Kosovo

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il 2018, l’anno del decennale dell’indipendenza, si è aperto nel peggiore dei modi. L’omicidio il 16 gennaio di Oliver Ivanović, leader della minoranza serba, ha ricordato a chiunque stesse cercando di dimenticarlo che le ferite in Kosovo non si sono ancora rimarginate. E, per giunta, che c’è qualcuno che fa di tutto per farle riaprire. Freddato con cinque colpi di pistola sparati da un killer incappucciato mentre usciva di casa a Mitrovica Nord, Ivanović era stato condannato da un tribunale Eulex a 9 anni per crimini di guerra. Sentenza poi annullata da una corte di Pristina, che aveva disposto un nuovo processo. Il suo assassinio ha avuto come primo risultato uno stop ai negoziati tra Pristina e Belgrado. Ma il timore più grande è che possa far salire nuovamente la tensione interetnica. Un timore mai superato, come hanno dimostrato i violenti scontri scoppiati a Mitrovica nel 2014.

Esattamente un mese dopo l’omicidio di Ivanović, il Kosovo ha festeggiato il suo decimo compleanno. Tra i regali, il 166° riconoscimento da parte di un membro delle Nazioni Unite, l’isola di Barbados. Ma restano tra i Paesi che non riconoscono la sua indipendenza ancora nomi ingombranti, tra cui i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Russia e Cina e membri dell’Unione Europea, come la Spagna.

Dopo dieci anni, il Kosovo è ancora un quasi Stato. Con gran parte delle proprie istituzioni commissariate dalla comunità internazionale, che ha anche mostrato tutti i propri limiti; senza un esercito e senza che i suoi cittadini abbiano la possibilità di viaggiare liberamente in Europa, ultimo tra i Paesi Balcanici; con un passato che ha sempre più l’aspetto di un eterno presente, una criminalità e una corruzione dilaganti, e una disoccupazione giovanile al 50%, fonte di una diaspora che non sembra mai finire.

La classe al potere dà forse l’immagine più lampante delle mille contraddizioni in cui è intrappolato il Kosovo: tutte e tre le principali cariche dello Stato sono coperte da ex combattenti dell’Uçk, personaggi sospettati di gravi crimini. Il Presidente, Hashim Thaçi, è stato indicato dai servizi segreti tedeschi come a capo di una rete di traffico di armi, stupefacenti e organi. Il capo del Governo, Ramush Haradinaj, nome di battaglia “Rambo”, è stato processato dal tribunale dell’Aja per omicidio, saccheggio e devastazione. Assolto, il Tribunale non mancò di notare il clima di intimidazione che regnava tra i testimoni. E infine, il Presidente del parlamento Kadri Veseli, ex capo del servizio segreto kosovaro, Shik, ritenuto molto vicino ai primi due ai tempi dell’Uçk.

Per cosa si combatte

La conquista dell’indipendenza da parte del Kosovo, il 17 febbraio 2008, non ha sopito la “questione kosovara”. La Costituzione serba del 2006, nel preambolo, dichiara infatti il Kosovo parte integrante del territorio dello Stato, riconoscendogli lo status di Provincia autonoma. Il mantenimento dell’indipendenza nazionale è quindi tuttora una questione all’ordine del giorno a Prishtina. Già ai tempi della Jugoslavia, il Kosovo godeva di ampia autonomia politica e amministrativa, dovuta alla sua composizione etnica a larghissima maggioranza albanese. Le cose cambiarono quando, nel marzo 1989, l’allora Presidente della Serbia, Slobodan Milošević, revocò gran parte dell’autonomia territoriale, eliminò l’albanese come seconda lingua ufficiale accanto al serbo-croato e chiuse le scuole di lingua albanese. La Provincia subì una serbificazione della classe dirigente: i funzionari, gli insegnanti e gli amministratori locali vennero sostituiti con serbi o con persone comunque allineate a Belgrado. La popolazione albanese e i suoi leader, primo fra tutti Ibrahim Rugova, a capo della Lega democratica del Kosovo, Ldk, scelsero l’opposizione pacifica, dichiarando l’indipendenza unilateralmente nel 1990.

Fu la fine della guerra di Bosnia-Erzegovina a scatenare l’escalation, forse perché liberando risorse militari dal fronte, la Serbia diede inizio alla pulizia etnica. Anche dal lato kosovaro si sollevarono le armi. Alla guida della lotta armata si pose l’Esercito di liberazione del Kosovo, Uçk. Fu l’intervento della Nato a porre fine alla guerriglia e alla pulizia etnica.

