Sudan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il Sudan è l’unico Paese al mondo con tre guerre in corso all’interno dei suoi confini e una guerra (quella con l’attuale Sudan del Sud) terminata da meno di un decennio con la perdita di quasi un quarto del territorio di quello che era il più grande Paese del continente africano. I tre conflitti in corso in Sudan sono quelli del Darfur, quello del Sud Kordofan (Monti Nuba) e quello del Nilo Azzurro. Il teatro del combattimento per tutti è la frontiera Sud del Paese oltre la quale c’è, appunto, il Sudan del Sud. Tutti questi movimenti guerriglieri avevano combattuto a fianco dello Spla, il movimento che poi ha ottenuto la secessione e ha dato vita al Sudan del Sud. L’esito di quella guerra ha però lasciato i loro territori nel Nord, cioè sotto Khartum. La guerra dunque è continuata e continua nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica internazionale e delle principali cancellerie Occidentali. La conseguenza di questi conflitti è l’afflusso costante di profughi che, sia dal Nilo azzurro sia dal Sud Kordofan, si sono riversati in Etiopia e soprattutto in Sudan del Sud. Una situazione di costante emergenza umanitaria, resa ancora più difficile dallo scoppio del conflitto civile del dicembre 2013 nel Sudan del Sud. Su un altro fronte, il Sudan poi è anche l’unico Paese al mondo con un Presidente sul quale pende un mandato di cattura della Corte Internazionale dell’Aja per genocidio e crimini contro l’umanità commessi in uno dei tre teatri di guerra del Paese, il Darfur. L’arresto di Omar al Bachir non è mai avvenuto perché non tutti i Paesi riconoscono la Corte Internazionale dell’Aja. Nonostante il mandato di cattura, Omar al Bachir ha potuto svolgere una intensa attività diplomatica viaggiando in diversi Paesi in Africa e altrove. All’inizio dell’anno ha svolto una visita ufficiale in Russia ed ha concluso importanti accordi anche nel settore delle armi e della cooperazione militare.

Nel corso degli ultimi mesi poi sono arrivati segnali di distensione anche dagli Stati Uniti che si sono detti disposti a rimuovere parte delle sanzioni economiche che gravavano sul Sudan. L’annuncio della Casa Bianca è arrivato, dopo anni di tensioni, per i progressi fatti dal Paese contro il terrorismo. Le sanzioni erano state imposte nel 1997 per il sostegno alla rete di Osama bin Laden e poi rinnovate per altri motivi legati al rispetto dei diritti umani.

Il regime Sudanese negli ultimi mesi deve fare fronte ad una forte crisi economica derivata dalla scomparsa dei proventi delle vendite petrolifere dato che i principali giacimenti di greggio sono passati, con la secessione, al Sudan del Sud.

Intanto il presidente Omar al Bashir è ancora colpito da un mandato di arresto dei giudici dell’Aja con accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

L’arresto però non è mai arrivato. Questo ha portato alla luce la difficoltà della giustizia della Corte Penale Internazionale. Dalla CPI, infatti, sono già usciti Gambia, Sudafrica e Burundi mentre Kenya, Namibia e Uganda hanno minacciato di fare lo stesso.

Per cosa si combatte

Dei tre conflitti in corso in Sudan quello che è riuscito a superare maggiormente la “cortina di silenzio” dei media è stato quello del Darfur. Nel settembre del 2016 è stato pubblicato un rapporto di Amnesty International secondo il quale il Governo di Khartum avrebbe sferrato almeno trenta attacchi nella zona del Jebel Marra, in Darfur, utilizzando agenti chimici.

In questi bombardamenti, che avevano come obiettivo i ribelli del Sudan Liberation Army di Abdel Wahid, sarebbero morte duecento persone. Il rapporto si basa su decine di testimonianze e sull’analisi di immagini satellitari. In Darfur operano due principali gruppi ribelli: l’Esercito di liberazione del Sudan e il Jem (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza). Entrambi hanno come obiettivo finale la secessione e la nascita di un nuovo Stato. Nella Regione del Nilo azzurro è attivo lo Spla-N (Esercito popolare di liberazione del Sudan-Nord) anch’esso con obiettivo la separazione da Khartum. Anche nel caso del Nilo Azzurro è stata soprattutto Amnesty International a denunciare la distruzione di decine di villaggi, con la fuga di almeno 150mila nuovi sfollati.

Stesso copione sui Monti Nuba (Regione del Sud Kordofan) dove si susseguono bombardamenti, raid aerei, incursioni dell’esercito di Khartum. Una repressione che presenta tragiche analogie con quelle del Darfur. Per la martoriata popolazione dei Nuba, alla guerra si aggiunge l’assenza quasi totale di aiuti umanitari: il Governo Sudanese nega praticamente l’accesso a tutte le agenzie umanitarie.

