Mali

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La guerra in Mali è in espansione e coinvolge sempre più il Burkina Faso e il Niger. La regione più interessata è quella di Liptako-Gourma, di frontiera tra i tre Stati. I gruppi violenti hanno preso di mira le province nord del Burkina Faso di Soum, Loroum e Yatenga e le regioni occidentali del Niger Tillaberi e Tahoua, mettendo l’economia di questi territori in ginocchio.

Qui terrorismo ed estremismo violento si uniscono nell’area alla crisi umanitaria. La situazione di violenza – insieme ai cambiamenti climatici, a una crescente popolazione giovanile, alla mancanza di posti di lavoro, e l’urbanizzazione non controllata – sta provocando un aumento della migrazione e del traffico di esseri umani.

Nel gennaio 2017 i governi di Niger, Burkina Faso e Mali hanno firmato un accordo per la creazione di una forza multinazionale di lotta al terrorismo nella zona di Liptako-Gourma, alla frontiera tra i tre Paesi.

Intanto prosegue in Mali l’operazione militare a conduzione francese denominata Barkhane. Succeduta a Serval, operazione del 2013, ha lo scopo di contrastare l’ascesa delle milizie islamiche nell’Azawad, lo stato tuareg autoproclamatosi indipendente dal Mali nell’aprile 2012. L’operazione si svolge con la compartecipazione di Burkina Faso, Ciad, Niger, Mauritania e naturalmente Mali.

A differenza di Serval, Barkhane autorizza le forze antiterrorismo a varcare i confini del Mali, per condurre operazioni preventive in Ciad e Niger. La missione è stata incrementata nel mese di marzo 2017.

Al governo c’è il presidente Ibrahim Boubacar Keita, impegnato nel tentativo di raggiungere la pace con i gruppi armati di matrice araba e tuareg del Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma). Gli accordi dovranno essere sottoposti a referendum costituzionale, in un clima però molto complesso. Le popolazioni locali restano sotto il controllo del Cma, mentre da Gao a Timbuctù a Kidal si moltiplicano le incursioni dei gruppi terroristici, che approfittano dell’assenza dello Stato.

Intanto l’esercito maliano è impegnato anche a Kidal, la città al confine con il Niger e l’Algeria controllata dai ribelli e sotto il controllo della Minusma, la missione di pace delle Nazioni Unite.

Ad aggravare il bilancio sicurezza c’è il rapimento nel luglio 2017 di sei ostaggi per opera di Nusrat al-Islam wal Muslimeen, la ‘filiale’ di Al Qaeda nel Mali.

Per cosa si combatte

La situazione è quella del classico stallo. La Francia – con il suo principale alleato africano, ossia Minusma (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) – ha pianificato e coordinato le operazioni militari per restituire al Mali la perduta integrità territoriale a seguito della proclamazione, nell’aprile 2012, da parte dell’Mnla (Movimento Nazionale per la liberazione dell’Azawad), dell’indipendenza dell’Azawad, una Regione che comprende tutto il territorio tra il Nord del Mali, il Niger e il Sud dell’Algeria.

L’Mnla, dopo un valzer di alleanze con le forze islamiste, ha sì firmato il cessate il fuoco con le autorità di Bamako ma si mantiene su una posizione di sostanziale attendismo, senza aver rinunciato alle proprie rivendicazioni territoriali. Esiste infatti una consolidata tradizione di ribellioni Tuareg allo scopo di affrancare l’etnia dal resto della società maliana, e con essa i territori settentrionali della Regione di Kidal.

Le sigle islamiste attive, originariamente tre (Ansar Dine, Mujao, Aqmi) e oggi salite a cinque (Ima e Signed-in-Blood Battalion) hanno l’intento dichiarato di asservire tutto il Mali alla legge della Shari’a; durante i mesi dell’occupazione del Nord si sono infatti registrati diversi episodi legati a questa interpretazione oltranzista del Corano: come lapidazioni, mutilazioni, distruzione di mausolei considerati iconoclasti.

