Thailandia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il conflitto che vede impegnato l’esercito regolare tailandese con i gruppi separatisti nel Sud della Thailandia prosegue intenso, sebbene lontano dai riflettori, e non si sta esaurendo. La volontà di avviare negoziati è debole e da ambo le parti prevale l’approccio violento. Gli insorti hanno compiuto numerosi attacchi contro obiettivi militari e civili, utilizzando tattiche sempre più brutali e sofisticate per i loro attentati. Secondo il programma Deep South Watch, promosso dalla Prince of Songkla University di Pattani, nell’omonima Provincia Meridionale thai, tra il 2017 e la fine di marzo 2018, sono stati oltre 600 gli attentati organizzati nelle Province del Sud, con oltre 200 morti. A partire dal 2004, le vittime del conflitto sono oltre 7mila. Di contro, dal 2005 restano in vigore nelle Province di Pattani, Yala e Narathiwat la legge marziale e un decreto di emergenza che conferiscono ai militari il potere di arrestare e detenere i cittadini senza processo, dando la stura a flagranti abusi dei diritti umani.

Le trattative tra l’attuale Governo militare tailandese e i gruppi separatisti, di etnia malay e di religione islamica, sono sospese e la proposta di istituire nel Sud una “zona di sicurezza” come progetto pilota in cui sperimentare una tregua è rimasta lettera morta. Il leader della giunta militare e primo Ministro tailandese Prayuth Chan-Ocha ha confermato di non voler intavolare alcun dialogo con gli insorti, definendo “irragionevoli” le richieste dei gruppi armati e affermando che essi non rappresentano gli interessi della maggior parte dei tailandesi del Meridione. Negli ultimi quindici anni i Governi tailandesi hanno utilizzato nel Sud il pugno duro e la repressione, attirandosi l’ostilità di gran parte della popolazione musulmana, che pure poteva non essere incline a sostenere l’insurrezione. Dopo il colpo di stato del maggio 2014, la giunta militare ha sospeso i negoziati di pace, pur mantenendo contatti con i rappresentanti della rivolta, che risiedono nella vicina Malaysia. Inoltre, a livello politico la forte spinta centralistica del regime militare al potere a Bangkok non lascia spazio al progetto di decentramento delle funzioni politiche o amministrative in altre zone della Thailandia, troncando sul nascere ogni speranza di autonomia. Sul piano culturale, poi, il Governo militare promuove una identità tailandese ancorata a una visione nazionalistica che ha come elementi cardine la religione buddista e la monarchia. Il Governo non riconosce l’organizzazione Majlis Syura Patani (Mara Patani), che raccoglie sei fazioni separatiste del Sud, come controparte, né ammette la presenza di mediatori internazionali.

Per cosa si combatte

La Nazione è attraversata dall’insurrezione armata nelle Province Meridionali: la rivolta separatista ha origine nella Provincia a prevalenza malese e islamica di Pattani (al confine con la Malaysia) e si è allargata alle vicine Province di Yala e Narathiwat, coinvolgendo in parte anche la quarta Provincia “musulmana” di Songkhla. Il conflitto nasce dalle differenze etniche, culturali ed economiche, supportate dal fattore religioso, che alimentano un desiderio di autonomia. Nel Sud è infatti concentrata la minoranza musulmana di etnia malay presente in Thailandia. L’attività dei gruppi separatisti si registra da secoli ma la fase più violenta del conflitto ha preso il via nel 2004. Gruppi armati musulmani, sfruttando l’opportunità offerta dal risveglio dell’islamismo sulla scena internazionale, hanno riacceso le speranze e la lotta di indipendenza, mentre nelle tre Province Meridionali di Pattani, Yala e Narathiwat imperversa la violenza e vige la legge marziale. Accanto alla violenza nel Sud, va registrato, a livello nazionale, l’alto indice di conflittualità politica che negli anni scorsi ha generato quasi una guerra civile tra i gruppi di potere, fra oligarchie e partiti politici. Per domare la conflittualità sociale e politica e restituire al Paese la stabilità che non facesse sprofondare l’economia e il turismo, l’esercito non ha avuto esitazione a compiere diversi colpi di stato, con il benestare del Re. L’ultimo, del 2014, ha portato al potere Prayuth Chan-Ocha, che ha introdotto nel Paese il Governo più autoritario degli ultimi anni.

