Kirghizistan

Asia Post-sovietica: un mosaico da decifrare

Dall’indipendenza all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, con il collasso dell’Unione Sovietica, lo sfruttamento dello risorse idriche è stato un dei nodi irrisolti tra le cinque Repubbliche Centro Asiatiche del Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan. A metà marzo 2018 il vertice di Astana tra i leader di questi Paesi ha allontanato lo spettro di un conflitto sulle risorse. Kazkhstan e Kirghizistan hanno problemi con l’acqua, Kirghizistan e Tagikistan di elettricità e accusano gli uzbechi di sfruttare i loro fiumi. Questi ultimi a loro volta contestano la costruzione di dighe e altri progetti idroelettrici kirghizi e kazachi.

All’interno dei singoli Stati, con la Regione considerata una dei serbatoi di reclutamento dello jihadismo, il 2017 ha riservato sviluppi differenti. L’Uzbekistan, il più popoloso dei cosiddetti “Stan” ha visto il primo anno di mandato effettivo del Presidente Shavkat Mirizyaev, eletto a settembre, prendendo il posto del predecessore Islam Karimov, al potere dall’indipendenza dell’Unione Sovietica nel 1991. Il mandato si è aperto con la speranza di aperture democratiche, che ha creato attese per il 2018. A luglio è stata arrestata e posta sotto processo Gulnara Karimova, figlia del defunto Presidente Karimov, accusata di frode e corruzione. Il Kazakhstan di Nursultan Nazarbayev ha rivisto a settembre del 2011 la propria dottrina militare. Il Paese dichiara di non avere nemici, ma Astana teme l’aggressività russa come accaduto in Ucraina. Nel Paese cresce il nazionalismo, alimentato anche dalla pretesa di un’unità etnica costruita a tavolino dopo l’indipendenza. Anche un processo come quello della latinizzazione dell’alfabeto è percepito a Mosca come sospetto, una mossa in chiave anti-russi.

A differenza dell’Uzbekistan, le elezioni in Kirghizistan non hanno dato molte speranze, nonostante il Paese goda di un sistema democratico più o meno solido. Ciò che manca è la stabilità, per via delle crescenti tensioni politiche, alimentate anche da due rivoluzioni, nel 2005 e nel 2010. La tutela dei diritti umani continua a essere a rischio. Un voto in stile sovietico in Turkmenistan ha invece confermato con il 97% dei consensi il Presidente uscente Gurbanguly Berdymukhamedov. Il Paese rischia tuttavia rivolte a causa del taglio dei sussidi. Quanto al Tagikistan, l’ex Repubblica Sovietica ha rafforzato le misure repressive contro quello che ritiene il pericolo islamista, intensificando i controlli sui credenti e sugli studenti all’estero. In vista delle legislative del 2020 è stato approvato un emendamento che porta l’età per la candidatura al Presidente da 35 a 30, favorendo il sindaco di Dushanbe, nonché figlio dell’attuale capo di Stato, Rustam Emomali.

Ragioni di politica interna sono a detta di molti analisti alla base delle preoccupazioni per la sicurezza che dipingono le ex Repubbliche Sovietiche dell’Asia centrale. La tesi presuppone che il pericolo jihadista venga sfruttato per contenere spinte dal basso alimentate dalla povertà, dalla precarietà economica legata anche all’andamento del prezzo del petrolio e del rublo, nonché alla successione al potere. Il rischio radicalizzazione è però reale, alimentato dalla ricerca di nuove opportunità economiche e dall’impossibilità a professare la propria fede. Paesi come il Tagikistan, il Turkmenistan e il Kirghizistan rischiano di dover fronteggiare miliziani di ritorno da altri conflitti, in particolare modo dall’Afghanistan. I Paesi dell’Asia Centrale, data la loro condizione geografica, si trovano inoltre coinvolti nel progetto cinese di ricostruzione della via della Seta. La Belt and Road Initiative lanciata nel 2013 dal Presidente Xi Jinping per costruire una rete commerciale e logistica tra Asia ed Europa, potrebbe tuttavia entrare in conflitto con l’Unione economica euroasiatica, voluta da Mosca nel 2015, con l’intento di creare un’unione doganale nello spazio ex-sovietico, che orienti questi Paesi verso la Russia. Le due Potenze hanno obiettivi divergenti e assieme agli investimenti potrebbero alimentare l’instabilità.

