Iran

Nei primi mesi del 2018 sull’Iran grava un’atmosfera cupa. Le tensioni geopolitiche creano un generale senso di incertezza e si sommano a difficoltà interne, conflitti sociali, una crisi valutaria in gran parte speculativa, una sorda lotta di potere ai vertici dello stato. Con i suoi quasi 80milioni di abitanti, una popolazione giovane (due terzi degli iraniani hanno meno di 30 anni), istruita e ben connessa con il mondo globale, l’Iran è potenzialmente un Paese benestante; possiede tra i maggiori giacimenti di petrolio e di gas naturale del Pianeta e una discreta capacità industriale, è un Paese dalla cultura antica e un crocevia di scambi tra il Medio Oriente e l’Asia Centrale. Ma le promesse di sviluppo stentano a realizzarsi e molti iraniani paventano il ritorno di tempi bui. Sembra lontano l’ottimismo suscitato dall’accordo sul nucleare, il “Joint comprehensive plan of action”, o Jcpoa. Firmato il 14 luglio 2015 da Teheran e sei potenze mondiali, l’accordo è il risultato di quasi due anni di negoziati tra l’Iran e Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania con l’Unione europea. Entrato in vigore formalmente nel gennaio 2016, l’accordo nucleare ha messo fine a un lungo isolamento internazionale dell’Iran. È utile ricordare che il Jcpoa ha imposto una drastica limitazione al programma atomico iraniano. In base all’accordo, Teheran ha rinunciato ad arricchire uranio oltre il 3,5% necessario ai suoi reattori elettronucleari e accettato un regime di controlli internazionali che non ha eguali per severità. Secondo numerosi esperti, l’accordo ha allontanato di 10 o 15 anni il momento in cui l’Iran potrebbe costruire una bomba atomica qualora ne avesse la volontà (cosa che Teheran ha sempre negato). Il Jcpoa non è un trattato internazionale (quindi non è stato ratificato dai parlamenti) ma è diventato vincolante per i Paesi firmatari quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo ha fatto proprio approvandolo. Da allora l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea, l’organismo Onu che veglia sulla sicurezza nucleare e il rispetto del Trattato di non proliferazione atomica, a cui l’Iran aderisce) ha constatato che Teheran ha tenuto fede a tutti i suoi obblighi. In contropartita, le potenze Occidentali e l’Onu si sono impegnate a revocare le sanzioni che colpivano merci, persone, istituzioni e banche legate a possibili usi bellici del nucleare, e che di fatto avevano bloccato l’intera economia iraniana. Le sanzioni internazionali relative al nucleare sono state in effetti revocate e l’Iran ha ripreso l’export di petrolio (gli idrocarburi sono la principale fonte di reddito dello Stato iraniano); gli Stati Uniti però mantengono altre sanzioni bilaterali e, soprattutto, continuano a bandire le banche iraniane dal sistema finanziario americano: e questo è un forte deterrente anche per le banche e le grandi imprese europee, che rischiano di vedersi penalizzate dagli Usa se lavorano con Teheran. Eppure, ai termini degli accordi Washington doveva rinunciare a ogni pressione contro gli investimenti terzi in Iran. Insomma, per l’Iran i benefici dell’accordo hanno tardato a materializzarsi. E l’insediamento del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel gennaio 2017 ha fatto crollare ogni residuo ottimismo. Trump è tornato a descrivere l’Iran come una minaccia, una “dittatura corrotta”, uno Stato “che protegge il terrorismo”, segnando un ritorno alla vecchia atmosfera di sospetto e accuse. In particolare ha subito minacciato di stracciare l’accordo sul nucleare, che ha definito “terribile”: così distruggendo del tutto l’eredità del suo predecessore Barak Obama. Nel suo primo anno alla Casa Bianca Trump aveva certificato controvoglia al Congresso l’aderenza dell’Iran agli accordi (adempimento che si ripete ogni tre mesi), ma nei primi mesi del 2018 ha chiarito di non voler più avallare l’accordo con l’Iran. Argomento che ha scatenato tensioni non solo con Teheran ma