Venezuela

Il metro della crisi venezuelana è soprattutto nei dati dell’Unhcr, l’agenza delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi. Al gennaio 2018, veniva definito di “dimensioni enormi” l’esodo di cittadini venezuelani che, in cerca di cibo, cure mediche e prospettive di vita migliore, superavano i confini di Stato per andare nei Paesi vicini. Nella sola Colombia, si parla – a quella data – di 550mila persone. Una vera e propria fuga, una marea di esseri umani che raggiungono poi Perù, Cile, Brasile ed Equador e formata – in parte – anche da colombiani andati in Venezuela negli anni passati e ora costretti a tornare a casa.

La crisi economica iniziata nel 2013 ha raggiunto picchi impensabili. L’inflazione 2018 è stimata nel 160mila per cento. Mancano cibo, generi di prima necessità, materiali da costruzione. Un Paese inchiodato, insomma, che deve affrontare la crisi economica nel pieno di uno scontro politico-sociale durissimo.

Il Presidente Maduro – erede del modello sociale fondato da Hugo Chavez – ha forzato più di una volta la Costituzione. L’obiettivo è resistere agli attacchi che le vecchie oligarchie petrolifere e terriere hanno portato al Governo subito dopo la morte dell’ex leader. Forzature che hanno, però, scatenato l’opposizione internazionale e interna. Le manifestazioni dell’aprile 2017, durissime, hanno lasciato sul terreno 128 persone e conseguenze internazionali pesanti. La Corte Internazionale per i Diritti Umani, infatti, ha deciso di indagare su quanto accaduto, ipotizzando abusi verso manifestanti ed esponenti dell’opposizione. Nello specifico, il Tribunale esaminerà i casi in cui la polizia ha utilizzato una “forza eccessiva” per reprimere le manifestazioni e “i gravi abusi verso i detenuti”. Contemporaneamente, parte della comunità internazionale – guidata dagli Usa e dall’Europa – ha annunciato e applicato dure sanzioni economiche, con l’obiettivo di rovesciare il Governo. Altri Paesi, Cuba in testa, si sono schierati, invece, a fianco di Maduro, offrendo una sponda al Presidente e al progetto bolivariano-socialista del Governo.

La crisi sociale rischia comunque di esplodere in vera e propria guerra interna da un giorno all’altro. Opposizione e Governo sembrano intenzionati a non mollare la presa, fra elezioni rinviate, assemblee costituenti non accettate e risultati elettorali stravolti. In mezzo ci sono appunto i venezuelani ridotti ormai alla miseria, nonostante navighino sul più consistente giacimento petrolifero del continente. Per far fronte almeno alle difficoltà e aggirare le sanzioni, il Governo ha lanciato sul mercato internazionale una criptovaluta, il ‘Petro’. È una moneta digitale garantita dal petrolio. L’operazione prevede l’emissione di cento milioni di ‘petro-token’, ciascuno garantito da un barile di greggio, per un valore totale che nelle stime del Governo di Caracas sarà pari a 6miliardi di dollari.

Tanti i dubbi sull’operazione. La reale copertura di greggio sarebbe insufficiente, perché parte del petrolio viene estratto da una joint venture e quindi non è completamente a disposizione del Governo. Inoltre, il Tesoro statunitense ha messo in chiaro che qualsiasi acquisto di ‘Petro’ sarà considerato alla stregua di una violazione delle sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa.