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	<description>Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo</description>
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		<title>&#8220;Éxodo: camino a Jalozai&#8221; il reportage di Diego Ibarra Sanchez</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 14:53:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Ramacci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo i dati forniti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati sono oltre 60.000 le persone ospitate a Jalozai, il più grande campo di sfollati del Pakistan. Jalozai si trova vicino alla città di Peshawar, in Pakistan occidentale, nella provincia di  Kyhber Pakhtunkhwa, formalmente nota come Provincia della Frontiera Nord-occidentale. Nella regione pakistana sono ancora in corso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo i dati forniti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati sono oltre 60.000 le persone ospitate a Jalozai, il più grande campo di sfollati del Pakistan. Jalozai si trova vicino alla città di Peshawar, in Pakistan occidentale, nella provincia di  Kyhber Pakhtunkhwa, formalmente nota come Provincia della Frontiera Nord-occidentale. Nella regione pakistana sono ancora in corso scontri tra truppe governative e gruppi militanti islamici.  I combattimenti hanno costretto quasi 200.000 persone a fuggire e abbandonare le proprie case<strong>.</strong> <strong>“Éxodo: camino a Jalozai” </strong> <strong>è</strong> <strong>il reportage del fotografo Diego Ibarra Sanchez (<a href="http://www.diegoibarra.com/" target="_blank">http://www.diegoibarra.com/</a>)<br />
</strong></p>
<p><a href="http://diegoibarrasanchez.blogspot.it/2012/04/exodo-camino-jalozai.html" target="_blank">http://diegoibarrasanchez.blogspot.it/2012/04/exodo-camino-jalozai.html</a></p>
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		<title>DOSSIER ATLANTE &#8211; L&#8217;odore della guerra. Intervista a Fabio Bucciarelli di Alessandra Montesanto per Assaman.info</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 07:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gheddafi steso su un materasso insanguinato, esanime, coperto da un telo verde. Quella foto di Fabio Bucciarelli ha fatto il giro del mondo: Bloomberg, The Times, Stern magazine, Vanity Fair. Come fotografo freelance, Bucciarelli ha raccontato la rivoluzione in Egitto, la guerra del Kachin indipendence army in Birmania, le proteste di Atene. Ma soprattuto la [...]]]></description>
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<p>Gheddafi steso su un materasso insanguinato, esanime, coperto da un telo verde. Quella foto di <a href="http://www.fabiobucciarelli.com/">Fabio Bucciarelli</a> ha fatto il giro del mondo: Bloomberg, The Times, Stern magazine, Vanity Fair. Come fotografo freelance, Bucciarelli ha raccontato la rivoluzione in Egitto, la guerra del Kachin indipendence army in Birmania, le proteste di Atene. Ma soprattuto la fine della Jamahiriya, della dittatura a Tripoli. E&#8217; tra i collaboratori dell&#8217;Atlante dei conflitti del mondo.</p>
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<p><strong>Prima di andare sul campo, come ci si prepare?</strong></p>
<p>E&#8217; importante, certo, conoscere la condizione socio-economica e politica del paese prima di recarvicisi. Una volta in loco, se si è fortunati (o meglio se si è in &#8220;assignment&#8221; per qualche testata/rivista) si ha la possibilità di contrattare un fixer, la persona di riferimento per il reporter. E&#8217; una persona del luogo, che conosce l&#8217;inglese e lavora come traduttore e da cicerone per il giornalista. Senza assegnato, quindi senza risorse monetarie per pagare un fixer, ci si muove più lentamente, con l&#8217;aiuto delle persone del luogo. Serve empatia per potersi relazionare alla gente immersa in una realtà di conflitto. Altre volte, ci si unisce a colleghi con più esperienza per entrare nella realtà del conflitto. Più tempo si passa in una realtà di emergenza, più profondo è il documento che si riesce ad ottenere.</p>
<p><strong>Quali sono i momenti in cui si rischia di più?</strong></p>
<p>In guerra, ogni momento può essere &#8220;pericoloso&#8221; . Non solo quando si sta coprendo uno scontro a fuoco si rischia la vita. Si vive in una realtà di totale instabilità, in una &#8220;polveriera&#8221; che in ogni attimo rischia di esplodere. Non ci sono leggi da rispettare.</p>
<p><strong>Come si muove un fotografo freelance? Ha una &#8220;troupe&#8221;?</strong></p>
