Yemen

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Crimini di guerra, migliaia di vittime, carestia. Queste sono solo alcune delle parole che possono descrivere l’attualità dello Yemen.

Dal 2015 il Paese è vittima di violenti combattimenti tra i ribelli sciiti houthi, appoggiati dall’Iran, che hanno cercato di allontanare con un colpo di stato il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi e una colazione a sostegno del presidente.

L’Arabia Saudita guida questa coalizione di Paesi a maggioranza sunnita. Il presidente però controlla soltanto parte del Sud, Aden e la zona circostante. La parte orientale dello Yemen è in condizioni di anarchia, con intere province sotto il controllo di Al-Qaeda, terzo attore di questa vicenda.

Nel gennaio 2017 l’offensiva degli Houthi si è fatta più cruenta. Pare abbiano ottenuto nuove armi e missili dall’alleato iraniano, probabilmente per portare la guerra in Arabia saudita.

Intanto il 29 gennaio 2017 anche i Navy Seal americani sono tornati in Yemen per compiere un attacco contro il ramo locale di al Qaeda. Un raid in cui non sono morti 14 qaedisti, un soldato Usa ma anche una dozzina di donne e bambini, usati come scudi umani.

Sembra che il fronte anti-sciita sia diviso al proprio interno dalle aspettative future. Gli Emirati Arabi Uniti, principale potenza insieme all’Arabia Saudita, temono che finisca per avere peso eccessivo il partito Al-Islah, legato ai Fratelli Musulmani. Mentre a sud stanno prevalendo le spinte dei separatisti che chiedono la formazione di uno Stato autonomo con capitale Aden.

Anche l’Oman, fino ad oggi equidistante dalle fazioni dell’area ha preso posizione a fianco dei sunniti. Lo stato del sultano Qaboos Bin Said ha aderito all’IMAFT (Islamic Military Alliance to Fight Terrorism), coalizione militare chiamata “la piccola Nato sunnita”. A fondarla nel dicembre del 2015 l’Arabia Saudita, formalmente per combattere i gruppi jihadisti nella regione. L’alleanza ha però peggiorato i rapporti con Tehran.

In tutto questo la crisi umanitaria si aggrava di giorno in giorno. Secondo l’Oms oltre 7.400 persone sono morte e quasi 40mila sono rimaste ferite nel conflitto.

La guerra ha aggravato la crisi alimentare che potrebbe entro il 2017 trasformarsi in carestia.

Il sottosegretario generale agli affari umanitari delle Nazioni Unite, Stephen O’Brien, ha reso noto che due milioni di persone hanno bisogno di urgenti aiuti alimentari, mentre altri 14 milioni di yemeniti sono a rischio.

La metà degli ospedali nel Paese non funziona. La comparsa del colera, poi, aggrava l’emergenza umanitaria nello Yemen, dove secondo l’Unicef 7,4 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza medica e 370mila sono a rischio di malnutrizione acuta.

Intanto nel 2016 più di centomila migranti da Etiopia e Somalia hanno compiuto la traversata verso lo Yemen.

Per cosa si combatte

Dal 2000 le ragioni della guerra nello Yemen sono sempre le stesse: la lotta al terrorismo. A questo si aggiungono le tensioni interne – riemerse con forza nel 2011 nel contesto delle proteste popolari in tutto il mondo islamico – fra Governo centrale e Clan, spesso legati alla tradizione e poco propensi ad accettare cambiamenti nel modo di vivere. Vi è poi il ruolo degli Stati Uniti, militarmente presenti – e non da tutti accettati – proprio per contrastare al-Qaeda. Sostanzialmente, quindi, si combatte per il controllo del Governo centrale.

Quadro generale

Il nuovo Presidente, Abde Rabbo Mansur Hadi, non ha cambiato la realtà. Lo Yemen, nato nel 1990 dall’unione fra Nord e il Sud, resta fragile.

La riconciliazione nazionale, in effetti, è ancora lontana: Sanaa e Aden restano separate dai lutti e dagli strascichi della guerra civile, oltre che dalle discriminazioni economiche e sociali di cui il Sud tuttora soffre. Il risultato è che il vento della secessione continua a soffiare, contrastato da una feroce repressione del Governo centrale, che ovviamente finisce per esasperare la situazione.

In questo quadro già problematico si inserisce la presenza di al-Qaeda che appoggia le istanze secessioniste portate avanti dal Southern Mobilty Movement (Smm). Un secondo “fronte” è aperto nel Nord, al confine con l’Arabia Saudita, con la minoranza sciita che fa capo al clan degli Al Houti. Si tratta di sciiti della setta zaidita, che non riconoscono alcuna legittimità al Governo centrale. Il loro leader, il predicatore Hussein al Houti, è stato ucciso in un raid aereo del dicembre 2009.

