Pakistan Pashtun

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Accusato di essere un Paese che “mente” e che ha abusato della pazienza degli Stati Uniti, il Pakistan si è visto tagliare, nel bilancio federale americano 2019, circa 2miliardi di dollari di fondi destinati all’assistenza militare, ridotti a 80milioni. Altri 256, in aiuti allo sviluppo, sono invece rimasti in budget ma il taglio, pesante sul piano finanziario, risulta ancora più pesante sul piano politico. Islamabad è accusata di combattere il terrorismo con una mano e di sostenerlo con l’altra.

Il cuore del problema è la guerra afgana e le responsabilità legate sia all’ospitalità concessa in territorio pachistano ai talebani afgani, sia ai legami storici dei servizi con la Rete Haqqani, il gruppo filoqaedista più radicale e stragista alleato al movimento talebano di mullah Akhundzada.

I pachistani, attraverso i servizi segreti, manterrebbero rapporti stretti col movimento per poter controllare quanto avviene in Afghanistan, un territorio che, nella concezione militare del Paese dei Puri, costituisce la retrovia fondamentale in caso di guerra con l’India (la cosiddetta “profondità strategica”).

I pachistani hanno effettivamente sempre cercato di condizionare l’andamento della guerra e un eventuale processo di pace per essere certi di poter domani contare su un Governo amico a Kabul e i rapporti tra servizi e gruppi islamisti (non solo talebani) sono ormai una certezza. Non di meno, il controllo di Islamabad sui talebani è relativo: se è pur vero che l’ospitalità a Quetta o a Peshawar delle shure (consigli) talebani è un’arma di ricatto, è anche vero che sia il movimento in sé, sia i vari comandi talebani godono di una discreta autonomia decisionale, in una rete disomogenea e difficile da controllare e quindi da eterodirigere.

Il partner più affidabile della politica estera pachistana resta la Cina che ha spinto Islamabad a prendere un’iniziativa di “pulizia” nel Waziristan dove sono presenti gruppi radicali dello Xinjang. Pechino ritiene Islamabad un partner importante e finanzia progetti di grandi infrastrutture che legano sempre più il Paese all’economia cinese.

Il fronte interno, dopo che il premier Nawaz Sharif ha dovuto lasciare la sua poltrona nel 2017 in seguito a uno scandalo che ha travolto la sua famiglia (Panama Papers), vede attualmente al Governo Shahid Khaqan Abbasi che entro l’anno dovrebbe organizzare elezioni parlamentari. A capo dell’esercito, potente attore militare, politico ed economico, siede il generalel Qamar Javed Bajwa (2016).

Per cosa si combatte

Il Pakistan è sostanzialmente in guerra su due fronti. Il primo, con l’India, è il fronte conteso del Kashmir (vedi la voce Kashmir), il secondo è un fronte interno che vede opporsi al Governo “apostata” di Islamabad numerosi gruppi jihadisti tra cui spicca il Tehreek e-Taleban Pakistan, un cappello che riunisce molte sigle alcune delle quali con simpatie qaediste, altre con legami con il sedicente Stato Islamico, altre ancora con un’agenda prettamente nazionale. I gruppi sono attivi soprattutto nell’area della Provincia della frontiera del Khyber Pakhtunkhwa dove si trovano sette agenzie tribali abitate da pathan (pashtun) e dove il potere e il controllo del Governo è abbastanza limitato. I servizi segreti pachistani (Inter-Services Intelligence o Isi) sono stati accusati di aver sempre flirtato con i gruppi settari o stragisti per sfruttarne politicamente l’operato ma, negli ultimi anni, la cosa sembra essere sfuggita di mano. In Waziristan, una delle agenzie tribali, il Governo ha combattuto una vera e propria guerra (Operazione Zarb e Azb iniziata nel 2014) e l’esercito è in costante allerta non solo nella Provincia della frontiera ma anche nel Belucistan, nel Sindh e nello stesso Punjab. Gli attentati sono all’ordine del giorno.