Quadro generale

La forma di Stato scelta dal Kosovo alla sua indipendenza, il 17 febbraio 2008, è la Repubblica parlamentare monocamerale. Gli organi dello Stato e le loro funzioni sono regolate dalla Costituzione, che ha però trovato compimento solo con degli accordi di Bruxelles del 2013 sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo. La rappresentanza delle minoranze etnico-linguistiche è garantita da una norma costituzionale che riserva una quota dei seggi a rappresentanti della comunità serba più altri dieci per le restanti minoranze. Un’ulteriore garanzia è data dal sistema elettorale multipartitico. L’amministrazione pubblica e la costruzione dell’impianto legislativo sono tuttora sotto la diretta competenza della missione Eulex (European Union Rulke of Law Mission in Kosovo) dell’Unione europea, insieme all’Unmik (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo), la missione nata nel 1999 con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In realtà, dall’indipendenza del 2008, le funzioni dell’Unmik avrebbero dovuto essere trasferite a Eulex. La transizione, però, si è rivelata più complessa del previsto e non ha ancora trovato compimento. La missione Eulex, che era stata prevista per un periodo limitato, continua a operare sulla base di ripetute proroghe. Nel corso degli anni, la missione Eulex è stata oggetto di critiche per la scarsa efficacia del suo operato, soprattutto in campo giudiziario, e accuse di corruzione. Nel 2009 una violenta protesta guidata da un gruppo di cittadini kosovari causò l’incendio di numerose auto e l’arresto di 21 persone. Nel 2014, le accuse di corruzione raggiunsero i massimi livelli, tanto da causare l’intervento dell’Ue, che istituì una commissione d’inchiesta. Al termine dei lavori, nel 2015, la commissione non rilevò responsabilità della missione, affermando però che il problema della corruzione in Kosovo è presente. Nel 2017 un nuovo scandalo ha investito il giudice capo della missione, l’inglese Malcom Simmons, che si è dimesso. Dal 2016 il Presidente del Kosovo è Hashim Thaçi, già primo Ministro e ministro degli Esteri. A capo del Governo c’è Ramush Haradinaj, leader del partito Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak). L’attuale Governo è composto da 25 ministeri, una parte dei quali retti da rappresentati delle minoranze serba, bosgnacca e turca. Il parlamento è composto da 120 deputati. Di questi, 100 seggi sono assegnati con voto diretto proporzionale, almeno 10 seggi sono garantiti alla comunità serba a 10 distribuiti tra le altre minoranze presenti sul territorio tra rom, bosgnacchi, turchi, ecc. La legislatura dura quattro anni. Il territorio è suddiviso in sette distretti amministrativi: Ferizaji/Uroševac, Gjakova/Đakovica, Gjilanit/Gnjilanski, Mitrovica/Kosovska Mitrovica, Peja/Peć, Prishtina/Priština e Prizreni/Prizren. Le municipalità sono 48. La suddivisione amministrativa, effettuata dall’Unmik da ultimo nel 2000, cercando di calibrarla sulla distribuzione etnica della popolazione, è stata contestata dalla Serbia, senza effetto. Il Kosovo ha una sola università, divisa in due diverse unità: quella di lingua albanese che ha sede a Prishtina e conta 17 facoltà, e quella in lingua serba con sede a Kosovska Mitrovica, che conta 10 facoltà e fa parte dell’unione delle università serbe. La massima autorità giudiziaria è la Corte suprema. L’indipendenza della magistratura, prevista dalla costituzione, è garantita dal Consiglio giudiziario del Kosovo, che propone al Presidente la nomina dei procuratori e svolge il ruolo di organo disciplinare della magistratura. Almeno il 15% dei componenti della Corte Suprema e dei tribunali distrettuali devono appartenere alle minoranze etniche. Sull’implementazione del sistema giudiziario è competente la missione Eulex. L’economia del Kosovo è una tra le meno sviluppate d’Europa. Il fabbisogno interno dipende completamente dalle importazioni. Passi avanti si stanno comunque facendo. Dal punto di vista della facilità di creare impresa, secondo la classifica Doing business della Banca Mondiale, il Kosovo ha fatto un balzo in avanti, classificandosi 40° nel 2017 su 190 Paesi. Nel 2012 era 96°. Il risultato è frutto della semplificazione fiscale e nell’accesso al credito, ma resta ancora molto da fare sul fronte della burocrazie dei permessi, sullo stato delle infrastrutture, sull’accesso alle reti e sul fronte doganale. Dal punto di vista demografico, il continuo calo della popolazione iniziato negli anni 90 ha subito un’inversione di tendenza nel 2011, anno dell’ultimo censimento, da quando il numero dei residenti ha ripreso a crescere.