Pakistan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Si complica la situazione del Pakistan. Nel 2016, l’insorgenza talebana hanno ripreso vigore.

Si assiste infatti ad una nuova presenza di al Qaeda, soprattutto nella provincia di Khyber Paktunkhwa, rifugio storico di gruppi militanti.

Violenze politiche, scontri intertribali, scontri tra le forze di sicurezza e militanti, attacchi lungo il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, rapimenti tra militanti, aumento degli attacchi terroristici contribuiscono alla crescente insicurezza nel Paese. Nel gennaio 2016 una violenta esplosione in un mercato affollato nella regione del Kurram, vicino al confine con l’Afghanistan, ha provocato almeno 39 vittime. A rivendicare l’attacco il gruppo jihadista Lashkar-e-Jhangvi, affiliato ad Al Qaeda.

Nell’ottobre 2016, erano stati 60 i morti in un attentato contro il centro di addestramento della polizia a Quetta. In questo contesto ne risente molto anche la libertà di espressione. All’inizio di gennaio cinque blogger noti per le loro idee progressiste sono scomparsi. I cinque avevano criticato l’esercito accusandolo di reprimere senza scrupoli la ribellione nella provincia del Belucistan.

Per cosa si combatte

Il Pakistan è oggi il “centro nevralgico di al-Qaeda” – dicono gli analisti del Pentagono – ed è un Paese chiave per la lotta al terrorismo internazionale. Inoltre, per il commercio internazionale e l’industria petrolifera, lo Stato resta al centro di interessi (e dunque di conflitti) strategici, geopolitici ed economici di vasta portata. Tanto che, pur essendo nell’orbita dell’alleanza atlantica (gli Usa finanziano programmi di cooperazione militare e civile), perfino la Cina ci ha messo gli occhi sopra: Pechino ha avviato una serie di investimenti e progetti di cooperazione economica, solida base per costruire una amicizia politica e diplomatica. Il Pakistan, d’altro canto, affacciandosi sull’Oceano Indiano, è la strada privilegiata per far passare gli oleodotti che trasportano il greggio dai Paesi dell’Asia centrale: Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan, che detengono le più vaste riserve al mondo di gas e petrolio. Per questo, attorno alla Regione centroasiatica (appena uscita dall’orbita russa) e al quadrante afgano-pakistano, si celebra oggi il nuovo “Grande gioco” (espressione usata nel sec. XIX) delle potenze mondiali, in Occidente e in Oriente, per accaparrarsi alleanza politiche e dunque sicuro approvvigionamento di risorse energetiche. Sullo scacchiere pakistano si preannuncia l’ennesimo confronto fra i due colossi mondiali, Stati Uniti e Cina, interessati ad estendere la loro influenza politica in una Regione di grande importanza strategica. Ma in Pakistan vi sono anche tensioni di natura religiosa. Il Pakistan è uno stato a maggioranza musulmano sunnita, ma nel Paese vive anche una minoranza sciita di trenta milioni di fedeli, che fanno del Pakistan la seconda nazione sciita al mondo dopo l’Iran. Il conflitto religioso in atto nel Paese vede da una parte i sunniti appoggiati dall’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo, dall’altra gli sciiti appoggiati dall’Iran. Entrambi i fronti fanno leva sul vicino conflitto afgano, entrambi usano le moschee come luoghi di propaganda e indottrinamento, entrambi coprono o favoriscono organizzazioni terroristiche, entrambi cercano di silenziare le voci dell’islam moderato e delle minoranze religiose. Proprio le minoranze religiose (soprattutto cristiani, indù e ahmadi) sono spesso nel mirino di attacchi di massa: l’ultimo anno ha visto un aumento della violenza.

Entrambi gli schieramenti trovano appoggi in partiti politici, in membri del Governo pakistano, in settori delle forze armate e dei servizi segreti. In mezzo a queste tensioni, a cercare di governarle e depotenziarle, il resto del Governo, delle forze armate e dei servizi segreti, ovvero quanti vogliono costruire un Pakistan unito, laico e democratico, rispettoso della legalità e dei diritti umani.