Quadro generale

Nato dalle ceneri del Raj britannico e dalla Partition del 1947, la Repubblica islamica del Pakistan – il Paese dei Puri – è amministrativamente divisa in cinque province, due territori federali e un territorio autonomo. La sua storia ha risentito non poco del tragico parto trigemino avvenuto nel ‘47 e costato, nei trasferimenti dall’una all’altra Regione, centinaia di migliaia di vittime: il Pakistan venne scorporato dall’India su pressioni della Lega musulmana e associato a una Regione Orientale che comprendeva parte del Bengala a migliaia di chilometri di distanza. Alla lunga le frizioni tra le due Regioni sfociarono in una guerra e, nel 1971, nella secessione del Pakistan Orientale che, appoggiato dall’India, divenne Bangladesh. Dopo la morte di Ali Jinnah, il leader della Lega Musulmana e il creatore del Pakistan, il Paese ha conosciuto lunghi periodi in cui a Governi eletti si sono alternate dittature militari, la più oscura delle quali – governata da Zia ul Haq – sceglieva una deriva fortemente religiosa.

Oltre alla guerra afgana, il Pakistan – che ha un esercito di oltre 600mila uomini, 500mila riservisti e dispone di un arsenale atomico – è impegnato in una sorta di guerra non dichiarata con l’India, sia per il controllo del Kashmir, sia per i continui incidenti di frontiera col grande cugino. Le incursioni di gruppi jihadisti pachistani in India sono in parte diminuiti, ma le formazioni per l’Azad Kashmir restano attivi e colpiscono anche fuori dall’area contesa. L’esercito indiano dal canto suo (un milione e mezzo di effettivi e altrettanti riservisti oltre all’arma nucleare) risponde con un atteggiamento duro e aggressivo né il Governo di Narendra Modi, leader di un partito nazionalista indù, sembra intenzionato a fare passi verso un negoziato di pace. I pachistani hanno anche un fronte aperto in Arabia Saudita, Paese che ha chiesto a Islamabad l’invio di truppe combattenti in Yemen. La richiesta è stata cortesemente rifiutata ma il Pakistan, che dipende anche dagli aiuti sauditi, non ha potuto rifiutare di mandare soldati a Riad in nome di una collaborazione fra forze armate per la formazione e il sostegno all’esercito saudita. L’esercito rimane uno degli attori fondamentali della politica e dell’economia pachistana benché ormai la stagione delle dittature militari sia alle spalle. Nel 2017 però il Governo eletto ha visto una crescente crisi politica che ha portato alle dimissioni del premier Nawaz Sharif, leader della Pakistan Muslim League, vecchio e navigato politico locale, accusato di traffici finanziari illeciti. Attualmente il Governo è retto da Shahid Khaqan Abbasi (il Presidente è Mamnoon Hussain dal 2013 ma il suo potere è limitato), ex ministro del Petrolio e che ha preso il posto di Nawaz Sharif nell’agosto del 2017 dopo le dimissioni del suo predecessore che si rifiutava di far conoscere l’ammontare dei suoi beni. Le prossime elezioni sono in agenda per luglio 2018 con in palio 342 seggi all’Assemblea nazionale. Oltre alla Lega di Nawaz Sharif, importanti contendenti sono il Pakistan People’s Party della famiglia Bhutto, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti) di Imran Khan, l’Awami National Party (partito secolare e di sinistra) e una serie di partiti minori di forte e spesso rigida ispirazione islamica in un Paese dove la religione continua a giocare un ruolo fortissimo.

In politica estera il Pakistan è uno dei più importanti alleati della Cina nell’Asia Meridionale e ha un’alleanza con gli Stati Uniti che conosce alti e bassi. Le rivalità con l’India sono sempre all’ordine del giorno e le relazioni sono in una perenne fase di stallo. L’economia del Paese è caratterizzata da un sistema bloccato in mano a poche famiglie e ai militari mentre nelle campagne è ancora forte la presenza di grandi proprietari terrieri. Il Pakistan è membro tra l’altro delle Nazioni Unite, del Commonwealth, dell’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (Sco), del protocollo di Kyoto, della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, del G20 per i Paesi in via di sviluppo. È membro fondatore dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oci) e del Saarc.