Haiti

Situazione attuale e ultimi sviluppi

È ancora un Paese in ginocchio, meno scosso dalla violenza politica rispetto ad un tempo, ma certamente insicuro, socialmente instabile e incapace di diventare autonomo dopo il devastante terremoto del 2010: morirono quasi 30mila persone.

Ad Haiti la missione Onu – la Minujusth, circa 1300 agenti di polizia internazionali, insieme a 350 civili, aiuteranno il Paese fino a metà 2019 a riformare il sistema giudiziario – resta un punto fermo, così come lo sono le tante Ong arrivate da tutto il mondo, dopo il terremoto, per tentare una ricostruzione.

Ma è proprio sul fronte degli aiuti internazionali che il Paese trova ostacoli. Nel 2017 è scoppiato lo scandalo sugli abusi sessuali, che ha travolto l’organizzazione inglese Oxfam. Ci sono stati grande clamore, titoli su tutta la stampa e grandi scuse da parte della Ong, che ha ammesso di aver sbagliato. Non è bastato: il Presidente Jovenel Moise, eletto nel 2017, ha rincarato la dose. “Oxfam è solo la punta dell’iceberg”, ha dichiarato. “Ci sono altre Ong nella stessa situazione”.

I fatti gli hanno dato ragione. Plan International, ente britannico specializzato nell’aiutare i bambini, ha confermato sei casi di abusi sessuali e sfruttamento di minori, avvenuti tra il 1° luglio 2016 e il 30 giugno 2017. Anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha ammesso che 21 dipendenti sono stati licenziati o hanno dato le dimissioni dal 2015 per avere pagato prostitute.

Intanto, la situazione della popolazione resta critica, il Paese è in assoluto tra i più poveri del mondo. Sui taxi collettivi di Port-au-Prince, la capitale, campeggiano le scritte “Dieu ne nous abandonne pas”, “Dio ci ha abbandonati”. Il 60% della popolazione haitiana vive proprio nella capitale, dove il traffico non si spegne mai e dove tutto è mercato permanente, elemosina continua. Tre milioni di persone, ancora oggi, vivono sotto le tende.

L’economia non parte. Il patrimonio boschivo, una volta rigoglioso, è stato ridotto al 2% dell’intera superficie. Nelle zone più povere della capitale, come Martissant, risultano malnutriti il 5% dei bambini sotto i 5 anni. A Cité Soleil il tasso supera il 7%.

L’agricoltura è incapace di soddisfare le esigenze della popolazione e il poco denaro circolante deriva dagli aiuti internazionali, distribuiti e gestiti dalle moltissime Ong impegnate sul territorio. A proliferare, però, è la corruzione, diventata ormai intollerabile. Le proteste in strada stanno tornando protagoniste e più di un osservatore teme un “ritorno al passato.

Per cosa si combatte

Le ragioni della latente guerra interna sono semplici: si lotta per sopravvivere. Il Paese è tra i più poveri del mondo. L’agricoltura è a livelli di pura sussistenza, l’industria è limitata e dal sottosuolo si ricava solo un po’ di bauxite e quantitativi di oro e argento lontani dallo scatenare guerre.

Le ragioni del lungo, perenne, conflitto haitiano, quindi, non sono economiche, ma sociali e politiche. La lunga dittatura dei Duvalier ha creato una frattura nel Paese, fra la parte mulatta – discendente dalla borghesia francese che governava l’isola – e quella nera – discendente dagli schiavi africani che guidarono la rivolta per l’indipendenza – e che grazie a Duvalier hanno trovato affermazione. Negli anni ‘90, a queste motivazioni storiche, si è aggiunta una crisi economica che non ha trovato soluzione, allargando la forbice fra la popolazione povera e quella più ricca. Circa il 50% degli haitiani non ha un lavoro fisso, i due terzi sbarcano il lunario lavorando nei campi. Lo scontro diventa quasi inevitabile.