<p>Come fotografo, la &#8220;troupe&#8221; può essere formata dal giornalista inviato dal tuo stesso giornale. Diversamente, ci si muove da soli, o in piccoli gruppi di 2,3 o al massimo 4 persone, per essere più flessibili e capaci di prendere decisioni rapide ed efficaci.</p>
<p><strong>Era possibile &#8220;esportare la democrazia&#8221; in Libia?</strong></p>
<p>La democrazia non si può esportare, nasce da un lavoro continuo sul territorio. Intendo un lavoro sociale legato ad una maggiore conoscenza della cultura locale, non attraverso l&#8217;uso di armi. Nel caso specifico della Libia, la popolazione, dopo 42 anni di dittatura di Gheddafi, bramava un sentimento di libertà. Aveva bisogno di scacciare il Rais più di qualsiasi altra cosa, prima di pensare a una forma di governo democratico. L&#8217;intervento armato della NATO, è stato di aiuto alla Rivoluzione, senza il quale, probabilmente, non avrebbe trionfato. Ma la ragione per la quale la NATO è intervenuta in Libia, è di interesse economico e non di desiderio di &#8220;esportare democrazia&#8221;.</p>
<p><strong>Cosa l&#8217;ha colpita di più del conflitto libico?</strong></p>
<p>In guerra si vive l&#8217;estremizzazione del sentimento umano. Morte, dolore, tristezza e gioia, libertà, felicità. Questo è quello che empaticamente rimane dentro di noi. Una delle tante immagini che mi è rimasta in mente, ve la mostro attraverso una fotografia.</p>
<p><strong>Esiste ancora un&#8217;etica giornalistica, specialmente quando si ha a che fare con la popolazione che vive una situazione complessa e drammatica?</strong></p>
<p>L&#8217;etica giornalistica è fondamentale per svolgere questo lavoro. La difficile ricerca della verità deve essere l&#8217;obiettivo di ogni giornalista. Vorrei citare Mimmo Candito, famoso inviato di guerra italiano, un vero esempio di etica giornalistica. Nella prefazione al mio libro &#8216;L&#8217;Odore della Guerra&#8217;, scrive, a proposito di verità: &#8220;</p>
<p>[...]E&#8217; convincimento diffuso che a morire in guerra sia anzitutto la verità. E dunque che il lavoro del reporter (quale che sia il profilo sotto il quale si sviluppa il suo racconto) sia sostanzialmente inutile, condannato a scontare la impossibilità di un &#8220;assignment&#8221; che per essere realizzato dovrebbe distruggere le pale &#8211; lente ma inesorabili &#8211; di troppi mulini: le astuzie subdole e allettanti del potere politico, i camuffamenti del potere militare, la stessa indifferenza del consumo culturale, piegato ormai a subire passivo la fascinazione bugiarda dell&#8217;estetica dell&#8217;apparenza.</p>
<p>Questa estetica è la nuova palude dentro la quale si perde il progetto del giornalismo (non solo il giornalismo di guerra, ma questo soprattutto). La velocizzazione della comunicazione – ammoniva Paul Virilio – è indifferente alla qualità dell&#8217;informazione. Con il risultato che l&#8217;accelerazione dei tempi produttivi nella trattazione delle notizie impone – in questo nostro secolo elettronico – la caduta della linea di separazione tra il reale e il verosimile; tutto diventa uguale, vero o non-vero, purchè venga comunicato. E se il reporter però muore in un suo velleitario tentativo di opporsi alla omologazione della &#8220;indifferenza&#8221; che Virilio denuncia come destino ineluttabile della costruzione della conoscenza oggi, peggio per lui e per la sua stupida presunzione di raccontare &#8220;la verità&#8230;&#8221;</p>
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		<title>DOSSIER ATLANTE- Il Dio della guerra. Intervista a Emanuele Giordana di Alessandra Montesanto per Assaman.info</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 07:37:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; S&#8217;uccide in nome di Dio, in Afghanistan. In nome del Dio della guerra che ha reso il Paese un crocevia dei conflitti dell&#8217;Asia. Emanule Giordana, docente di cultura indonesiana all’IsMEO di Milano e portavoce della piattaforma &#8220;Afgana&#8221;, ha raccolto le false &#8220;guerre sante&#8221; in un libro che si chiama appunto &#8220;Il Dio della guerra&#8221;. Editorialista [...]]]></description>
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<p>S&#8217;uccide in nome di Dio, in Afghanistan. In nome del Dio della guerra che ha reso il Paese un crocevia dei conflitti dell&#8217;Asia. Emanule Giordana, docente di cultura indonesiana all’IsMEO di Milano e portavoce della piattaforma &#8220;Afgana&#8221;, ha raccolto le false &#8220;guerre sante&#8221; in un libro che si chiama appunto &#8220;Il Dio della guerra&#8221;. Editorialista del quotidiano &#8220;Terra&#8221; e cofondatore di Lettera22, è un collaboratore dell&#8217;Atlante dei conflitti. La guerra che racconta ad Assaman è l&#8217;infinito conflitto di Kabul.</p>