Secondo l’Onu, il conflitto ha già fatto decine di migliaia di vittime e provocato un flusso di almeno 50mila rifugiati, costretti ad abbandonare le loro case. Le autorità di Sanaa accusano l’Iran di fomentare la rivolta, per spingere al potere la minoranza sciita, che in Yemen rappresenta il 40-45% della popolazione.

Certo è che le Province del Nord – in particolare quella di Saada – sono off limits per l’esercito di Sanaa e sono saldamente in mano ai ribelli: una secessione di fatto, che ha provocato nel dicembre 2009 l’intervento armato dell’Arabia Saudita, che lamenta l’insicurezza di questa frontiera, troppo permeabile dai miliziani di al-Qaeda.

A questo va sommato il quadro internazionale, con il ruolo degli Stati Uniti. Attaccati da al-Qaeda del 2000, con l’assalto alla portaerei Cole e la morte di 17 marines, gli Usa hanno raggiunto accordi con il Governo yemenita e ampliato la loro presenza militare, mettendo fine al rapporto ambiguo che l’ex Presidente Saleh ha mantenuto per anni con l’organizzazione. È, ad esempio, provato che le milizie di al-Qaeda sono state utilizzate senza tanti problemi dal Governo yemenita già nella seconda metà degli anni ’90, per contrastare la secessione nelle Province del Sud tentata dai ribelli del “Southern Mobility Movement”. Altrettanto disinvolto è stato però il voltafaccia dell’ex capo di Stato dopo l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2000, quando gli americani scoprirono la consistenza della rete terroristica di bin Laden in terra yemenita. A quel punto la caccia ai militanti di al-Qaeda diventò anche a Sanaa una priorità nazionale, resa ancora più pressante dal numero cospicuo di kamikaze yemeniti che si sono immolati in Iraq dopo il 2003, per combattere gli americani.

Il paradosso è che, con la stessa velocità con cui le carceri di Sanaa si sono riempite di militanti di al-Qaeda, altrettanto velocemente si sono svuotate. Una fuga di massa si verificò ad esempio nel febbraio 2006, quando 23 miliziani di al-Qaeda, tutti di primo piano, evasero. Ed è questo l’inizio di una nuova fase, che vide i jihadisti impiantarsi sempre più saldamente nelle Province del Sud, con rapporti di contiguità se non di alleanza tattica con la guerriglia separatista, che continua a battersi per l’indipendenza.

Allo stesso tempo, al-Qaeda nella penisola Arabica non smette di colpire, appena può, il nemico americano e i suoi più stretti alleati: nel 2008 vi furono due attacchi suicidi all’ambasciata Usa cui vanno aggiunti diversi attacchi contro obiettivi “occidentali”. Nell’autunno 2009, inoltre, l’Arabia Saudita ha denunciato l’infiltrazione di elementi legati ad al-Qaeda provenienti dal Nord dello Yemen, a conferma del fatto che la rete del terrore che faceva capo ad Osama bin Laden ha nello Yemen il suo principale caposaldo, con una capacità di azione ad ampio raggio ed una rete di protezioni tribali che sarà difficile smantellare, nonostante nel 2010 ci sia da registrare una grande battaglia fra l’esercito yemenita e i miliziani di al-Qaeda, nella città di Loder, nel Sud, con decine di morti da ambo le parti. Tutto cambia nel 2011, con il crollo del Presidente Saleh. Lo scontro con gli oppositori era diventato incandescente. Il 3 giugno un bombardamento di artiglieria semi-distrusse il palazzo presidenziale. Saleh, ferito, riparò in Arabia Saudita, ma al rientro le proteste ricominciarono, portando il bilancio a 700 morti. In un discorso alla tv di stato, il 25 settembre, Saleh promise nuove elezioni a breve, per avviare un processo di transizione dei poteri. Ma la piazza reclamava, armi alla mano, le sue dimissioni immediate. Inoltre voleva processarlo per la repressione feroce e per tutti gli altri crimini commessi nei suoi 33 anni di potere più o meno assoluto. I battaglioni della Guardia Repubblicana, guidati da suo figlio Ahmed, non lo hanno salvato da una contestazione ormai estesa a tutte le tribù e a tutto o il Paese e che gli ha fatto perdere in sei mesi anche l’appoggio dei suoi storici protettori, la Monarchia saudita e il Governo degli Stati Uniti. Nel 2012 il cambio, con l’elezione di Hadi, fedelissimo di Saleh. Nulla è davvero cambiato e le tensioni nel Paese restano.