Mali

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il Mali è un Paese che continua ad essere in guerra. Il conflitto è iniziato nel 2012 con la dichiarazione di secessione del cosiddetto Azawad, il territorio desertico del Nord e poi con la successiva invasione del Nord da parte di forze islamiste appoggiate da formazioni autoctone. Da allora la guerra non è mai terminata e il Mali è praticamente un Paese spaccato a metà.

La situazione di violenza – insieme ai cambiamenti climatici, a una crescente popolazione giovanile, alla mancanza di posti di lavoro, e l’urbanizzazione non controllata – sta provocando un aumento della migrazione e del traffico di esseri umani. Nel gennaio 2017 i Governi di Niger, Burkina Faso e Mali hanno firmato un accordo per la creazione di una forza multinazionale di lotta al terrorismo nella zona di Liptako-Gourma, alla frontiera tra i tre Paesi.

Intanto prosegue in Mali l’operazione militare a conduzione francese denominata Barkhane. Succeduta a Serval, operazione del 2013, ha lo scopo di contrastare l’ascesa delle milizie islamiche nell’Azawad, lo stato tuareg autoproclamatosi indipendente dal Mali nell’aprile 2012. L’operazione si svolge con la compartecipazione di Burkina Faso, Ciad, Niger, Mauritania e naturalmente Mali.

A differenza di Serval, Barkhane autorizza le forze antiterrorismo a varcare i confini del Mali, per condurre operazioni preventive in Ciad e Niger. La missione è stata incrementata nel mese di marzo 2017.

Il Governo del Presidente Ibrahim Boubacar Keita (a dicembre 2017 si è dimesso il premier Abdoulaye Idrissa Maïga rimpiazzato con Soumeylou Boubèye Maïga, stretto alleato del Capo di Stato) è impegnato nel tentativo di raggiungere la pace con i gruppi armati di matrice araba e tuareg del Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma).

Gli accordi dovranno essere sottoposti a referendum costituzionale, in un clima però molto complesso. Le popolazioni locali restano sotto il controllo del Cma, mentre da Gao a Timbuctù a Kidal si moltiplicano le incursioni dei gruppi terroristici, che approfittano dell’assenza dello Stato.

L’esercito maliano è impegnato anche a Kidal, la città al confine con il Niger e l’Algeria controllata dai ribelli e sotto il controllo della Minusma, la missione di pace delle Nazioni Unite. Ad aggravare il bilancio, il rapimento nel luglio 2017 di sei ostaggi per opera di Nusrat al-Islam wal Muslimeen, la ‘filiale’ di al-Qaeda nel Mali.

Ma i problemi non sono solo della periferia: secondo le Nazioni Unite, l’insicurezza in Mali “continua a infuriare e sta progressivamente muovendosi verso il centro del Paese”.

Per cosa si combatte

Gli islamisti delle formazioni jihadiste del Nord combattono per rendere sempre più incontrollabile e instabile la grande parte Settentrionale del Paese mentre la Francia – con il suo principale alleato africano, ossia Minusma (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) – combatte per restituire la perduta integrità territoriale a seguito della proclamazione, nell’aprile 2012, da parte dell’Mnla (Movimento Nazionale per la liberazione dell’Azawad), dell’indipendenza dell’Azawad, Regione che comprende il territorio tra il Nord del Mali, il Niger e il Sud dell’Algeria. L’Mnla, dopo un valzer di alleanze con le forze islamiste, ha sì firmato il cessate il fuoco con le autorità di Bamako ma si mantiene su una posizione di sostanziale attendismo, senza aver rinunciato alle proprie rivendicazioni, derivate da una consolidata tradizione di ribellioni tuareg che puntano all’affrancamento dal resto della società maliana.

Le sigle islamiste attive, originariamente tre (Ansar Dine, Mujao, Aqmi) e oggi frastagliate in molte altre formazioni, hanno l’intento dichiarato di asservire tutto il Mali alla legge della Sharia; durante i mesi dell’occupazione del Nord si sono infatti registrati diversi episodi legati a questa interpretazione oltranzista del Corano: come lapidazioni, mutilazioni, distruzione di mausolei considerati iconoclasti.

L’operazione Serval prima e l’attuale operazione Barkhane sono quindi servite a respingere l’avanzata islamista congelando la situazione nel Nord. Mentre a Bamako il Presidente Ibrahim Boubacar Keita tenta di promuovere qualche riforma, la situazione nelle Province del Nord rimane critica.