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<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>A chi ci si appoggia prima di partire sul campo?</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ogni possibilità è buona: diplomatici conosciuti per caso, amici giornalisti, organizzazioni internazionali, Ong&#8230;tassisti. Privilegio persone coinvolte in associazioni della società civile se ho la fortuna di averle già incontrate o mi vengono segnalate: di solito conoscono molto bene la realtà locale e a prezzi accessibili</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>Qual è stato un momento di difficoltà in Afghanistan?</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Sempre e mai. A parte la situazione di pericolo fisico (ad esser sincero mi è capitato più da cittadino che da giornalista) la difficoltà è una condizione fissa, che appare da subito, già nel momento in cui si deve fare il visto. E&#8217; figlia soprattutto della fretta, la maledizione di questo mestiere. Ci si abitua a fare un respiro e farla sembrare meno grande di com&#8217;è</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>Cosa significa, per lei, “Esportare la democrazia”?</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Sono favorevole all&#8217;esportazione che è il sale del commercio: cipolle, patate e, perché no, idee. Ma a patto che ci sia chi le vuole comprare (le cipolle) o ascoltare (le idee). Esportate la democrazia invece è un concetto che significa trapiantare altrove una specia non autoctona senza chiedere il permesso. Non mi piace. E vale per le idee ma anche per le cipolle</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>Qual è la situazione che più l&#8217;ha colpita in Afghanistan?</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Vedere un uomo chiedere la carità in un Paese dove l&#8217;orgoglio maschile è un principio fondativo dell&#8217;identità afgana. La guerra e la miseria portano anche a questo. La vostra dignità per un piatto di riso da portare a vostro figlio. Mi ci sono visto.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>Esiste ancora un&#8217;etica giornalistica, specialmente quando si ha a che fare con la popolazione che vive una situazione complessa e drammatica?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;etica giornalistica (racconta quel che vedi in modo semplice e snza imbrogliare il lettore) esiste sia che tu racconti Lazio-Roma, sia che tu sia in un&#8217;aula di tribunale; al funerale di un miliardario, al matrimonio di un poveraccio. Ce l&#8217;hai o non ce l&#8217;hai. Tutti sanno che esiste e cosa significa e funziona ieri come oggi. Tenere la schiena dritta non è un problema contemporaneo. Ci provi oppure ignori.</p>
</div>
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		<title>DOSSIER ATLANTE &#8211; La voce di chi non ha voce. Intervista a Luciano Scalettari di Alessandra Montesanto per Assaman.info</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 07:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Da vent&#8217;anni racconta i conflitti che hanno insanguinato l&#8217;Africa. Il continente senza voce ha trovato in Luciano Scalettari un testimone sempre capce di analizzare le atrocità della sua storia. Lo fa sulle pagine di Famiglia Cristiana, settimanale di cui è inviato speciale, o nei suoi libri. E Scalettari fa inchieste su misteri irrisolti che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><sup><br />
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<p>Da vent&#8217;anni racconta i conflitti che hanno insanguinato l&#8217;Africa. Il continente senza voce ha trovato in Luciano Scalettari un testimone sempre capce di analizzare le atrocità della sua storia. Lo fa sulle pagine di Famiglia Cristiana, settimanale di cui è inviato speciale, o nei suoi libri. E Scalettari fa inchieste su misteri irrisolti che uniscono il nostro Paese e l&#8217;Africa. Come l&#8217;omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Collabora con l&#8217;Atlante dei conflitti, in pèarticolare in materia di Africa.</p>
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<div>