Quadro generale

Tensioni vecchie e nuove, fra democrazia e struttura feudale, fra modernizzazione e tribalismo, fra lobby militari e forze islamiste: il Pakistan, la “Terra dei puri”, è alle prese con una profonda instabilità interna che ha radici molto antiche. Il Paese, considerato dalle cronache giornalistiche solo in casi clamorosi, come l’uccisione di Osama bin Laden, è invece uno dei protagonisti assoluti dello scacchiere politico internazionale. Situato nel cuore dell’Asia Meridionale, il Pakistan nasce ufficialmente il 14 agosto 1947. Fino ad allora aveva fatto parte dell’India britannica, poi divisa in due diversi Stati: il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l’India, a maggioranza indù. Dall’indipendenza, il Pakistan è sempre stato in conflitto con l’India per il controllo del territorio del Kashmir ma questa non è l’unica causa di destabilizzazione per il Paese. La sua stessa struttura di federazione, suddivisa in 4 Province, 2 Territori e 107 Distretti, con una composizione etnica estremamente frastagliata, ne fanno un territorio di difficile gestione, diviso tra una parte meridionale, organizzata in modo più moderno, e una parte settentrionale, profondamente tribale e attraversata da antiche spinte indipendentiste. A livello sociale e culturale, la nazione resta ancorata alla antica struttura feudale, che informa le dinamiche economiche, le relazioni e l’intero tessuto sociale, spaccato fra élites che detengono il potere economico e politico e masse di diseredati, ridotte in stato servile. Inoltre, negli equilibri sociali e politici, hanno sempre contato molto i militari, che rappresentano uno dei “poteri forti”, sempre presenti nei momenti-chiave della storia nazionale: leader militari, fra l’altro, hanno governato direttamente il Paese tramite un golpe, come nel caso del dittatore Zia-ul-Haq (negli anni ‘80) e, più di recente, del generale Pervez Musharraf (dal 2000 al 2008). L’altro elemento che caratterizza fortemente, sin dall’origine, la storia e la società pakistana è l’islam, nelle sue diverse forme e declinazioni: dopo l’Indonesia, il Paese è il secondo stato al mondo per numero di fedeli musulmani (il 95% su 180milioni). Benché il fondatore della patria, il leader musulmano Ali Jinnah, abbia voluto disegnare una nazione laica e democratica – così rappresentata nella Costituzione – negli anni successivi i movimenti e i partiti islamici integralisti hanno condizionato in modo sempre più incisivo la politica, la società, il sistema giudiziario e l’istruzione pubblica. Gli islamisti, soprattutto sotto il governo di Zia-ul-Haq, hanno ottenuto, in cambio dell’appoggio politico al dittatore, provvedimenti legislativi filo-islamici che hanno mutato il volto della nazione, penalizzando i diritti umani e libertà individuali. Il tasso di conflittualità è altissimo. Il Paese vive forti tensioni interne: la crisi nella Provincia del Belucistan dura dagli anni ’70; gruppi islamisti, con scuole di pensiero diverse, cercano di imporre la loro visione; sono sempre vive le tensioni fra componenti etniche e tribali diverse della società, evidenti, ad esempio, nelle stragi della città di Karachi. Ma il Pakistan subisce anche forti pressioni esterne: la comunità internazionale si è fatta più presente, con programmi di cooperazione strategica ed economica, da quando il Paese è divenuto un hub per il terrorismo internazionale. Un fattore che da decenni crea instabilità è l’insorgenza nella Provincia del Belucistan, nel Pakistan Occidentale, abitata dai beluci, popolazioni tribali, dedite alla pastorizia e alla coltivazione della terra che vivono anche nell’Ovest dell’Iran e nell’estremo Sud dell’Afghanistan. Nel Belucistan dagli anni ‘70 imperversa la guerriglia indipendentista di gruppi ribelli che si battono per l’autonomia della Regione, ricchissima di risorse naturali e per questo annessa con la forza nel 1947 al territorio pakistano. Negli anni ’80 e ’90 il movimento dei beluci ha interrotto la lotta armata per imboccare, senza risultati, la strada della lotta politica. Ma nel 2000 alcuni gruppi di beluci hanno dato vita all’Esercito di liberazione del Belucistan, riattivando la guerriglia a cui il Governo pakistano ha risposto con il “pugno di ferro”. Dopo gli attacchi alle Torri gemelle del 2001, con l’inizio della campagna militare in Afghanistan, la guerra contro gli indipendentisti del Belucistan è finita col mescolarsi a quella contro i terroristi islamici di al-Qaeda. Proprio sull’area di confine si sono concentrate le attenzioni di intelligence delle forze pakistane (e americane), impegnate nella guerra al terrorismo e nella caccia ai leader militanti, in particolare sul distretto del Waziristan. Le pressioni americane, però, risultano indigeste a larghi settori islamici della società: ne deriva un ulteriore aumento delle tensioni e dell’instabilità interna. La scena politica pakistana di oggi, mutevole, frastagliata e rissosa, è specchio di un Paese diviso, attraversato da fermenti e ideologie contrastanti, spaccato fra un’oligarchia di ricchi e il 60% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Un Paese in cui il posizionamento strategico internazionale è continuamente in discussione. Un Paese in cui risulta sempre più difficile governare spinte centrifughe e pulsioni radicali di carattere politico, sociale e religioso.