Quadro generale

Diventato indipendente dalla Francia il 22 settembre 1960 il Mali, con circa 18milioni di abitanti su un vasto territorio in gran parte desertico, è abitato da diversi gruppi etnici tra cui i bambara (34,1%), i fulani/peul (14,75), i sarakole (10,8%), i senufo (10,5%), i dogon (8,9%), i malinke (8,7%), i tuareg (0,9%) e altri (6,1%). La popolazione – musulmana oltre l’80% – è concentrata per più del 40% in aree urbane. L’analfabetismo supera il 65% del totale della popolazione in un Paese dove il tasso medio di fertilità è di 6 figli per donna, la mortalità infantile sotto i cinque anni resta di quasi 10 bambini su mille e la una speranza media di vita è di 60 anni. L’accesso a servizi sanitari adeguati è del 24,7% mentre è migliorato l’accesso all’acqua potabile (77%). Il 47% della popolazione vive sotto la soglia nazionale di povertà e l’Indice di sviluppo umano pone il Paese al 175° posto. Ricco di risorse naturali (oro, fosfati, caolino, sale, calcari, uranio, gesso, granito) ha giacimenti di bauxite, ferro, stagno e rame non ancora sfruttati. Il suo debito estero è 4,30miliardi di dollari. È in questo quadro che la guerra è andata a incidere peggiorando le condizioni di vita di vasti settori della popolazione e peggiorando la sicurezza soprattutto nelle aree del Paese dove si combatte più aspramente e dove si registra la presenza di campi minati. Situazione fotografata da un rapporto uscito nel febbraio 2018 e realizzato dalla Missione Onu (Minusma) e dall’Alto Commissariato per i diritti umani (Ohchr), che evidenzia la preoccupante situazione dei diritti umani e la diffusa violenza nel Paese: «Nel Nord e Centro del Mali i civili continuano a vivere in un clima di perdurante instabilità e di mancanza di rispetto dei diritti umani, mentre i gruppi armati collegati ad al-Qaeda nel Maghreb islamico hanno realizzato numerosi attacchi contro obiettivi militari, riuscendo a spingersi più a sud». Ciò rende difficoltosa l’attuazione degli accordi di pace tra il Governo e gli ex ribelli tuareg siglati nel giugno 2015 ad Algeri. Negli ultimi mesi i caschi blu dell’Onu e i militari francesi o governativi sono stati oggetto d’imboscate mortali nella Regione di Gao e di Timbouktou. Queste azioni ultimamente non vengono più rivendicate, per cui le autorità non sono in grado di stabilire se gli attacchi giungano da frange dei movimenti islamisti o dal fronte tuareg. Di fatto questo è il segno che le due formazioni della guerriglia nel Nord potrebbero essere tornate a compiere operazioni congiunte e organizzate. L’Onu, il Governo, la Francia condannano queste azioni ma dal punto di vista strategico il messaggio è quanto mai esplicito: il controllo del Nord del Mali è solo parziale e le forze d’interposizione sono appena tollerate, sia dai Tuareg sia dai miliziani islamisti. Gao, Kidal, Timbuctu restano le zone calde dove si gioca il futuro del Mali e anche la credibilità dell’operazione francese Barkhane, già molto criticata a Bamako anche dal Presidente Ibrahim Boubacar Keïta, eletto dopo la fine del conflitto. I quasi 8000 soldati effettivi – contando tanto le truppe di Parigi quanto quelle africane – non sembrano infatti avere il controllo del territorio né sembrano in grado di prevenire i giochi di alleanze che islamisti e Tuareg alternano ormai da anni. Anzi, accuse e sospetti di corruzione e complicità nel traffico d’armi che interessa la Regione sono spesso all’ordine del giorno, in un teatro che lontano dai riflettori dei media offre diverse opportunità di traffici illeciti. L’operazione Onu, denominata Minusma (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) è il bersaglio prediletto di una situazione di caos calmo che, nel medio periodo, potrebbe dare vantaggio alle sigle islamiste. L’Onu ha ribadito il proprio impegno nella Regione e lo ha fatto con un annuncio dell’ex Segretario Generale Ban Ki-moon, che ha denunciato le operazioni jihadiste come una “violazione delle leggi internazionali”. Nonostante gli annunci però il terrorismo nel Nord non sembra affatto in declino. Anzi questo ha avuto la forza di colpire anche al Sud, a Bamako. Oltre all’attentato all’Hotel Radisson Blue del novembre del 2015 c’è stato un nuovo attacco nella capitale nel novembre del 2017 a una struttura turistica. Questi attacchi sembrano avere una sorta di coordinamento con quelli compiuti a Gran Bassam, in Costa D’Avorio e con quelli avvenuti nella capitale del Burkina Faso Ouagadougou.