<p align="JUSTIFY"><strong>Quando vi recate “sul campo” a chi vi appoggiate (per es. per entrare in contatto con le persone da intervistare? Sicuramente farete un lavoro preparatorio prima di partire&#8230; Potete raccontare un momento in cui vi siete trovati in difficoltà?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto riguarda gli esteri mi occupo prevalentemente di Africa. Il lavoro preparatorio è sempre intenso, sia per quanto riguarda la storia la realtà e l&#8217;attualità del Paese, sia in relazione alla scelta del percorso di viaggio, dei luoghi da vedere e delle persone da intervistare. La particolarità dei viaggi africani è che il margine di imprevisto e le condizioni “di forza maggiore” che costringono a cambiamenti di programma e a variazioni significative sono frequenti. La situazione cambia in maniera sensibile se sono già stato nel Paese dove mi accingo ad andare o se si tratta della prima volta. Nel primo caso ho già una rete di contatti e di riferimenti che rendono l&#8217;organizzazione assai più semplice. Se sto per partire alla volta di un Paese nuovo, i contatti sono da costruire. Il lavoro è più laborioso e le incognite molto maggiori. La scelta delle tipologie di contatti da attivare varia anche in relazione al tipo di reportage da realizzare e al tema d&#8217;attualità che si va ad affrontare. Se si tratta di una situazione di conflitto o guerra civile, l&#8217;organizzazione è ovviamente molto più complessa. In ogni caso, nella grande maggioranza dei casi, dei riferimenti validi e costanti sono i cooperanti, i missionari, le agenzie umanitarie. Quasi sempre ci sono sul posto, all&#8217;interno di queste organizzazioni, alcune figure di grande competenza e disponibilità che permettono di rendersi conto in fretta della situazione e di proseguire nel lavoro di reportage in modo efficace. Naturalmente, la questione andrebbe articolata in molti ulteriori dettagli, sfaccettature e tipologie di casi, ma temo che la risposta diverrebbe molto lunga.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Da chi è formata la troupe, nel caso in cui vengano girati i video-documentari?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Ormai è prassi che ci si muova in due. Giornalista e fotoreporter/cameraman. In alcune circostanze questo costringe anche il giornalista a supplire col reportage fotografico (nei momenti in cui diventa prevalente l&#8217;importanza delle immagini video e il fotografo/operatore utilizza massicciamente la telecamera).</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cosa pensa dell&#8217;espressione “Esportare la democrazia”? </strong></p>
<p align="JUSTIFY">E&#8217; un&#8217;espressione che ha giustificato molte guerre e disastrose lacerazioni sociali, politiche e religiose. A mio avviso l&#8217;unica “democrazia” esportabile è la disponibilità a far conoscere la propria cultura (in senso lato) e a conoscere quelle altrui. Il dialogo può avvenire solo sui terreni comuni dei diritti umani fondamentali (quando questi terreni comuni ci sono).</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cosa l&#8217;ha più colpita dei conflitti africani?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">In questi vent&#8217;anni mi sono trovato spesso davanti a situazioni, testimonianze, storie che mi hanno profondamente cambiato e che hanno inciso nella mia vita, nelle scelte quotidiane, nelle convinzioni e nelle opinioni. Tuttavia, dopo tanto tempo le immagini più sconvolgenti restano ancora quelle legate al genocidio ruandese, che fu una delle mie prime esperienze africane. I fatti del 1994 rimangono quanto di più terribile mi sia capitato di essere testimone e di dover raccontare. Il continuare a vedere, vent&#8217;anni fa come oggi, folle di uomini donne e bambini sull&#8217;orlo della morte per fame rimane quanto di più scandaloso si sia costretti a narrare.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Esiste ancora un&#8217;etica giornalistica, specialmente quando si ha a che fare con la popolazione che vive una situazione complessa e drammatica?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Credo che sia necessaria un&#8217;etica quanto mai rigorosa per esercitare il giornalismo. E non a caso, a mio avviso, tutti i grandi maestri di giornalismo, sono considerati tali per aver saputo dimostrare di averla. Non certo per la bella scrittura o per il coraggio. Nel tempo mi sono sempre più convinto che il valore principale della professione giornalistica sia nella capacità di essere testimoni credibili degli accadimenti e nella capacità di porsi interrogativi su ogni questione, e di porle all&#8217;interlocutore/intervistato con ostinazione, fino alla sfrontatezza. Specie oggi, con le nuove tecnologie, non c&#8217;è il problema di acquisire la notizia o l&#8217;immagine, ma di cercare di capire ciò che accade, chiedere spiegazioni, cercare di raccontarlo. Con la consapevole umiltà di narrare quel poco che si è capito e quelle – quasi mai esaurienti – risposte che si sono ottenute.</p>