Quadro generale

La storia tardo coloniale e post-coloniale del Paese africano è stata sempre caratterizzata da conflitti, tensioni e violenze nelle diverse regioni Sudanesi. Una sequela ininterrotta di guerre civili che ne hanno segnato tutta la storia, tanto che si può affermare che il grande Paese africano non ha mai avuto periodi significativi di pace e stabilità. Dagli anni Cinquanta è stato un continuo susseguirsi di colpi di stato e di giunte militari. Anche l’attuale Presidente, Omar Hassan El Bashir, che guida il Paese dal 1989, è salito al potere con un golpe. Altrettanto costanti nel tempo sono state le tensioni e gli scontri armati fra il Nord del Paese, arabo e islamizzato, e il Sud, africano e cristiano-animista. Solo con la secessione delle Regioni Meridionali e la nascita della Repubblica del Sudan del Sud, avvenuta il 9 luglio 2011, questo interminabile conflitto si è chiuso, aprendone tuttavia altri, nei territori contesi degli stati di Abyei, del Sud Kordofan, del Nilo Azzurro, ossia quegli stati della federazione ai quali il Governo di Khartum non ha consentito di scegliere attraverso l’autodeterminazione se rimanere con il Nord o passare nel nuovo Stato della Repubblica del Sudan del Sud. La fase bellica più lunga e cruenta è stata sicuramente la guerra combattuta fra il 1983 e il 2003: i gruppi ribelli (guidati dalla più importante delle fazioni, lo Spla – Esercito di liberazione del popolo Sudanese) si sono battuti per ottenere l’indipendenza dal Nord. Quello che non hanno ottenuto con le armi, poi, l’ha fatto il petrolio: il bisogno crescente di greggio ha portato la comunità internazionale (Usa e Cina in testa) a moltiplicare le pressioni per il raggiungimento della pace, anche perché la maggior parte dei giacimenti si trovano nella zona di confine fra il Nord e il Sud del Paese (e ora, con la divisione in due seguita alla secessione, l’85% dei giacimenti è rimasto nel territorio del nuovo Stato, nel Sudan Meridionale). La fine del conflitto Sudanese, fortemente voluta dai Paesi industrializzati e ottenuta con gli Accordi generali di pace del 2005, ha portato in breve tempo allo sviluppo delle infrastrutture per l’industria estrattiva e all’assegnazione di molte concessioni petrolifere (in gran parte accaparrate dalla Cina), tanto che alla vigilia della divisione dei due stati il petrolio costituiva l’80% delle esportazioni del Paese. Ma, con la nascita della Repubblica del Sudan del Sud sono sorti nuovi problemi: il grosso dei giacimenti è rimasto nel Sud, ma le infrastrutture sono rimaste al Nord.Inoltre, fra i due Stati si sono dovuti ridiscutere il sistema delle divisioni delle royalties e gli accordi per l’utilizzo da parte del Sudan del Sud degli oleodotti che attraversano le regioni del Nord. Problemi, questi ultimi, che hanno provocato la gran parte delle tensioni e degli scontri armati lungo la frontiera fino al momento in cui sono stati raggiunti gli accordi del marzo 2013. Sul piano internazionale, il Governo Sudanese ha da molti anni rapporti non facili con l’Europa e con la gran parte dei Paesi industrializzati Occidentali. Con gli Stati Uniti, le relazioni sono state a lungo molto tese, specie dopo il 2001, quando l’intelligence americana appurò che Osama bin Laden era stato protetto a Khartum per lunghi periodi, e in tutta la prima fase della guerra del Darfur, per le accuse di genocidio da parte americana nei confronti del governo Sudanese. I forti contrasti fra Washington e Khartum si erano attenuati nella fase precedente al referendum per la secessione del Sud, e in tutta la fase seguente fino alla proclamazione dell’indipendenza dello stato con capitale Juba. Nel 2012 e nei primi mesi del 2013 le tensioni fra i due Paesi sono nuovamente cresciute, in coincidenza con le dispute sul confine fra Nord e Sudan del Sud e con la questione del “pedaggio” che Juba doveva pagare a Khartum per utilizzarne gli oleodotti (lo Stato Meridionale ne è privo, perché all’epoca del Sudan unito il greggio estratto nel Sud veniva esportato con pipeline che attraversavano il Nord del Paese).Sul piano sociale, al netto della sofferenza nelle aree di conflitto e tra la popolazione sfollata, il Sudan ha indicatori migliori di altri Paesi con cui confina: il tasso di fertilità e di 3,57 figli per donna, la popolazione urbana è al 34,2%, la mortalità infantile (sotto i 5 anni) di 70 su 1.000 (nel Ciad è quasi il doppio), la speranza di vita è di 64,4 anni (contro i 50 del Ciad) e il tasso di analfabetismo (sopra i 15 anni) è “solo” del 24%. L’accesso a servizi sanitari adeguati è al 23,6% e l’accesso all’acqua potabile al 55,5%.