Sudan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Ancora scosso dalla guerra civile ventennale che ha portato all’indipendenza del Sud Sudan, il Paese è in guerra contro i separatisti del Darfur.

Nel settembre del 2016 è stato pubblicato un rapporto di Amnesty International secondo il quale il governo di Khartoum avrebbe sferrato almeno trenta attacchi nella zona del Jebel Marra, in Darfur, utilizzando agenti chimici. In questi bombardamenti, che avevano come obiettivo i ribelli del Sudan Liberation Army di Abdel Wahid, sarebbero morte duecento persone. Il rapporto si basa su decine di testimonianze e sull’analisi di immagini satellitari.

Ma mentre gli attacchi sono all’ordine del giorno segnali di distensione arrivano dagli Stati Uniti, che si sono recentemente detti disposti a rimuovere parte delle sanzioni economiche contro il Sudan.

L’annuncio è arrivato dopo anni di tensioni per i progressi fatti dal Paese contro il terrorismo. Le sanzioni sono state imposte nel 1997 per il sostegno alla rete di Osama bin Laden e poi rinnovate per il conflitto nel Darfur.

Intanto il presidente Omar al Bashir è ancora colpito da un mandato di arresto dei giudici dell’Aja con accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

L’arresto però non è mai arrivato. Questo ha portato alla luce la difficoltà della giustizia della Corte Penale Internazionale. Dalla CPI, infatti, sono già usciti Gambia, Sudafrica e Burundi mentre Kenya, Namibia e Uganda hanno minacciato di fare lo stesso.

Per cosa si combatte

I conflitti in Darfur, nel Nilo azzurro e nel Sud Kordofan continuano senza sosta. Dimenticati dalla comunità internazionale e anche dai media.

In Darfur – dove operano due principali gruppi ribelli: l’Esercito di liberazione del Sudan e il Jem (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza) – nel corso del 2013 si sono ripetuti attacchi e nuove fughe di profughi civili. Nella Regione del Nilo azzurro, dov’è attivo l’Spla-N (Esercito popolare di liberazione del Sudan-Nord), è stata soprattutto Amnesty International a denunciare la distruzione di decine di villaggi (con almeno 150mila nuovi sfollati) da parte dei militari regolari sudanesi.

Stesso copione sui Monti Nuba (Regione del Sud Kordofan): dal 2011 si susseguono i bombardamenti, i raid aerei, le incursioni dell’esercito di Khartoum. Una repressione che presenta tragiche analogie con quelle del Darfur.

La conseguenza di questi conflitti è l’afflusso costante di profughi che, sia dal Nilo azzurro sia dal Sud Kordofan, si sono riversati in Etiopia e soprattutto in Sud Sudan. Una situazione di costante emergenza umanitaria, resa ancora più difficile dallo scoppio del conflitto civile del dicembre 2013 nella nuova Repubblica meridionale.

Per la martoriata popolazione dei Nuba, alla guerra si aggiunge l’assenza quasi totale di aiuti umanitari: il Governo sudanese ne ha per lungo tempo negato l’accesso. Solo a ottobre un accordo fra governo e ribelli ha consentito l’apertura di un corridoio umanitario per la vaccinazione dalla poliomielite di 160mila bambini nubiani.

Quadro generale

La storia tardo coloniale e post-coloniale del Paese africano è stata sempre caratterizzata da conflitti, tensioni e violenze nelle diverse regioni del Paese. Una sequela ininterrotta di guerre civili che ne hanno segnato tutta la storia, tanto che si può affermare che il grande Paese africano non ha mai avuto periodi significativi di pace e stabilità.

Dagli anni ‘50 è stato un continuo susseguirsi di colpi di Stato e di giunte militari. Anche l’attuale Presidente, Omar Hassan El Bashir, che guida il Paese dal 1989, è salito al potere con un golpe.

Altrettanto costanti nel tempo sono state le tensioni e gli scontri armati fra il Nord del Paese, arabo e islamizzato, e il Sud, africano e cristiano-animista. Solo con la secessione delle Regioni meridionali e la nascita della Repubblica del Sud Sudan, avvenuta il 9 luglio 2011, questo interminabile conflitto si è chiuso, aprendone tuttavia altri, nei territori contesi degli Stati di Abyei, del Sud Kordofan, del Nilo Azzurro, ossia quegli Stati della federazione ai quali il Governo di Khartoum non ha consentito di scegliere attraverso l’autodeterminazione se rimanere con il Nord o passare nel nuovo Stato della Repubblica del Sud Sudan.

La fase bellica più lunga e cruenta è stata sicuramente la guerra combattuta fra il 1983 e il 2003: i gruppi ribelli (guidati dalla più importante delle fazioni, l’Spla-Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese) si sono battuti per ottenere l’indipendenza dal Nord. Quello che non hanno ottenuto le armi, poi, l’ha fatto il petrolio: il bisogno crescente di greggio ha portato la comunità internazionale (Usa e Cina in testa) a moltiplicare le pressioni per il raggiungimento della pace, anche perché la maggior parte dei giacimenti si trovavano nella zona di confine fra il Nord e il Sud del Paese (e ora, con la divisione in due seguita alla secessione, l’85% dei giacimenti è rimasto nel territorio del nuovo Stato, nel Sudan meridionale).

La fine del conflitto sudanese, fortemente voluta dai Paesi industrializzati e ottenuta con gli Accordi generali di pace del 2005, ha portato in breve tempo allo sviluppo delle infrastrutture per l’industria estrattiva e all’assegnazione di molte concessioni petrolifere (in gran parte accaparrate dalla Cina), tanto che alla vigilia della divisione dei due Stati il petrolio costituiva l’80% delle esportazioni del Paese. Ma con la nascita della Repubblica del Sud Sudan sono sorti nuovi problemi: il grosso dei giacimenti è rimasto nel Sud, ma le infrastrutture sono rimaste al Nord.

Inoltre, fra i due Stati si sono dovuti ridiscutere il sistema delle divisioni delle royalties e gli accordi per l’utilizzo da parte del Sud Sudan degli oleodotti che attraversano le Regioni del Nord. Problemi, questi ultimi, che hanno provocato la gran parte delle tensioni e degli scontri armati lungo la frontiera fino al momento in cui sono stati raggiunti gli accordi del marzo 2013.

Sul piano internazionale, il Governo sudanese ha da molti anni rapporti non facili con l’Europa e con la gran parte dei Paesi industrializzati occidentali. Con gli Stati Uniti, le relazioni sono state a lungo molto tese, specie dopo il 2001, quando l’intelligence americana appurò che Osama bin Laden era stato protetto a Khartoum per lunghi periodi, e in tutta la prima fase della guerra del Darfur, per le accuse di genocidio da parte americana nei confronti del governo sudanese.

I forti contrasti fra Washington e Khartoum si erano attenuati nella fase precedente al referendum per la secessione del Sud, e in tutta la fase seguente fino alla proclamazione dell’indipendenza dello Stato di Juba. Nel 2012 e nei primi mesi del 2013 le tensioni fra i due Paesi sono nuovamente cresciute, in coincidenza con le dispute sul confine fra Nord e Sud Sudan e con la questione del “pedaggio” che Juba doveva pagare a Khartoum per utilizzarne gli oleodotti (lo Stato meridionale ne è privo, perché all’epoca del Sudan unito il greggio estratto nel Sud veniva esportato con pipeline che attraversavano il Nord del Paese).