Quadro generale

L’attuale situazione sociale, politica ed economica della Thailandia non può prescindere dal golpe militare del 2014 che ha segnato l’ascesa al potere del generale Prayuth Chan-Ocha, a capo di una giunta militare che ha estromesso dal potere la Premier Yingluck Shinawatra. Sorella dell’ex primo Ministro Thaksin e prima donna a capo di un esecutivo nella storia del Paese. È stata esautorata in seguito alle condanne per corruzione e conflitto d’interessi. La giunta, presentatasi al popolo per guidare un regime di transizione, con l’obiettivo di porre fine all’instabilità politica degli ultimi anni e consegnare al popolo una nuova Carta costituzionale, in realtà, ha instaurato una dittatura militare e ha rinviato di continuo il voto per eleggere un nuovo parlamento e restaurare la democrazia. Promulgata la nuova Costituzione (la ventesima nella storia nazionale) nell’aprile 2017, il Governo ha promesso nuove elezioni, senza ancora fissare una data certa, che potrebbe essere nel 2019. Nel frattempo con la morte dello storico sovrano Bhumibol Adulyadej, è salito al trono il figlio Vajiralongkorn, figura che aggiunge una variabile di imprevedibilità nei delicati rapporti tra politici e militari. Infatti, dopo aver venerato lungo sette decenni il vecchio re Bhumibol come figura paterna e divina allo stesso tempo, monarca raramente messo in discussione (non solo per timore della severa legge di lesa maestà), ma molto amato dal popolo, il trono passa a suo figlio, figura controversa, pur se considerato sempre da entrambi i genitori, unico e legittimo erede. Non è ancora chiaro quanto la profonda differenza tra i due sovrani influenzerà il futuro sociale e politico del Paese e se rappresenterà un’incognita. Sancita la successione, la Nazione è tornata a una vita normale, in una società spaccata dalle forti disparità tra ricchi e poveri, dalla divisione tra i ceti urbani e le popolazioni rurali: il confronto si era esacerbato fino al punto di paralizzare l’attività politica nazionale, con tanto di guerriglia urbana, favorendo quel golpe militare che, in un primo momento salutato con soddisfazione dalla popolazione, ha poi visto gradualmente crescere un atteggiamento distaccato della società verso i generali al potere. Il regime ha voluto disinnescare il rischio di nuove rivolte popolari pro-Shinawatra. L’estromissione di entrambi i fratelli Shinawatra, in ogni caso, lascia l’opposizione orfana dei suoi leader storici, dunque molto indebolita. La nuova Costituzione, inoltre, conferisce all’apparato militare un potere maggiore nelle mani dei militari stessi, che si avviano a ritagliarsi spazi di azione determinanti anche dopo il voto per il nuovo Parlamento. Al fine di garantire la stabilità politica nel Paese, infatti, qualunque sia il Governo eletto, la Carta prevede la presenza di una quota fissa di militari in Parlamento e nei dicasteri chiave dell’esecutivo. In tal modo l’esercito si garantisce il pieno controllo della Nazione e tiene saldamente in mano le leve dell’economia, agitando lo spettro del conflitto sociale che era culminato con 91 morti e duemila feriti nel 2009. Ne fanno comunque le spese i diritti umani: Amnesty International ha denunciato sparizioni sospette e torture nei confronti di attivisti che hanno manifestato o promosso il ritorno alla democrazia. Secondo il sito web di informazione indipendente PrachaThai, sono diffusi i casi di abusi dei diritti umani soprattutto su attivisti e studenti che hanno indetto sporadiche manifestazioni in piazza (come per la riforma del settore energetico), in una generale compressione delle libertà individuali e sociali.

Resta sullo sfondo la guerra con gli indipendentisti musulmani nelle tre Province Meridionali: anche questa sollevazione, che si registra a poca distanza dalle spiagge più rinomate e turisticamente appetibili, legittima il budget destinato alle spese militari e la vasta mobilitazione dell’esercito. L’approccio repressivo nel Sud del Paese, basato sul pretesto di combattere i separatisti musulmani, non è storia recente, ma si era riattivato proprio in seguito all’incoronazione di re Bhumibol, con l’uccisione di centinaia di persone e la distruzione del villaggio di Dusun Nyor, già nel 1948. La presenza della minoranza musulmana nel Sud della Thailandia viene tutt’ora presentata e usata come strumento politico per legittimare il potere dell’esercito, senza che si sia registrato alcun tentativo di Bangkok di instaurare un dialogo.