Iraq

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nella infinita transizione irachena, il 2017 potrebbe essere ricordato come un anno chiave. La sconfitta militare del sedicente Stato Islamico ha infatti aperto la possibilità di una progressiva normalizzazione della vita del Paese, anche se rimangono forti tensioni tra la varie componenti religiose ed etniche, che si intrecciano con le più ampie crisi regionali. L’anno era iniziato con una serie di attentati con autobomba e kamikaze in varie città del Paese, come Baghdad, Samarra e Najaf: parte della strategia dell’Isis per contrastare la pressione militare attorno a Mosul, la più importante tra le città controllate dall’autoproclamato Califfato (alla diga di Mosul è presente un contingente militare italiano). Il 10 luglio la città è alla fine stata riconquistata dall’esercito iracheno appoggiato dalle milizie sciite, costituite fin dalla metà del 2014 per contrastare l’Isis. All’inizio di dicembre, il primo Ministro Al-Abadi ha annunciato la sconfitta dell’Isis. Nello stesso periodo, l’Onu ha rilevato che i precedenti mesi di ottobre e novembre erano stati i meno sanguinosi degli ultimi cinque anni. Dopo la sconfitta dell’Isis, il grande ayatollah Al-Sistani, massima autorità sciita, ha invitato le milizie sciite a smobilitare. Un segnale incoraggiante per la futura stabilità del Paese e per il ruolo delle forze armate nazionali, ma un segnale che deve ancora tradursi in realtà. Per molti iracheni, una data cruciale è stata il 9 settembre, quando nello stadio di Bassora 65mila persone hanno assistito all’amichevole di calcio tra Iraq e resto del mondo: era da 14 anni che la Fifa non autorizzava partite amichevoli nel Paese. Nonostante questi motivi di pacato ottimismo, la situazione nel Paese rimane molto fragile, specialmente nelle relazioni tra il Governo centrale e la Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Il referendum con cui il 25 settembre è stata votata l’indipendenza del Kurdistan iracheno, ha portato il Paese sull’orlo di una nuova guerra interna. Le forze militari kurde hanno poi scelto la ritirata di fronte all’esercito iracheno, lasciando la Regione petrolifera contesa ed etnicamente mista di Kirkuk. Altro motivo di preoccupazione è la rivalità tra Iran e Arabia Saudita che rischia di trasformare il Paese in un nuovo, e più esplosivo, terreno di confronto tra i due. Il 25 febbraio per la prima volta dal 1990, un ministro degli Esteri saudita ha compiuto una visita ufficiale a Baghdad. A ottobre il primo Ministro Al-Abadi ha ricambiato la visita e tra i due Paesi è stato creato un Consiglio che ha il compito di incrementare la cooperazione bilaterale in vari settori. Il possibile aumento dell’influenza saudita è guardato con sospetto da Teheran.

Per cosa si combatte

Gli effetti destabilizzanti dell’invasione del marzo 2003 e del rovesciamento del regime so-no stati amplificati dallo sconvolgimento degli equilibri cui il Medio Oriente ha assistito negli ultimi anni, in particolare dal conflitto nella vicina Siria. Stretto fra due vicini ingombranti, Iran e Turchia, l’Iraq post-americano, dove è forte l’influenza di Teheran, e dove non c’è mai stato un reale processo di riconciliazione nazio-nale, vede le sue diverse componenti influenzate da quelle stesse parti esterne impegnate nel conflitto siriano (in primo luogo Iran, Arabia Saudita, e Turchia). L’uscita di scena del Governo di Nouri al-Maliki e la sconfitta del sedicente Stato Islamico almeno sul piano militare più classico, potrebbero aprire nuove possibilità di ricostruzione e finalmente avviare il processo di riconciliazione nazionale mancato negli ultimi quindici anni. Lo stato iracheno, per quanto fragile, ha dimostrato una certa capacità di adattamento e finora il tanto temuto smembramento del Paese non c’è stato. Le linee di frattura interne, tuttavia, rimangono molto marcate e il futuro del Paese dipende anche dall’esito del più ampio scontro politico e militare tra sciiti e sunniti, ovvero Iran e Arabia Saudita, di cui l’Iraq rischia di essere uno dei prossimi campi di battaglia.

