Kurdistan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Al centro del “grande gioco” mediorientale, i Curdi hanno vissuto un anno durissimo. In Siria, ai combattimenti contro l’Isis ormai sulla via della sconfitta e a quelli contro le truppe del Governo di Damasco, si sono aggiunte le incursioni corazzate dell’esercito turco, che sta colpendo nell’indifferenza generale, la Regione di Afrin.

Il Governo di Ankara ha aumentato la pressione militare verso i territori curdi della Siria, il Rojava, e allo stesso tempo sta lavorando perché cessi il sostegno militare statunitense ai combattenti curdi.

In Turchia le cose non vanno meglio. Il Governo di Erdogan ha esteso la repressione contro attivisti per i diritti umani, giornalisti e oppositori in genere: in una Turchia meno democratica è difficile vedere all’orizzonte un qualche progresso per i diritti dei curdi.

In Iraq, l’evento dell’anno 2017 è stato il referendum per l’indipendenza, organizzato dal Governo autonomo del Kurdistan iracheno per il 25 settembre e vinto a stragrande maggio-ranza dal sì.

Un sì, però, destinato a non modificare granché nell’immediato, anzi. Il referendum si è rivelato un boomerang politico e ha accentuato la tensione tra il Governo regionale e quello centrale di Baghdad.

Il braccio di ferro ha rischiato di far scoppiare una guerra aperta tra esercito iracheno e peshmerga curdi, che hanno poi deciso di ritirarsi da una parte consistente del territorio che era stato sottratto all’Isis, comprese aree attorno a Mosul e soprattutto a Kirkuk, fondamentale snodo petrolifero.

La reazione del Governo federale iracheno, che ha anche bloccato i confini della Regione curda e il suo spazio aereo, ha reso evidente che la sostenibilità di un eventuale stato curdo-iracheno è tutt’altro che garantita.

Lo strappo del referendum ha accentuato la crisi interna del Governo regionale curdo-iracheno: le elezioni che avrebbero dovuto svolgersi a novembre, sono state rinviate di otto mesi; il parlamento regionale, sospeso per quasi due anni, è tornato a riunirsi, ma la spaccatura tra il Governo e le opposizioni si è manifestata in tutta la sua profondità.

L’economia va male, soprattutto dopo la riduzione delle entrate petrolifere.

A dicembre, manifestazioni di piazza contro il Governo, per protestare contro il ritardo dei pagamenti degli impiegati pubblici e contro la corruzione, sono state represse duramente, con decine di arresti e ampio uso di lacrimogeni.

Per cosa si combatte

Quella del popolo curdo è una lotta su più fronti per l’autodeterminazione, l’autonomia e il riconoscimento della propria identità e dei diritti civili e politici all’interno dei diversi Stati in cui si trovano a vivere. Circa 30-40 milioni di curdi (ma i dati non sono molto attendibili) vivono in una Regione in gran parte montagnosa, nel cuore del Medio Oriente, divisi tra Armenia, Iran, Iraq, Siria e Turchia. Sono il quarto più numeroso gruppo etnico del Medio Oriente, ma non hanno mai avuto un loro Stato nazionale. Il Kurdistan, letteralmente “Paese dei Curdi”, è una vasta area geografica di circa 500mila kmq. Si tratta della Regione corrispondente alla parte Settentrionale e Nord-Orientale dell’antica Mesopotamia. Il popolo curdo – di origine indo-iraniana – ha la sua lingua, cultura e organizzazione politica ma la sua identità e le libertà fondamentali sono ancora oggi negati, nonostante le battaglie di numerose organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, e delle stesse istituzioni europee: la Commissione contro il Razzismo e l’Intolleranza del Consiglio d’Europa, ha più volte sottolineato come in Turchia non siano garantiti ai curdi diritti basilari quali quello di espressione, assemblea e associazione. I Governi di Iran, Turchia, Siria e dell’Iraq di Saddam Hussein, hanno sempre cercato – seppure in modi diversi e in fasi diverse – di negare la stessa esistenza di questo popolo tentando di cancellarne la cultura, la storia, la lingua e attuando repressioni a volte ferocissime. Nessuno dei Paesi coinvolti vuole rinunciare alle risorse naturali, a partire dal petrolio, di cui è ricco il Kurdistan.

