Liberia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Giugno 2017: è la data di scadenza della missione di pace delle Nazioni Unite in Liberia, formata da 15mila Caschi Blu. Erano lì dal 2003. La missione era iniziata dopo due guerre civili, che avevano provocato la morte di centinaia di migliaia di persone.

Lo scopo dell’Onu era disarmare gli schieramenti e addestrare un nuovo esercito nazionale e una nuova forza di polizia. Quindi è il Governo liberiano a dover assicurare la sicurezza dei propri cittadini.

Intanto il Paese si sta riprendendo anche dall’epidemia Ebola, virus che ha contagiato tremila persone nell’Africa Occidentale e che ha rischiato di produrre una crisi di stabilità, anche politica.

Insieme alla diffusione del virus si è di riflesso sviluppata un’altra situazione allarmante: ondate di stupri, di aggressioni sessuali e di violenze nei confronti di donne e ragazze. Solo nel corso del 2016 si è saputo che, durante l’epidemia di ebola, in Guinea, in Liberia e in Sierra Leone le gravidanze in età adolescenziale sono aumentate anche di dieci volte. La causa è da ricercarsi nell’aumento degli stupri provocato dalla diffusione del virus.

Per cosa si combatte

Per molti anni, sono stati il controllo del potere e della ricchezza la ragione delle guerre civili in Liberia, alimentate dalle dittature di Samuel Kanyon Doe prima e di Charles Taylor poi, con i colpi di stato che li hanno portati al comando. I due dittatori hanno governato appoggiandosi a pochi elementi dei loro clan familiari, puntando infine allo scontro con gli Stati vicini per impadronirsi di risorse naturali e aumentare la loro ricchezza personale. Lo scontro – quando non è stato con le bande rivali – è stato sempre con chi si opponeva per disperazione, con coloro che volevano reagire all’oppressione, al reclutamento forzato dei bambini soldato e all’assassinio indiscriminato di ogni oppositore. Gli accordi di Accra, che hanno portato all’attuale presidenza, sono stati firmati dalle fazioni ribelli puntando a un rinnovamento del Paese. Per ora tengono, aiutati da una forza multinazionale inviata dall’Onu e a dispetto delle tensioni create dal permanere in molte aeree di gruppi armati pronti a scendere in campo. E il caos nato alla fine del 2013, con l’esplosione dell’epidemia di Ebola, non aiuta certo chi vuole mantenere la pace.

Quadro generale

Già il nome, Liberia, definisce una comunità di “liberi uomini di colore”. E poteva essere una storia di libertà, invece, è stata una vicenda di sangue e di diamanti. Inizia tutto nel 1822, quando in questo territorio si installano i coloni afroamericani sotto il controllo dell’American Colonization Society. Una terra promessa che, tuttavia, doveva essere contesa agli indigeni che lì vivevano. Il nuovo stato aveva l’estensione delle terre controllate dalla comunità dei coloni e da coloro che ne erano stati assimilati. Gran parte della storia della Liberia è un continuo susseguirsi di scontri e tentativi, raramente coronati da successo, di una minoranza civilizzata di dominare una maggioranza considerata per tanti aspetti “inferiore”.

Se all’inizio lo scontro è scandito dalla necessità di affermare un principio di civiltà contro un principio di inciviltà, così erano pensati gli uomini che vi abitavano, poi è diventato uno scontro per accaparrarsi i diamanti della vicina Sierra Leone. Negli ultimi vent’anni i focolai di conflitto hanno più volte ripreso vigore, sfociando in violenze e veri “stermini etnici”. La rivolta del 1989 ha messo fine alla violenta dittatura di Samuel Doe, preparando l’avvento dell’altrettanto sanguinaria era di Charles Taylor. Tra il 1992 e il 2002, con l’intento di conquistare le miniere di diamanti della confinante Sierra Leone, Taylor appoggia il Revolutionary United Front (Ruf) di Foday Sankok.

Al potere, Taylor, ci arriva nel 1997 dopo una lunga scia di sangue e di traffici loschi. A Monrovia instaura un regime di terrore. La polizia speciale liberiana, che fa capo direttamente al Presidente, non ha avuto pietà con gli ex oppositori del Movimento Unito di Liberazione (Ulimo): arrestati, torturati e uccisi a centinaia. Mentre il terrore vive a Monrovia, non cessano i conflitti interetnici e le lotte fra fazioni. I membri del Governo appartenenti alla famiglia di Taylor, intanto, non perdono occasione per dimostrare la loro incompetenza nel tentativo di rilanciare un’economia distrutta dalla guerra e che vede nel miraggio dei diamanti sierraleonesi una possibilità di rilancio che, però, non si materializza.

È così che i vecchi sostenitori abbandonano Taylor che, nel 2003, guadagna l’esilio da “signore della guerra”. Un esilio offerto dalla Nigeria, ma Taylor giura: “Col volere di Dio, tornerò”. I liberiani si augurano, invece, che non torni mai più e che venga condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dal Tribunale Internazionale, cosa che avviene nel 2012, con la sentenza a cinquant’anni di carcere. Tutto ciò pone fine ad un era sanguinaria: 200mila morti e un milione di profughi.

La Liberia ha vissuto quattordici anni di guerra civile. Ci sono state devastazioni, distruzioni. Intere generazioni che hanno vissuto, convissuto e partecipato alla guerra. Bambini sono stati sottratti alla loro infanzia, per essere spediti nei campi di battaglia, drogati per renderli feroci e incoscienti. Menti e vite sono state distrutte e ora debbono essere ricostruite. Con gli accordi di Accra (2003) nasce il Governo guidato da Jyude Bryant, che regge due anni grazie all’appoggio degli Usa e alla presenza di una forza multinazionale a mandato Onu composta da 15mila caschi blu. Nel 2005 il Paese sembra vedere un po’ di luce, con l’elezione della prima donna Presidente in Africa, Ellen Johnson Sirleaf, che nel 2011 riceve prima il Nobel per la Pace e poi viene rieletta per un secondo mandato. Cresce anche l’economia, nel 2013 rientrano dalla Guinea anche gli ultimi rifugiati, fuggiti dalla guerra civile. Contemporaneamente, affronta il problema di accogliere quasi 67mila rifugiati ivoriani, in fuga dalla Costa d’Avorio dopo le violenze seguite alle elezioni del 2010, per le quali l’ex Presidente Laurent Gbagbo è sottoposto al giudizio della Corte Penale Internazionale. Insomma, tutto sembra migliorare, poi il nuovo crollo, determinato dall’epidemia di Ebola.