Myanmar

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Al netto di una lunga storia che oppone il Governo centrale e la comunità dominante – i Bamar – alle minoranze del Paese che si sentono discriminate, il fronte interno birmano si è caratterizzato, nel corso del 2017, per un’oscura vicenda che ha visto un esodo in gran parte forzato dei Rohingya, una popolazione di lingua bengali, musulmana e cui non viene riconosciuta la cittadinanza. A partire dall’agosto, quando il gruppo armato islamista Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army) ha attaccato alcuni check point militari, l’esercito birmano – come già in passato – ha dato la stura a una repressione senza precedenti: incendiando villaggi, uccidendo, stuprando e costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone oltre il confine segnato dal fiume Naf che divide lo stato birmano del Rakhine dal Bangladesh (secondo l’Unhcr i profughi erano oltre 688mila nel febbraio 2018). La legge sulla cittadinanza del Myanmar, varata durante la dittatura militare nel 1982, riconosce 135 nazionalità e tre categorie di cittadini: cittadini propriamente detti, associati o naturalizzati. Ma i rohingya non sono riconosciuti in nessuna delle categorie. La Commissione Annan, che ha concluso i suoi lavori nel 2017, ha raccomandato una revisione della legge. Non di meno un accordo tra Dacca e Naypyidaw ha stabilito i termini per un rimpatrio per i rohingya rifugiatisi in Bangladesh da iniziare nel 2018 anche se organizzazioni come Amnesty e Human Rights Watch hanno sollevato dubbi sulle condizioni in cui il rimpatrio potrebbe avvenire. Per la vicenda rohingya sono state usate parole molto pesanti: genocidio (dal premier della Malaysia) pulizia etnica da manuale (dalle Nazioni Unite) apartheid (Amnesty) ma in realtà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, frenato da Mosca e Pechino (uno dei miglior alleati attuali del Myanmar), non ha mai preso una posizione sufficiente sia a fermare le stragi e l’esodo sia a garantire il ritorno. Sul fronte delle minoranze armate, il Governo ha in piedi l’iniziativa di una Conferenza di pace dell’Unione (Unione Peace Conference) che si riunisce ogni sei mesi. Nell’ultima, tenutasi nel gennaio del 2018, sono state sollevate perplessità sull’andamento del processo negoziale visto che diversi gruppi non hanno sottoscritto l’accordo di cessate il fuoco (National Ceasefire Agreement) anche se alcuni di loro hanno partecipato a vari incontri. La vicenda dei rohingya, che ha dimostrato la forza dell’esercito, e la permanenza di importanti contingenti militari nelle zone a rischio, sono tra gli elementi che frenano il processo negoziale che si sperava avrebbe ricevuto una spinta con l’avvento del nuovo Governo democratico.

Per cosa si combatte

La maggior parte dei gruppi armati birmani ha combattuto per secedere o avere uno status riconosciuto di autonomia con larghi poteri. È questo anche il caso dei Rohingya le cui formazioni di rappresentanza politica sono soprattutto all’estero. Il gruppo Arsa, erede di movimenti autonomisti precedenti, non chiede la secessione dal Myanmar ma una larga autonomia e ha giustificato gli attacchi dell’agosto 2017 come un’azione difensiva dovuta a una manovra di accerchiamento dell’esercito. La versione governativa è invece che si tratta di un gruppo terroristico, finanziato dall’estero che mira al sovvertimento dell’ordine nazionale costituendo quindi una grave minaccia per il Paese. Quanto agli altri conflitti, la loro storia inizia subito dopo la proclamazione dell’indipendenza e continua con alti e bassi, tregue e cessate il fuoco con conseguenti violazioni e migliaia di sfollati interni o profughi oltre frontiera. Dopo il 1990 una serie di tregue sono state violate dall’esercito birmano e gli scontri sono ripresi soprattutto con le comunità Kachin e Shan e altri gruppi minori. Nel 2012 i negoziati sono ripresi e il Governo civile nato dalle elezioni del 2015 si è impegnato per rafforzare il processo deludendo però le aspettative. Un aggiornamento della situazione intermittente dei conflitti nelle aree periferiche, sui quali l’informazione è molto scarsa e l’accesso a fonti indipendenti molto difficile, si può seguire sul sito Myanmar Peace Monitor (http://mmpeacemonitor.org).