I cinque “stan” dell’Asia orientale post sovietica sono culturalmente e etnicamente disomogenei. Stati indipendenti dal 1991, avevano gravitato prima nell’area russo zarista e poi dell’Urss. In epoca zarista l’Asia centrale era stata divisa dall’Impero in due Governatorati, lasciando autonomi l’emirato di Bukhara e il canato di Khiva. È soltanto nel 1936, con l’Urss, che i cinque stan hanno assunto il loro attuali confini. Il Kazakhstan è il più grande e secondo per popolazione. Sin dal 1991 è guidato dall’ex numero uno del locale Partito comunista, Nursultan Nazarbayev, rieletto senza soluzione di continuità nel corso degli ultimi 27 anni, l’ultima volta nel 2015. Benché accusato di reprimere le opposizioni, è forte dei traguardi in economia, la più grande dell’area.

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, il Kazakhstan ha conosciuto una massiccia emigrazione di cittadini sovietici spediti nel Paese per favorire i programmi di sviluppo rurale: circa due milioni di persone, in gran parte russi. Con l’indipendenza un gran numero di appartenenti alle minoranze non musulmane ha lasciato il Paese, un processo – unito al ritorno di kazaki espatriati – che ha rimescolato il quadro demografico della Repubblica, intenta a creare una propria identità nazionale. Le tensioni sociali non sono tuttavia sopite, come dimostra la repressione degli scioperi del 2011 nella città di Zhanaozen (almeno 16 morti).

Così come il Kazakhstan anche l’Uzbekistan dall’indipendenza ha in pratica conosciuto un unico Presidente, il segretario del locale Partito comunista, Islam Karimov. La nascita di una Repubblica socialista risale al 1924, dopo i tentativi di resistenza all’Armata Rossa. Sotto l’Urss la Repubblica si è caratterizzata per l’estensiva coltura del cotone, che ha depauperato le risorse idriche, portando alla quasi scomparsa del lago di Aral. Risale invece al 2005 quello che è passato alla storia come il “massacro di Andjian”. Nel maggio di 13 anni fa le forze di sicurezza furono inviate nella città, nell’Est del Paese, per reprimere i manifestanti che protestavano contro la corruzione e l’ingiustizia. I morti furono centinaia, ma a distanza di un decennio non se ne conosce ancora il numero corretto.

Il Kirghizistan, dal 1936, con il nome di Repubblica Socialista Sovietica Chirghisa, è stato una repubblica federata dell’Urss al 1991. Il Khanato (o canato) era stato occupato nel 1876 dall’Impero Russo che iniziava così il lungo periodo egemonico russo. La più forte ribellione avvenne nel 1916, repressa nel sangue. L’oppressione russa dunque continuò, e fu nel 1918 che iniziò l’era dei Soviet. Per il Kirghizistan, un’età di scolarizzazione e alfabetizzazione di massa, e di forte industrializzazione connessa all’urbanizzazione del territorio, arido e selvaggio. Ciò continuò per tutto il Novecento, nonostante la forte repressione di movimenti contrari al regime, ma nacquero dei movimenti culturali clandestini. Contemporaneamente, iniziò un periodo di conflitto etnico con la minoranza uzbeka dell’oblast di Osh. I conflitti etnici non si fermarono nemmeno con l’indipendenza. Venne eletto come primo Presidente Askar Akayev, che rimase al potere fino al 2005 quando si dovette dimettere in seguito a violente proteste contro il suo potere, corrotto e autoritario (la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani). Fu eletto allora Kurmanbek Bakiyev con la speranza di un cambiamento. Ma, per gli oppositori, la speranza fu vana: ritenuto un semi-dittatore si arrivò a violente manifestazioni di piazza, continue proteste che arrivarono al culmine nell’aprile del 2010 quando ci furono 75 morti negli scontri. E la rivolta ancor oggi cova sotto la cenere, soprattutto a Sud.

Travagliato è invece il percorso dell’ultimo quarto di secolo del Tagikistan. Il Paese continua a essere dipendente dalla Russia. Dall’indipendenza è stato teatro di una guerra civile, conclusasi nel 1997, che ha visto fronteggiarsi fazioni regionali. Nel 2010 le forze governative hanno dovuto fronteggiare i signori della valle di Rasht e ancora i gruppi del Gorno-Badakshan. Nel 2015 poi, alti ufficiali attaccarono il ministero della Difesa. Un episodio preso a pretesto dal presidente Emomali Rahamon per attaccare l’opposizione. Sulle orme del suo predecessore, Saparmyrat Niyazov, al potere dall’inizio degli anni Novanta, anche Kurbanguly Berdymukhamedov in carica dal 2007, ha rafforzato il culto della sua personalità, facendosi assegnare il titolo di Arkadag, padre della Patria ed estendendo il limite di mandati presidenziali da cinque a sette anni.