L’operazione Serval prima e l’attuale operazione Barkhane sono quindi servite a respingere l’avanzata islamista congelando la situazione nel Nord. Mentre a Bamako il nuovo Presidente Ibrahim Boubacar Keita e il nuovo Governo di Moussa Mara tentano di promuovere qualche riforma, la situazione nelle Province del Nord rimane critica, non essendo state rimosse le cause profonde che hanno portato alla destabilizzazione del Paese nel 2011.

Quadro generale

Dopo l’intervento del gennaio 2013, la Francia ha mutato strategia nel teatro di guerra maliano. Parigi ha così sostituito all’operazione “Serval” – manovre di guerra classica con mezzi corazzati e aviazione – l’operazione “Barkhane”, più tagliata verso missioni antiterrorismo e di contenimento.

Naturalmente permangono serie criticità nel Nord del Mali: il cessate il fuoco formalmente valido sulla carta, regge molto meno alla prova dei fatti. Tra settembre e ottobre 2014 i caschi blu dell’Onu sono stati oggetto d’imboscate mortali nella Regione di Gao. Queste azioni, per giunta, non sono state rivendicate, per cui le autorità non sono in grado di stabilire se gli attacchi giungano da frange dei movimenti islamisti o dal fronte Tuareg.

A settembre cinque peacekeepers del Ciad sono stati uccisi in un agguato e due settimane dopo, con le stesse modalità, altri nove militari Onu del Niger hanno patito la medesima sorte.

L’Onu ha condannato l’azione ostile richiamando le milizie attive nella zona al rispetto del cessate il fuoco, ma dal punto di vista strategico il messaggio è quanto mai esplicito: il controllo del Nord del Mali è solo parziale e le forze d’interposizione sono appena tollerate, sia dai Tuareg che dai miliziani islamisti.

Gao e Kidal sono quindi le zone calde dove si gioca il futuro del Mali e anche la credibilità dell’operazione francese Barkhane, già molto criticata a Bamako, sia per voce del nuovo Presidente Ibrahim Boubacar Keïta, eletto dopo la fine del conflitto, sia dal primo Ministro Moussa Mara.

I quasi 8000 soldati effettivi – contando tanto le truppe di Parigi quanto quelle africane – non sembrano infatti avere il controllo del territorio né sembrano in grado di prevenire i giochi di alleanze che islamisti e tuareg alternano ormai da anni. Anzi, accuse e sospetti di corruzione e complicità nel traffico d’ami che interessa la Regione sono spesso all’ordine del giorno, in un teatro che lontano dai riflettori dei media offre diverse opportunità di traffici illeciti.

L’operazione Onu, denominata Minusma (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) e a guida di un generale del Ruanda, Jean Bosco Kazura, è quindi il bersaglio prediletto di una situazione di caos calmo che, nel medio periodo, potrebbe dare vantaggio alle sigle islamiste.

David Gressly, vice del rappresentate del segretario generale, ha condannato gli attacchi ribadendo l’impegno nella regione; un annuncio al quale ha fatto poi seguito la diretta presa di posizione di Ban Ki-moon, che ha denunciato l’accaduto come una “violazione delle leggi internazionali”.

Con quest’ultima imboscata sale a 30 il numero delle vittime da quando l’operazione è in corso, ossia dal luglio del 2014.

Il Presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, ha comunque annunciato che il suo Paese non rinuncerà a far parte della missione, consapevole della gravità della minaccia islamista per l’intero Sahel.

Ma dal punto di vista dei rapporti di forza sul campo, sembra che Mujao abbia stabilito un’alleanza con un gruppo etnico Fulani nella Regione di Gao per dividersi il controllo del territorio e dei traffici ad esso correlati.

Altri 50 militari di Bamako, del ricostruito esercito, sono stati uccisi vicino a Menaka – città desertica nel Nord Est del Mali. Certo la forza di Mujao è in crescita sul piano regionale, avendo il gruppo rivendicato anche l’attacco con razzi leggeri alla base Minusma di stanza al confine algerino.

Insomma, due nuove operazioni sono in corso, giunte a integrare le precedenti: da parte francese Barkhane sostituisce Serval e dal punto di vista Onu Minusma rimpiazza Afisma, ma quello del Mali rimane – al di là delle sigle – e delle dichiarazioni ufficiali un conflitto aperto per il controllo di un territorio chiave per i destini dell’Africa Occidentale e per la lotta al terrorismo internazionale.