anche con i partner europei. E, nel dichiarato intento di “salvare” l’accordo, i tre firmatari europei hanno dapprima proposto di sanzionare l’Iran per il suo programma missilistico e il suo ruolo “destabilizzante” in Medio Oriente (materie che non rientrano nel Jcpoa). Strategia contestata da numerosi esperti e respinta in sede Ue da Italia e Austria, convinte che nuove sanzioni non avrebbero placato l’ostilità del Presidente Trump, mentre avrebbero distrutto la fiducia costruita con l’Iran, “punito” nonostante abbia rispettato gli impegni. Quanto all’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, ha ribadito che il Jcpoa “non è un accordo bilaterale (…) e non è facoltà di nessun singolo Paese mettervi fine”. Infine, l’8 maggio, in diretta tv dalla Casa Bianca il Presidente degli Stati Uniti ha detto chiaramente che il suo Paese si ritirava dall’accordo, dando il via libera alla reintroduzione in 90 giorni delle sanzioni che erano state congelate con l’accordo siglato a Vienna nel 2015 tra l’Iran, il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania) e l’Unione europea. Così, appena usciti da anni di isolamento e sanzioni gli iraniani vedono tornare tempi bui. L’accordo sul nucleare aveva suscitato aspettative enormi nel Paese: la speranza che finito l’isolamento, cadute le sanzioni, le attività economiche sarebbero rifiorite e un clima internazionale più disteso avrebbe favorito anche nuove aperture interne. Oggi il disappunto è palpabile. Pur restando una rara oasi di stabilità nella Regione, l’Iran si sente circondato. Le tensioni con l’Arabia Saudita e di Israele hanno raggiunto livelli di guardia. La guerra siriana incombe: l’Iran rivendica di essere l’unico Paese che ha combattuto sul terreno per fermare il sedicente Stato Islamico e impedire che le milizie del Califfo arrivassero a Baghdad, e lo ha fatto a prezzo di gravi perdite, le stime oscillano tra 2000 e 2500 morti, tra iraniani e afghani, che l’Iran onora come “difensori della patria” che hanno combattuto “per impedire ai terroristi di Daesh [l’Isis] di entrare in Iran”. Eventualità per nulla remota, come hanno dimostrato gli attentati al parlamento iraniano e al mausoleo dell’imam Khomeini nel giugno scorso. Tutte queste incertezze pesano sulla quotidianità degli iraniani: il crollo del valore del rial, la mancanza di investimenti e di lavoro, sono mali resi più acuti dall’inasprirsi della tensione internazionale. Alla fine del 2017 molte città iraniane hanno visto un’ondata di disordini che ha colto di sorpresa sia i commentatori sia le autorità. Cominciata con una manifestazione contro il carovita, promossa a quanto pare dalle forze conservatrici per mettere in difficoltà il Presidente Rohani, in breve la protesta è sfuggita di mano a chi voleva cavalcarla. Ha coinvolto soprattutto città di provincia e ha mobilitato gli strati più modesti della società contro la mancanza di prospettive e di lavoro, le diseguaglianze, i privilegi. Quei disordini dovrebbero dire ai dirigenti iraniani qualcosa sulla rabbia profonda che percorre il Paese, e che non è rappresentata da nessuno schieramento politico organizzato. L’Iran oggi è un Paese dove le campagne si svuotano, anche per la siccità che lo attanaglia da oltre un decennio, mentre le periferie urbane si riempiono di persone in cerca di lavoro. La disoccupazione è stimata intorno al 12% (dal Fondo Monetario internazionale), ma è opinione comune che sia più alta e che sfiori il 40% tra i giovani, che stentano a trovare un lavoro adeguato al titolo di studio. Molti sognano di emigrare; altri ripiegano nell’economia informale, che secondo stime del ministero del Lavoro assorbe circa 6milioni di persone (su una forza lavoro di 23milioni). Il Governo di Rohani è riuscito a tenere sotto controllo l’inflazione (toccava il 40% alla fine del mandato di Ahmadi Nejad, ora è stabilizzata intorno al 10%), ma non a rilanciare l’economia e soprattutto a offrire prospettive ai giovani iraniani.