Quadro generale

La storia del Myanmar, culla del buddismo e sede di prestigiose opere d’arte che ne fanno una della maggiori attrazioni turistiche dell’area, affonda le radici della sua millenaria civiltà nelle prime aree abitate lungo le sponde del fiume Irrawaddy. È però soltanto nel IX secolo che fanno la loro comparsa i Bamar, la comunità che dominerà il territorio dalla capitale Pagan, oggi Bagan, centro storico di diverse monarchie birmane.

La storia recente del Paese è invece caratterizzata dall’inclusione di Burma- Birmania, come il Myanmar era chiamato, nel grande spazio coloniale gestito dal Raj britannico. Nei primi mesi del 1886 l’intera Birmania diventa una Provincia dell’India britannica e nel 1887 diventa sede di un vice governatorato che solo nel 1937 passa direttamente a un’amministrazione separata, sotto l’egida diretta del Burma office di Londra (segretariato di Stato per l’India e la Birmania). La lotta per l’indipendenza, che come altrove sfrutterà le vicende legate alla Seconda guerra mondiale con l’invasione giapponese del Sudest asiatico con lo slogan “L’Asia agli asiatici”, si concluderà nel 1948. Con un colpo di stato nel 1962 – e così fino al 2011 – il Paese conosce però l’inizio della sua stagione più buia, dominata da un potere militare che reprime ogni forma di ribellione politica e sindacale e il cui simbolo di resistenza diventa Aung San Suu Kyi, reclusa agli arresti domiciliari. Nel 1990 si tengono elezioni che vengono vinte clamorosamente dalla Lega Nazionale per la Democrazia ma i militari ignorano il risultato. Le cose cominciano a cambiare con la nuova Costituzione del 2008 – sottoposta a referendum – che, pur essendo molto favorevole al potere militare, apre la strada a elezioni che si tengono nel 2010. Infine nel 2011 i militari passano la mano a un Governo civile anche se si tratta di un esecutivo nato da brogli e sotto l’egida di Tatmadaw, l’esercito birmano. Nel 2015 si sono alla fine tenute libere elezioni che hanno visto la vittoria a stragrande maggioranza della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi. Pur avendo la maggioranza dei seggi e potendo quindi formare il Governo (2016) il nuovo esecutivo deve fare i conti con un parlamento che resta in parte sotto il controllo dei militari che si sono costituzionalmente garantiti 56 seggi dei 224 (ossia il 25%) alla Camera alta o Camera delle nazionalità (Amyotha Hluttaw). Alla Camera bassa invece (Pyithu Hluttaw), i rappresentanti dell’esercito hanno diritto a 110 seggi su 440 (sempre il 25%). I rappresentanti delle forze armate non vengono eletti ma nominati. Il capo dello Stato attuale è Htin Kyaw, primo Presidente civile della storia del Myanmar. Aung San Suu Kyi, non potendo essere Presidente, è consigliere di Stato, una carica che equivale alla premiership. È inoltre titolare degli Esteri. I militari hanno però negoziato tre dei portafogli chiave dell’esecutivo e hanno ottenuto i dicasteri di Difesa, Interno e Frontiere. I militari detengono anche parte del potere economico locale di un Paese povero e con un’ineguale distribuzione della ricchezza ma ricco di energia, legname, minerali pregiati. Il Myanmar ha un’economia fragile condizionata dalla presenza di due potenti vicini: India e Cina. Sono loro di fatto, soprattutto i cinesi, a dettare le regole del gioco con grandi investimenti e finanziamenti (gasdotti, poli logistici, viabilità, infrastrutture) ma garantendo in cambio anche un solido appoggio in sede internazionale. Anche l’India, grande Paese affamato di energia, gioca la sua partita ed è sempre stata disposta a chiudere un occhio sulle violazioni latenti della dittatura militare e adesso del neonato Governo civile. Come la Cina, non ha voluto prendere posizione sulla vicenda rohingya ma in compenso il premier Narendra Modi ha fatto sapere che avrebbe espulso dal suo Paese tutti i rohingya clandestini. Il Myanmar fa parte dell’Asean dal 1997. Frizioni si sono registrate con Indonesia e Malaysia sulla questione rohingya e dove molti profughi hanno cercato e trovato rifugio.