Quadro generale

Colonia spagnola, poi francese, indipendente dal 1804 grazie alla prima rivolta di schiavi conclusa con un successo, Haiti ha una storia complessa alle spalle, caratterizzata da continue dittature militari, che sfociano nell’occupazione militare statunitense fra il 1915 e il 1934. In quel periodo, la resistenza semipacifica haitiana trova ispirazione nella propria cultura e nella religione voodoo. Protagonista è la popolazione nera, che ha il proprio leader nel popolare agitatore dottor François ‘Papa Doc’ Duvalier. Gli americani se ne vanno nel 1934, lasciando una economia a pezzi. Molti haitiani emigrano a Santo Domingo, in cerca di lavoro, provocando tensioni razziali ed economiche terminate tragicamente con una pulizia etnica che fa 20mila vittime tra gli haitiani. Agitata sempre dallo scontro fra popolazione mulatta e nera, di fatto l’isola resta dipendente dagli Stati Uniti ed è governata, dal dittatore, da “Doc” Duvalier, fino alla sua morte, nel 1971. Il potere passa allora al figlio Jean-Claude, chiamato Baby Doc, che tenta una mediazione tra i ‘modernizzatori’ mulatti. Contemporaneamente, elimina con brutalità tutta l’opposizione. Alla crisi politica, si aggiunge all’inizio degli anni ‘80 quella economica. Haiti viene identificata come zona ad alto rischio per l’Aids e il turismo crolla. Poi, un programma statunitense per sconfiggere una malattia dei suini danneggia l’economia rurale, con l’uccisione per errore 1,7milioni di animali.

Nel 1986 scoppia la rivolta popolare e Baby Doc Duvalier deve riparare all’estero con la famiglia. Si forma una giunta provvisoria militare. Il luogotenente generale Henri Namphy, confidente di Duvalier, viene nominato Presidente, ma un’organizzazione cattolica si oppone. È guidata da un giovane prete: Jean-Bertrand Aristide. Le elezioni del 1987 vengono vinte a larga maggioranza da Namphy, ma nel giro di un anno un altro colpo di stato porta al potere un altro generale, Prosper Avril. Nel 1990 Avril è costretto a fuggire e sempre nel 1990 alle nuove elezioni si candida Aristide, che con lo slogan ‘Lavalas’ porta in massa la gente alle urne. Il successo di Aristide non dura molto: nel 1991 viene destituito da un golpe militare. L’Onu reagisce con un embargo totale, cui fa seguito un intervento militare degli Usa, che costringe i militari a farsi da parte. Nel 1994 Aristide può quindi tornare nel Paese e governare. Ma lo fa in piena crisi economica e in un grave clima di violenza. Alle elezioni legislative del giugno 1995, i candidati da lui sostenuti furono accusati di brogli dall’opposizione. Si arriva alle elezioni presidenziali del 1995, in dicembre, vinte da René Preval. Le violenze nel Paese non finiscono e nel 1996 il Consiglio di sicurezza dell’Onu proroga la propria missione militare sull’isola. Nel gennaio 1999 le cose precipitano, con Preval che destituisce gran parte dei parlamentari. La tensione sale ancora – come la violenza – con le elezioni presidenziali del novembre 2000, vinte dall’ex Presidente Aristide. Il conflitto tra la maggioranza e l’opposizione è violentissimo e non si placa. Nel 2004 i ribelli, formano il Fronte di Resistenza dell’Artibonite, conquistano alcune città e in seguito costringono Aristide a dimettersi e a lasciare il Paese. Nello stesso anno, la comunità internazionale decide di intervenire, inviando una missione Onu, la Minustah, la missione di Peacekeeping dell’Onu che avrebbe dovuto garantire sicurezza al Paese. In realtà, qualche anno dopo, nel 2011, il caso dei cables rivelati dall’agenzia di stampa Wikileaks mostrano quale fosse il pensiero di Washington rispetto all’intervento. L’ambasciatrice Usa Janet Sanderson scriveva: “La missione Minustah è uno strumento indispensabile per realizzare i fondamentali interessi politici degli Stati Uniti in Haiti”. Nel 2010, in gennaio, arriva il devastante terremoto che uccide quasi 300mila persone, distrugge praticamente l’isola e la rende un immenso campo profughi. Gli haitiani sperano nelle promesse fatte a caldo dalla comunità internazionale, ma restano delusi. Così come deludente si rivela il neo Presidente Michel Martelly, conosciuto come Sweet Michy, popolare cantante di musica haitiana, che promette un grande rilancio e a maggio 2010 viene eletto. Il rilancio non ci sarà. In compenso, emergeranno – siamo al 2011 – vari cable diffusi da Wikileaks. Confermano, se ancora ce ne fosse stato bisogno, l’assoluta mancanza di volontà delle grandi potenze straniere di stabilizzare la situazione politico sociale nell’isola. Cable passati sottotraccia e che sono stati ignorati dalla stampa internazionale. Ma cable importanti che diventano tasselli determinanti nella strana storia dell’esilio dell’ex Presidente Jean Bertrande Aristide, e che in parte potrebbero anche riguardare il Vaticano, che non ha mai considerato con rispetto l’ex prete salesiano prestato alla politica e considerato uno dei presidenti più amati dalla popolazione.