</div>
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		<title>DOSSIER ATLANTE &#8211; Anatomia delle guerre nel mondo. Intervista a Raffaele Crocco di Alessandra Montesanto per Assaman.info</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 07:23:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; E&#8217; stata pubblicata da poco la terza edizione dell&#8217;Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo – Sintesi dei conflitti e delle missioni presenti sul nostro pianeta &#8211; per Terra Nuova Edizioni &#8211; edizione che quest&#8217;anno è stata doverosamente dedicata a Vittorio Arrigoni. Abbiamo rivolto alcune domande ai curatori del volume e ad alcuni [...]]]></description>
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<p>E&#8217; stata pubblicata da poco la terza edizione dell&#8217;<em>Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo – Sintesi dei conflitti e delle missioni presenti sul nostro pianeta &#8211; </em>per<em> </em>Terra Nuova Edizioni &#8211; edizione che quest&#8217;anno è stata doverosamente dedicata a Vittorio Arrigoni.</p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo rivolto alcune domande ai curatori del volume e ad alcuni reporter che operano in Libia, Afghanistan, Mali e Colombia per dare un&#8217;idea ad ampio raggio sul loro lavoro e sulle notizie riportate nell&#8217;Atlante. Raffaele Crocco, attuale giornalista Rai, per anni inviato a coprire conflitti in tutto il mondo, è l&#8217;ideatore del progetto. Tra i fondatori di Peacereporter, Crocco è direttore dell&#8217;Atlante.</p>
<p align="JUSTIFY">
</div>
<div>
<p align="JUSTIFY"><strong>Quando e come nasce l&#8217;idea dell&#8217;Atlante?</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong> </strong>L’idea dell’atlante era nella mia testa da anni, più o meno da quando ho iniziato ad occuparmi di esteri attivamente, a metà degli anni ’80. Mi rendevo conto che, semplicemente, mancava un “luogo”, un “contenitore” che raccogliesse in modo semplice le informazioni necessarie per capire quanto stava accadendo nel mondo in un dato momento. Poi, nel 2008, ho avuto l’occasione di mettere assieme i pezzi del progetto, trovando i giornalisti giusti, la formula editoriale, quella societaria &#8211; l’associazione, quindi senza fini di lucro &#8211; e, soprattutto, le risorse che servivano per pubblicare un lavoro così complesso e costoso. Fortunatamente, hanno aderito – oltre alle donne e agli uomini che ci lavorano – organizzazioni come l’Onu, l’Unhcr, l’Associazione Ilaria alpi, l’Asal, che mettono a disposizione i materiali. Senza dimenticare i tanti enti locali che finanziano il progetto e lo fanno vivere sul territorio.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L&#8217;Atlante è una pubblicazione davvero ricca di informazioni e di approfondimenti: avete una linea editoriale precisa? E qual è – se c&#8217;è – il vostro target di riferimento?</strong></p>
<p align="JUSTIFY"> La linea editoriale è semplice: siamo giornalisti, facciamo il nostro mestiere. Vuol dire raccontare ciò che accade senza dare un giudizio, una valutazione, ma mettendo assieme i pezzi per dare la migliore informazione. Tutto questo richiede grande rigore, precisione nella scelta delle parole e delle fonti e mente libera da pregiudizi. La formula dell’Atlante, in questo, ci aiuta, perché è rigida e ci costringe a scegliere continuamente come e cosa dire. L’obiettivo è fare informazione, appunto, per dare ad ognuno la libertà di decidere che pensare della guerra e di ciò che accade, per aiutare tutti ad esercitare il proprio “diritto di cittadinanza”. Per questo, il nostro target principale sono i giovani. Ci rivolgiamo soprattutto a loro.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Da chi è composta la vostra redazione? E vi avvalete anche di collaboratori esterni?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Siamo in qualche modo tutti redattori e tutti collaboratori esterni, perché a gestire il progetto è un Associazione. Questo vuol dire che nessuno guadagna un euro dal lavoro per l’Atlante. In realtà, poi, c’è ovviamente un gruppo più ristretto – quattro persone – impegnato nell’attività quasi a tempo pieno. Complessivamente, però, sono 35 le persone che scrivono, pensano, fotografano per realizzare, ogni anno, il libro.