guerra è tragico: 100mila le vittime, molti di più i feriti e i mutilati. Ma devastanti sono anche le conseguenze sociali ed economiche. Se la grande e popolosa Etiopia viene duramente segnata dal conflitto, l’Eritrea ne esce devastata: la piccola e giovane nazione, che fino al 1998 aveva tassi di crescita invidiabili, dopo il conflitto è in ginocchio. La popolazione si ritrova alla fame e non si solleverà più, fino ai nostri giorni, da uno stato di povertà talora estremo. Nel 2003, poi, la Commissione per i confini stabilisce che l’area contesa è effettivamente all’interno dei confini coloniali eritrei. L’Etiopia, però, non accetta il verdetto internazionale. Lo farà un anno più tardi, ma in concreto il ridisegno della linea di frontiera non viene attuato. Peraltro, nel 2005, la Corte di Giustizia dell’Aja dà invece ragione all’Etiopia riguardo all’aggressione subita: decreta che l’Eritrea lanciando all’attacco le sue truppe aveva violato la legge internazionale e che l’azione non poteva essere giustificata come autodifesa. Negli anni seguenti la questione del confine rimane irrisolta, le frontiere fra i due Paesi sigillate, gli scambi commerciali azzerati. Intanto, a metà del 2008, viene votato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu il ritiro delle forze di interposizione di pace. Nei dieci anni successivi, fino all’inizio del 2018, i rapporti – o meglio i non rapporti – fra i due Paesi rimangono pressoché immutati. L’unico episodio ostile avviene nella primavera del 2012: unità militari etiopiche attaccano alcune postazioni eritree, con la motivazione, secondo Addis Abeba, che si trattasse di campi per l’addestramento di gruppi terroristici. Uno stallo di non-guerra e non-pace che sembra sbloccarsi nel 2018 con l’impegno dichiarato da nuovo primo Ministro Abiy Ahmed Ali di accettare le decisioni del 2003 della Commissione internazionale sui confini e di voler riconsegnare la città contesa di Badme all’Eritrea. Potrebbe così chiudersi la ventennale diatriba fra i due Paesi. Una diatriba che al suo scatenarsi, col conflitto iniziato nel 1998, era del tutto inattesa e imprevedibile: le leadership politiche dei due Paesi avevano combattuto fianco a fianco la guerra di liberazione contro il dittatore Menghistu Hailè Mariàm, e dopo la conquista di Addis Abeba il neonato Governo etiopico aveva favorito e accompagnato l’iter del referendum che aveva portato nel 1991 all’indipendenza dell’Eritrea e alla nascita del suo Stato nazionale. Fino al 1998 i due Paesi avevano cooperato in perfetta sintonia, fino appunto alla contesa per il possesso della piana di Badme. Da allora, la storia dei due Paesi ha seguito strade profondamente diverse. Ciò che ha continuato ad accomunarle è stato soltanto la gestione autoritaria del potere: entrambe a partito unico, entrambi i Governi pronti a incarcerare qualsiasi oppositore e voce critica all’interno del Paese, entrambi spietati nello stroncare la libertà di stampa. Per il resto, invece, l’Eritrea è sprofondata nella crisi economica e sociale, fino ai dati attuali, secondo i quali la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, la speranza di vita non supera i 65 anni, l’85% degli eritrei non ha servizi sanitari adeguati e soltanto il 53% ha accesso all’acqua potabile. La riprova della drammatica situazione dell’Eritrea è il costante flusso migratorio che perdura dalla fine della guerra. Oramai il 6% della popolazione ha cercato scampo nella fuga all’estero. L’Etiopia, invece, si è gradualmente risollevata, per arrivare di recente a tassi crescita intorno al 10% annuo. Se sul piano politico il Paese è ben lontano dall’essere una vera democrazia, su quello economico il Paese è ormai considerato il terzo “gigante” africano (dopo Sudafrica e Nigeria). L’Etiopia rimane ancora un Paese povero (il 30% della popolazione è sotto la soglia di povertà), con forti tensioni etniche e vaste sacche di sottosviluppo, due terzi degli abitanti privi di servizi sanitari adeguati e la metà analfabeta; ma seppure a macchia di leopardo il Paese mostra segni di dinamismo e di crescita economica e tecnologica.