Dopo il golpe a Bamako

In Mali Keita costretto a dimettersi. La condanna dell'Unione africana su un Paese lacerato  e in conflitto.

Il 18 agosto un gruppo di  militari ammutinati ha preso il controllo della base delle forze armate di Kati, a circa 15 km da Bamako per poi dirigersi sulla capitale, dove sono stati accolti con applausi dalla folla, che si era radunata da alcuni giorni per chiedere le dimissioni del presidente  Ibrahim Boubacar Keïta. Con la minaccia delle armi hanno costretto il presidente a dimettersi, come egli stesso ha annunciato, dichiarando che cedeva il potere per evitare un bagno di sangue.Malgrado l’accoglienza ricevuta davanti al palazzo presidenziale dai golpisti, il passaggio non sarebbe stato pacifico.Già da  alcune settimane, decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza al seguito del Movimento 5 giugno (M5-RFP) per chiedere le dimissioni del presidente, accusandolo di aver permesso il collasso dell’economia del Mali e di aver fallito sul tema della violenza che devasta il Nord del Paese.Almeno 14 manifestanti e passanti sarebbero  stati uccisi durante i tre giorni di disordini il mese scorso a Bamako presumibilmente a seguito di colpi di arma da fuoco da parte delle forze di sicurezza, secondo i portavoce dei gruppi per i diritti.umani. E ora si denunciano algtri 5 morti almeno durante gli eventi del golpe.

Keita: costretto a dimettersi

Il 19 agosto il colonnello Assimi Goita si è presentato come leader della giunta militare, a capo di un “Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo” (CNSP).Il colonnello Goita, comandante delle   forze speciali, mercoledì ha incontrato alcuni alti funzionari, a cui secondo il quotidiano Journal du Mali ha detto: “Non abbiamo ambizioni politiche, siamo soldati, il nostro obiettivo è trasferire rapidamente il potere. Lo Stato continuerà a lavorare tranquillamente.” L’Unione africana ha immediatamente espresso la sua condanna:” i colpi di stato militari sono cosa del passato che non possiamo più accettare.Ogni volta che si ha una crisi e i militari fanno un colpo di stato e dicono ‘stiamo rispondendo alla volontà del popolo’, questo modo di rispondere non è affatto accettabile”, ha detto il commissario dell’Ua per la pace e la sicurezza,Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha sollecitato un ritorno al governo civile, affermando che “la lotta contro i gruppi terroristici e la difesa della democrazia e dello Stato di diritto sono inseparabili”.

Nel 2018,  Keïta è stato eletto al suo secondo mandato di cinque anni dopo aver battuto Boubou Cissé al ballottaggio. L’opposizione ha denunciato irregolarità di voto. Membro fondatore del partito ADEMA, storicamente il più grande del Mali,  Keïta è stato nell’entourage di Alpha Oumar Konare, presidente succeduto nel 1991 a Moussa Traore, e a un altro  colpo di stato militare. Konare lo ha poi promoss,  da ambasciatore in Costa d’Avorio, a Ministro degli esteri, e infine Primo ministro. Pur dichiarandosi socialista, tra il 1994 e il 2000 Keïta ha represso una serie di scioperi che gli hanno fatto guadagnare la reputazione di uomo forte. Ha poi lasciato  l’ADEMA per fondare un  suo partito, arrivando terzo alle elezioni presidenziali del 2002 vinte da Amadou Toumani Toure, anch’egli rovesciato dieci anni dopo da un colpo di stato militare. In quell’occasione Keïta mantenne una posizione morbida con la giunta golpista, dando intendere che ritenesse il governo responsabile del permanere della povertà e del diffondersi di corruzione e violenza. Nel 2013, Keïta si è presentato come candidato presidenziale come figura unificante nel suo paese lacerato, promettendo “tolleranza zero” sulla corruzione – con le stesse parole  del leader del golpe Amadou Sanogo.

.Il suo rivale Boubou Cissé,  rapito alla fine di marzo da uomini armati non identificati, durante una campagna elettorale nel Nord del Paese, ha sempre criticato Keita per non aver affrontato in modo efficace la crescente insicurezza del Mali. Dal rapimento, non se ne hanno più notizie.  Il Mali si trova in un conflitto di fatto dal 2012, quando  ribelli di etnia Tuareg, e gruppi armati di varie etnie, collegati sia ad al-Quaeda che allo Stato Islamico hanno preso di fatto il controllo dei due terzi settentrionali del Paese. Ma la reazione delle forze governative non solo non ha ripreso il controllo della zona, ma si è resa tristemente nota per gli abusi e per gli assasinii su base etnica. 

Nel gennaio 2013 una forza multinazionale a guida francese (Operazione Serval) è intervenuta, su mandato ONU, per “ristabilire la sovranità del Mali sui territori sahariani settentrionali”. Nonostante l’avvio di trattative di pace, i ripetuti fallimenti dei colloqui tra i diversi attori (principalmente, i rappresentanti dello Stato, delle diverse etnie, Tuareg e non, nonché di alcuni gruppi islamisti) fanno sì che il conflitto sia da considerarsi ancora attivo.

(Red/Ma.Sa.)

In copertina: soldati maliani

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