Iraq

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Senza fine la guerra in Iraq. Durissime le battaglie per la liberazione di Mosul, città divisa in due dal fiume Tigri e occupata dai miliziani del cosiddetto Stato islamico.

Non si fermano gli attacchi bomba in tutto il Paese, soprattutto nella capitale Baghdad. Nel gennaio 2017, un’autobomba esplosa in un mercato affollato nel distretto di Jamila, a est della città, ha provocato almeno venti morti.

L’attentato è stato rivendicato dal autoproclamatosi Stato islamico (Is) con una dichiarazione online, dichiarando che l’obiettivo era colpire un raduno di sciiti nella zona. Un altro attacco simile, sempre a gennaio, ha ucciso 35 persone sono e altre decine sono rimaste ferite nel quartiere a maggioranza sciita della capitale irachena. In uno stesso giorno sono stati 60 i morti, vittime di tre attentati diversi.

Fronte aperto anche nella provincia di Al Anbar per riprendere il controllo di alcune cittadine vicino al fiume Eufrate. L’offensiva è sostenuta da milizie locali e dagli aerei della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.

Intensi in gran parte del Paese i bombardamenti della coalizione anti-Is, sia statunitensi sia russi, su tutta l’area tra la parte occidentale irachena e quella orientale siriana. L’operazione ha avuto come obiettivo quello di tagliare qualsiasi via di fuga verso le zone di confine con la Siria.

Una ricerca dell’IHS Markit, centro di ricerca inglese, afferma che il cosiddetto Stato islamico ha perso oltre il 40% dei suoi territori in Siria e Iraq tra il 2015 ed il 2016.

Per cosa si combatte

Gli effetti destabilizzanti dell’invasione del marzo 2003 e del rovesciamento del regime sono stati amplificati dallo sconvolgimento degli equilibri cui il Medio Oriente ha assistito negli ultimi anni – in particolare dal conflitto nella vicina Siria.

Stretto fra due vicini ingombranti, Iran e Turchia, l’Iraq post-americano, dove è forte l’influenza di Tehran, e dove non c’è mai stato un processo di riconciliazione nazionale, vede le sue diverse componenti influenzate da quelle stesse parti esterne impegnate nel conflitto siriano (in primo luogo Iran, Arabia saudita, e Turchia).

Il Governo del premier Nuri Al Maliki, in particolare, ha contribuito in modo determinante all’instabilità politica (con ricadute dirette sulla sicurezza), alienando la componente sunnita, in particolare nell’Ovest e nel Nord-Ovest, preparando così il terreno all’avanzata dell’Isis.

La situazione attuale, molto fluida e con parti notevoli del Paese fuori dal controllo del Governo centrale, suscita seri dubbi sulla possibilità che l’Iraq possa mantenere la sua integrità territoriale.

In ogni caso, le sue sorti dipendono ormai da come si evolverà la situazione regionale, in particolare dagli esiti del conflitto in Siria, nonché dall’atteggiamento di Tehran, alleata di Damasco, ma attualmente impegnata nei negoziati con Stati Uniti e Unione Europea sul proprio dossier nucleare.

Quadro generale

Già parte dell’Impero Ottomano, poi sotto mandato britannico (1920), nel 1932 l’indipendenza.

Nel luglio 1958 un golpe rovescia la monarchia. Un secondo, nel febbraio 1963, porta al potere il Ba’ath, partito nazionalista arabo. Presto estromessi, i ba’athisti tornano il 17 luglio 1968, instaurando il regime del partito unico.

Nel settembre 1980, Saddam Hussein, Presidente dal luglio 1979, attacca l’Iran, dove a febbraio la Rivoluzione Islamica dell’Ayatollah Khomeini ha rovesciato lo Scià.

Inizia una guerra sanguinosa; l’Occidente si schiera con Baghdad. Finito il conflitto (agosto 1988), l’Iraq è al disastro, debitore verso i Paesi del Golfo, che ne hanno finanziato l’avventura militare.

Il 2 agosto 1990, Saddam invade il Kuwait, accusato di abbassare il prezzo del petrolio per indebolire l’economia irachena. Il 6 agosto embargo dell’Onu, per costringere Baghdad a ritirarsi.

17 gennaio 1991, la Guerra del Golfo: una coalizione di 34 Paesi autorizzata dal Consiglio di Sicurezza attacca l’Iraq. Il 3 marzo il cessate il fuoco: ma le sanzioni restano finché l’Onu non certificherà che l’Iraq non possiede più “armi di distruzione di massa”.

L’embargo devasta il Paese, rafforzando il regime di Saddam, che Washington vuole rimuovere. Il pretesto sono le “armi di distruzione di massa”: il 20 marzo 2003 Stati Uniti e Gran Bretagna invadono l’Iraq, anche senza l’Ok del Consiglio di Sicurezza.

Baghdad cade il 9 aprile. L’occupazione del Paese è presto avallata dall’Onu. Ma il precipitare degli eventi spinge Washington a “restituire la sovranità” agli iracheni.

A fine giugno 2004 si insedia un Governo a interim guidato da Iyad Allawi, mentre l’Onu legittima la “Forza multinazionale”, sotto comando Usa, il cui mandato sarà prorogato annualmente.

Il 30 gennaio 2005 prime elezioni per un “Governo di transizione”. Il 15 ottobre è approvata la nuova Costituzione, il 15 dicembre gli iracheni tornano a votare. Nel maggio 2006 il nuovo Governo guidato da Nuri al Maliki: coalizione di partiti sciiti (religiosi) e kurdi.

Saddam, catturato nel dicembre 2003, viene giustiziato tre anni dopo.

Nel febbraio 2006 un attentato contro la moschea sciita di Samarra innesca una guerra civile fra sunniti e sciiti. La presenza militare Usa intanto sale a quasi 170mila uomini.

Il 14 dicembre 2008 Stati Uniti e Iraq firmano lo Status of Forces Agreement : tutte le truppe Usa si ritireranno entro fine 2011.

Le elezioni legislative del marzo 2010 vengono vinte di strettissima misura dall’alleanza nazionalista dell’ex premier Allawi, ma il nuovo Governo nasce (incompleto) solo a dicembre, e a guidarlo sarà di nuovo Maliki, riuscito a unificare gli sciiti.

Il 18 dicembre 2011 gli ultimi soldati Usa lasciano l’Iraq. La fase post-americana parte tuttavia con una grave crisi politica. Un mandato di arresto per “terrorismo” contro Tariq al Hashimi, uno dei vicepresidenti della Repubblica, innesca un ciclo di violenza incontrollata che insanguina il Paese.

Presto l’instabilità politica diventa paralisi. I sunniti iracheni si sentono sempre più emarginati dal Governo del premier Maliki (sciita), che continua ad accentrare poteri e controlla l’intero apparato di sicurezza.

Dal dicembre 2012 la protesta, inizialmente pacifica, fa pensare a una “primavera araba” irachena. Ma la repressione delle forze governative in pochi mesi incendia le zone sunnite, dove inizia la rivolta armata.

Nella Provincia di Anbar, in particolare, esponenti politici e religiosi invitano i rivoltosi a imitare i “fratelli siriani”, e a rovesciare il Governo di Baghdad.

In mezzo a una violenza che non dà tregua, si tengono prima elezioni provinciali, quindi politiche.

A vincere queste ultime (30 aprile) è di nuovo la coalizione di Maliki, che mira a un terzo mandato. Ma ad Anbar in molte zone non si è potuto votare: la città di Falluja e parte di Ramadi, capitale della Provincia, sono ormai controllate dai jihadisti del sedicente stato islamico.