Quadro generale

Con la fine della Prima Guerra Mondiale sembrò possibile la nascita di uno Stato curdo indipendente. A prevederlo era il Trattato di Sévres, firmato il 10 agosto 1920, che stabiliva la creazione di un Kurdistan autonomo nell’Anatolia Orientale. Il Trattato non venne però rispettato, a pesare fu soprattutto la forza della nascente Repubblica turca. Di fatto, il successivo Trattato di Losanna, firmato nel 1923 da Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Grecia, Romania cancellò il trattato di Sévres e i territori abitati dal popolo curdo vennero spartiti tra Turchia, Siria, Iran ed Iraq. Oltre 25milioni di curdi furono dispersi, per la maggior parte, in questi quattro Stati. In Iraq, vivono circa 7milioni di curdi, in gran parte nella Regione autonoma del Kurdistan, che copre circa 85mila kmq – per i curdi Basur-Kürdistan, cioè Kurdistan del Sud – ma abitano anche in altre città: Kirkuk, Mosul e la capitale Baghdad. Il Partito Democratico del Kurdistan (Pdk) guidato da Mustafa Barzani si è opposto al regime di Saddam Hussein che ha adottato repressioni brutali contro i curdi: armi chimiche, arresti, uccisioni, sparizioni e deportazioni forzate. In Iraq i due maggiori partiti curdi, il Pdk e il Puk (Unione Patriotica del Kurdistan) si contendono il dominio del territorio e delle sue risorse, anche se forze politiche sganciate dalle due tradizionali sono ormai parte integrante del panorama politico curdo-iracheno. In Iran vivono circa 12milioni di curdi, musulmani sunniti, in un’area di 140mila kmq chiamata Rojhelat Kurdistan, cioè Est Kurdistan. Con lo scoppio della rivoluzione Khomeinista (1979) i curdi iraniani riuniti attorno al Pdki (Partito democratico del Kurdistan Iraniano) fondato da Abdul Rahman Ghassemlou, hanno lottato per ottenere una loro forma di autonomia all’interno dello Stato. Il potere sciita ha dato il via ad una dura repressione che ha causato circa 10mila morti. In Siria, i curdi vivono in gran parte nella Regione chiamata Rojava, situata a Nord Est del Paese in un’area di circa 40mila kmq abitata da 3milioni di persone. Fino all’inizio della guerra civile nel 2011, i curdi non avevano alcun riconoscimento da parte del Governo di Damasco che ha invece cominciato a concedere ampi margini di autonomia al Pyd, il principale partito curdo siriano, con l’aggravarsi del conflitto. In territorio turco si trova la gran parte dell’area del Kurdistan, circa 250mila kmq. Ci vivono 12milioni di curdi che chiamano la Regione Bakur-Kurdistan, cioè Nord-Kurdistan. Ai curdi in Turchia non è riconosciuto nessun diritto, la politica del Governo di Ankara è quella di negare la loro stessa esistenza. Nel 1979 il leader curdo Abdullah Ocalan fonda con altri il Pkk, Partito dei lavoratori curdi, organizzazione politica e militare che comincia la sua lotta armata contro il Governo turco per ottenere il riconoscimento dell’identità del popolo curdo. La reazione della Turchia è stata ed è ancora oggi durissima: perquisizioni forzate, distruzione di villaggi, arresti ingiustificati e torture. Dal 15 febbraio del 1999 Ocalan è l’unico detenuto nell’isola prigione di Imrali: era stato condannato a morte dalla Turchia, ma la condanna è stata trasformata in ergastolo nel 2002, quando la Turchia ha abolito la pena di morte. Tra la fine degli anni Novanta e la metà dei Duemila, una serie di piccole concessioni del Governo turco e diversi cessate il fuoco dichiarati dal Pkk avevano fatto sperare in una possibile pace. La speranza si è affievolita a partire dal 2010 ed è tramontata dopo lo scoppio della guerra in Siria e l’avanzata dello Stato Islamico in Siria e in Iraq. A partire dal 2013, le milizie dell’Isis hanno iniziato le loro avanzate contro le zone curde della Siria, venendo respinte dalle forze curde dell’Ypg. Tra il settembre del 2014 e il gennaio del 2015, è stata combattuta la battaglia per Kobane: la Turchia si è rifiutata di attaccare le forze dell’Isis che minacciavano di conquistare la città curda e non ha aperto il confine alle decine di migliaia di profughi che cercavano di lasciare la zona degli scontri.

Tanto in Siria quanto in Iraq, le milizie curde sono state in prima linea nelle offensive dirette a riconquistare il territorio controllato dall’Isis. A ottobre del 2017 le milizie curde assieme ad altre forze del Syria Democratic Forces (Sdf) sono riuscite a riconquistare Raqqa, la “capitale” dell’IS. Il rafforzamento della posizione curda nel Rojava e la sempre maggiore autonomia della Regione hanno spinto il Governo turco a intervenire militarmente.