Quadro generale

Già parte dell’Impero Ottomano, poi sotto mandato britannico (1920), nel 1932 conquista l’indipendenza. Nel luglio 1958 un golpe rovescia la monarchia. Un secondo, nel febbraio 1963, porta al potere il Ba’ath, partito nazionalista arabo. Presto estromessi, i ba’athisti tornano il 17 luglio 1968, instaurando il regime del partito unico. Nel settembre 1980, Saddam Hussein, Presidente dal luglio 1979, attacca l’Iran, dove a febbraio la Rivoluzione Islamica dell’Ayatollah Khomeini ha rovesciato lo Scià.

Inizia una guerra sanguinosa; l’Occidente si schiera con Baghdad. Finito il conflitto (agosto 1988), l’Iraq è al disastro, debitore verso i Paesi del Golfo, che ne hanno finanziato l’avventura militare. Il 2 agosto 1990, Saddam invade il Kuwait, accusato di abbassare il prezzo del petrolio per indebolire l’economia irachena. Il 6 agosto embargo dell’Onu, per costringere Baghdad a ritirarsi.

17 gennaio 1991, la Guerra del Golfo: una coalizione di 34 Paesi autorizzata dal Consiglio di Sicurezza attacca l’Iraq. Il 3 marzo il cessate il fuoco: ma le sanzioni restano finché l’Onu non certificherà che l’Iraq non possiede più “armi di distruzione di massa”.

L’embargo devasta il Paese, rafforzando il regime di Saddam, che Washington vuole rimuovere. Il pretesto sono le “armi di distruzione di massa”: il 20 marzo 2003 Stati Uniti e Gran Bretagna invadono l’Iraq, anche senza l’ok del Consiglio di Sicurezza. Baghdad cade il 9 aprile. L’occupazione del Paese è presto avallata dall’Onu. A fine giugno 2004 si insedia un Governo a interim guidato da Iyad Allawi, mentre l’Onu legittima la “Forza multinazionale”, sotto comando Usa, il cui mandato sarà prorogato an-nualmente.

Il 30 gennaio 2005 prime elezioni per un “Governo di transizione”. Il 15 ottobre è approvata la nuova Costituzione, il 15 dicembre gli iracheni tornano a votare. Nel maggio 2006 il nuovo Governo guidato da Nuri al Maliki: coalizione di partiti sciiti (religiosi) e kurdi.

Saddam, catturato nel dicembre 2003, viene giustiziato tre anni dopo.

Nel febbraio 2006 un attentato contro la moschea sciita di Samarra innesca una guerra civile fra sunniti e sciiti. La presenza militare Usa intanto sale a quasi 170mila uomini.

Il 14 dicembre 2008 Stati Uniti e Iraq firmano lo Status of Forces Agreement: tutte le truppe Usa si ritireranno entro fine 2011.

Le elezioni legislative del marzo 2010 vengono vinte di strettissima misura dall’alleanza na-zionalista dell’ex premier Allawi, ma il nuovo Governo nasce (incompleto) solo a dicembre, e a guidarlo sarà di nuovo Maliki, riuscito a unificare gli sciiti.

La fase post-americana parte tuttavia con una grave crisi politica. Un mandato di arresto per “terrorismo” contro Tariq al Hashimi, uno dei vicepresidenti della Repubblica, innesca un ciclo di violenza incontrollata che insanguina il Paese.

Presto l’instabilità politica diventa paralisi. I sunniti iracheni si sentono sempre più emargi-nati dal Governo del premier Maliki (sciita), che continua ad accentrare poteri e controlla l’intero apparato di sicurezza.

Dal dicembre 2012 la protesta, inizialmente pacifica, fa pensare a una “primavera” irachena. Ma la repressione delle forze governative in pochi mesi incendia le zone sunnite, dove inizia la rivolta armata. In mezzo a una violenza che non dà tregua, si tengono prima elezioni provinciali, quindi politiche.

A vincere queste ultime (30 aprile) è di nuovo la coalizione di Maliki, che mira a un terzo mandato. Ma ad Anbar in molte zone non si è potuto votare: la città di Falluja e parte di Ramadi, capitale della Provincia, sono ormai controllate dai jihadisti del sedicente Stato Islamico. L’Isis espande progressivamente la propria area di influenza, fino ad arrivare a occupare Mosul, seconda città del Paese, nel giugno del 2014, spingendosi anche in altre province a maggioranza sunnita. I successivi tre anni sono quelli di una lenta riconquista del territorio perso e l’esercito iracheno viene affiancato da milizie locali sciite, oltre che dai peshmerga kurdi che proteggono la Regione autonoma del Kurdistan. Mosul viene ripresa il 10 luglio 2017.