Thailandia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Sembra reggere la fragile tregua politica in Thailandia, abituata a subire capovolgimenti politici violenti: dal 1932 si contano almeno 19 golpe.

Nel mese di ottobre del 2016 un evento ha però scosso il Paese: la morte del re Bhumibol Adulyadej. Il monarca, che ha regnato per settant’anni, era considerato un punto di riferimento in un Paese politicamente instabile, governato da una giunta militare dal 2014, dopo l’ennesimo colpo di stato.

Il principe ereditario Maha Vajiralongkornk, 64 anni, prenderà il posto del padre. Il successore è molto impopolare perché al centro di scandali, di qui l’incertezza sul futuro della monarchia e le molte domande sulla durata della fragile stabilità politica.

Per cosa si combatte

Due i fronti aperti, da decenni. C’è il problema politico, con i continui colpi di stato messi a segno dall’esercito, con il benestare del Re, utili a regolare i conti fra i gruppi di potere, fra oligarchie. Poi, la guerra interna, nel Sud, che nasce dalle differenze culturali, economiche e dalla voglia di autonomia di una delle parti. I musulmani sono una minoranza relativamente piccola nel Paese, solo il 4,6% della popolazione, ma sono concentrati tutti nella stessa area e, soprattutto, hanno avuto una lunga storia di indipendenza. La situazione internazionale, con lo scontro in atto fra mondo cosiddetto occidentale e terrorismo islamico, ha riacceso le loro speranze di indipendenza, portandole sotto la bandiera pan-islamica.

Quadro generale

Viene definito – e in fondo si definisce – il “Paese del Sorriso”, ma c’è davvero poco da stare allegri in Thailandia. Le contraddizioni sono evidenti, così come la ripresa di scontri che parevano finiti. È il caso del confronto duro, con la Cambogia. Nel 2012, accettando la mediazione internazionale, Thailandia e Cambogia hanno messo fine allo scontro armato che le vedeva impegnate dal 1962 per il controllo della zona di confine vicino al tempio di Preah Vihear, inserito tra i beni patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Gli scontri, in cinquant’anni, erano stati ripetuti. L’ultimo – proprio nell’aprile del 2012, poco prima della sigla dell’intesa – con 18 morti. Con la firma della pace, i militari al confine sono stati sostituiti da normali poliziotti, ma il rimpatrio forzato dei lavoratori cambogiani, deciso dal nuovo Governo nel 2014, potrebbe riaccendere la miccia. Anche lo scontro politico interno, che pareva terminato dopo i 91 morti e duemila feriti del 2009, è destinato a riprendere. Il golpe del 2014 contrappone nuovamente i popolari delle Camicie Rosse agli aristocratici delle Camicie Gialle e il confronto si annuncia durissimo. C’è poi la guerra con gli indipendentisti a macinare morte nelle tre Province Meridionali a maggioranza musulmana, nonostante Yala, Narathiwat e Pattani, si trovino a poche centinaia di chilometri dalle più famose spiagge thailandesi, ai confini con la Malaysia. L’apparato militare thailandese è sottoposto ad uno sforzo continuo, con costi spaventosi. Nel 2009 il generale a riposo Ekkachai Srivilas, direttore dell’Ufficio per la Pace e la Governance dell’Istituto Re Prajadhipok, aveva proposto un approccio diverso alla crisi, proprio per evitare le spese e gli sforzi che si pagano per dispiegare 60mila soldati nel Sud. Il Governo aveva respinto l’idea e l’estate del 2009 era stata una continua offensiva per rastrellare tutti i villaggi della Regione e fare terra bruciata intorno ai pejuang, i miliziani del Fronte Rivoluzionario Nazionale (Brn). Una scelta coerente con la decisione di attaccare i ribelli per distruggerli, senza cercare mediazioni. Quindi si combatte. Il picco dello scontro era stato nel 2007, ma non è mai cessato. Narathiwat, Yala e Pattani sono Province abitate in maggioranza da musulmani di lingua malese. Corrispondono al territorio di un sultanato annesso all’inizio del secolo scorso all’allora regno del Siam, dopo un accordo con gli inglesi, veri padroni dell’area in quegli anni. Una guerra, quindi, che ha ragioni storiche, ma che non trova spiegazioni vere nel presente. Per gli analisti internazionali, i rivoltosi – nel frattempo raccolti sono la sigla Fronte Rivoluzionario Nazionale (Brn) – sono da collegare alla rete di al-Qaeda. È di questo parere la Cia statunitense, che da sempre collabora con l’esercito nel quadro della lotta al terrorismo internazionale. A rafforzare questa opinione è arrivato, nel giugno 2009, un rapporto dell’International Crisis Group, che ha denunciato l’uso della retorica della jihad mondiale nelle scuole delle tre Province, al fine di reclutare nuovi combattenti. Rimane invece ignoto l’obiettivo reale della guerra scatenata nel 2004: non è chiaro se vogliano solo una maggiore autonomia, l’indipendenza o una unione con la Malaysia. Il dato certo è che nella Regione la stragrande maggioranza degli abitanti sono musulmani, di etnia e lingua malay. Da sempre i thailandesi li vivono come un pericolo. I pochi buddhisti della zona tendono a lavorare per conto del Governo e dal 2004 sono un facile obiettivo dei ribelli, che colpiscono soprattutto gli insegnanti, considerati i portavoce del Governo di Bangkok, che rappresentano da soli l’11% delle vittime. Vanno a lavorare scortati dall’esercito e nemmeno questo ferma le imboscate. Una situazione drammatica, anche dal punto di vista dei diritti umani. Un rapporto di Human Rights Watch ha spiegato come per effetto delle leggi speciali thailandesi, che prevedono la carcerazione preventiva senza mandato per 37 giorni, e di un regolamento del generale Viroj – comandante dell’area – che vieta visite dei familiari per i primi tre giorni di detenzione, migliaia di musulmani, maschi, di tutte le età siano stati arrestati e torturati dall’esercito.