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Esiste, secondo voi, un problema nel mondo dell&#8217;informazione, in particolare sui temi di geopolitica? Qual è il vostro obiettivo come mezzo di comunicazione cartaceo e on-line?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Certamente esiste un problema nel mondo del’informazione italiano rispetto a tutto ciò che è “esteri”, insomma che viene da fuori. Siamo terribilmente poco interessati, i media parlano fondamentalmente della politica del Paese, sempre e della cronaca. Manca una cultura degli esteri, non crediamo, non pensiamo, vi siano legami fra quanto può accadere in Africa e la nostra vita quotidiana e quindi, la ignoriamo. Forse non è scollegato a questo il fatto che gli italiani &#8211; soprattutto i giovani – viaggiano molto poco e sono comunque scarsamente interessati a conoscere altre lingue. Questa cultura si riflette sui mezzi di informazione e in un rapporto causa – effetto, non so di chi sia la responsabilità. Noi, come gruppo di lavoro, tentiamo di metterci nel mezzo con uno strumento diverso, l’Atlante appunto, incuriosendo i giovani e, soprattutto, andando da loro. Abbiamo avuto, in tre anni di lavoro, centinaia di incontri nelle scuole italiane e credo che questo sia ancora oggi il “metodo informativo” più efficace.</p>
<p align="JUSTIFY"> <strong>Siete arrivati al terzo anno di pubblicazione: potete fare un bilancio e quali sono i vostri progetti futuri?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Sono stati tre anni in crescita, con risultati che forse non ci aspettavamo. Questo è positivo, ovvio, ma credo che siano altre le cose belle accadute. La prima è proprio nel rapporto con le scuole: abbiamo avuto la conferma che i giovani sono in gamba, attenti, capaci e hanno voglia di sapere. Bisogna solo mettersi lì ed ascoltare ciò che dicono, per trovare degli stimoli comuni. La seconda è che attorno all’atlante si è creato un gruppo di lavoro bellissimo, di professionisti con storie ed età differenti, ma con la voglia di mettersi in gioco e di “fare militanza” con questo mestiere. Questi sono già due buone ragioni per andare avanti. I progetti futuri sono tanti. Ora abbiamo appena allestito una mostra fotografica con Fabio Bucciarelli, fotoreporter torinese premiato come miglior fotografo europeo del 2011 e autore della nostra copertina. Vorremmo continuare a finanziare proget6ti e idee, oltre a trovare soldi per chi ne ha bisogno, come stiamo facendo con la campagna di solidarietà alla Somalia dell’Unhcr. Questo è e deve essere un grande laboratorio, in cui sperimentare forme di comunicazione e possibilità. Per ora ci siamo riusciti.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma cos&#8217;è la guerra per chi la racconta? Raffaele Crocco parla della conflitto colombiano, delle difficoltà nell&#8217;affrontare il viaggio e il disastro della &#8220;democrazia esportata&#8221; oltre confine.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Quando vi recate “sul campo” a chi vi appoggiate (per es. per entrare in contatto con le persone da intervistare? Sicuramente farete un lavoro preparatorio prima di partire&#8230; </strong><strong>Potete raccontare un momento in cui vi siete trovati in difficoltà?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">E’ difficile parlare di una comportamento standard. Ogni viaggio e ogni Paese presentano situazioni differenti. A volte si arriva dopo aver preparato il viaggio, aver preso contatti. Altre volte ci si ritrova nelle situazioni nel giro di poche ore e la rete di contatti la si costruisce sul terreno, con pazienza. L’importante è andare sapendo, sempre, che si è a casa di altri e che non si combatte una guerra propria: questo vuol dire che noi – giornalisti, reporter &#8211; dopo un po’ andiamo via. Chi invece, ad esempio in Colombia, vive fra le mine anti uomo dei campi di coca o nei villaggi sequestrati dalla guerriglia resta. Quindi, ci vuole tranquillità. Difficile anche parlare di momenti di difficoltà: sono troppi</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Da chi è formata la troupe, nel caso in cui vengano girati i video-documentari?</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong> </strong>Ormai le troupe sono sempre più leggere: è già un miracolo se ci sono giornalista e operatore. Questa funziona se si va come dipendenti di una televisione. Come free lance la tendenza che il giornalista gira anche le immagini, così come nel caso dei giornali chi fotografa e chi scrive sono la stessa persona.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cosa pensate dell&#8217;espressione, spesso usata, “Esportare la democrazia”? (Nel caso, per esempio di Paesi come la Libia, che sono stati retti per tanti anni da una dittatura)</strong></p>
<p align="JUSTIFY">L’esportazione di democrazia sta creando nel mondo tanti morti quanti ne ha creati la guerra alle dittature. E’ una espressione inventata negli ultimi vent’anni per giustificare interventi armati là dove ragioni economico –strategiche lo richiedevano. Una invenzione indispensabile soprattutto per dare a governi democratici la possibilità di creare consenso “interno” alle guerre che intendevano fare.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Qual è la situazione a cui avete assistito che l&#8217;ha colpita maggiormente oppure l&#8217;immagine che le </strong><strong>è rimasta più impressa durante il vostro lavoro nel Paese?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">E’ un’immagine comune a tante guerre: persone inermi uccise senza una ragione, al solo scopo di terrorizzare chi restava vivo. Uccise sempre con ferocia, accanimento, metodo</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Esiste ancora un&#8217;etica giornalistica, specialmente quando si ha a che fare con la popolazione che vive una situazione complessa e drammatica?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Si, semplice: raccontare ciò che si vede, sempre, senza sconti o giudizi. E muoversi rispettando chi si ha di fronte.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>&#8220;Fuori quadro&#8221; di Francesco Cavalli</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 14:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La cornice non contiene la vita ritrovata. I bambini e i ragazzi accolti a Muthunzi, che significa rifugio, vengono da storie di povertà, di vita di strada, orfani dell&#8217;aids che qui, in Zambia passa e uccide come il vento. La comunità di Koinonia con il sostegno di Amani li accoglie e offre loro una nuova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La cornice non contiene la vita ritrovata.</p>
<p>I bambini e i ragazzi accolti a Muthunzi, che significa rifugio, vengono da storie di povertà, di vita di strada, orfani dell&#8217;aids che qui, in Zambia passa e uccide come il vento.<br />
La comunità di Koinonia con il sostegno di Amani li accoglie e offre loro una nuova opportunità di vita, nella formazione scolastica professionale e anche artistica.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/francescocavalli/sets/72157629859126639/show/" target="_blank">http://www.flickr.com/photos/francescocavalli/sets/72157629859126639/show/</a></p>
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		<title>Ricordiamo Vittorio</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 17:08:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raffaele Crocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni ricordare Vittorio Arrigoni significa ricordare che, nel mondo, l&#8217;ingiustizia c&#8217;è ancora. E ricordare che, fortunatamente, c&#8217;è chi si batte per denunciarla, usando i mezzi che ha. Vittorio lo faceva. Noi gli abbiamo dedicato la terza edizione dell&#8217;Atlante. Qui pubblichiamo il comunicato sulle iniziative volute dalla Rete romana di Solidarietà con il Popolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni ricordare Vittorio Arrigoni significa ricordare che, nel mondo, l&#8217;ingiustizia c&#8217;è ancora. E ricordare che, fortunatamente, c&#8217;è chi si batte per denunciarla, usando i mezzi che ha. Vittorio lo faceva. Noi gli abbiamo dedicato la terza edizione dell&#8217;Atlante. Qui pubblichiamo il comunicato sulle iniziative volute dalla Rete romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Così gli rendiamo omaggio</p>
<p>RESTIAMO UMANI – Parole, Voci, Musica e Immagini”</p>
<p>Roma, 12 aprile 2012</p>
<p>Sono ormai 21 le città italiane che ricorderanno Vittorio Arrigoni a un anno dalla sua barbara uccisione. Tra il 13 e il 15 aprile, ospiteranno eventi ed iniziative Roma, Bologna, Bulciago, Milano, Torino, Trento, Bergamo, Carrara, Vigevano, Buti, Napoli e Acerra, così come una fiaccolata illuminerà l’ambasciata italiana al Cairo, e manifestazioni riempiranno le piazze di Madrid, Colonia e Parigi.</p>
<p>Sono invece già iniziate le mobilitazioni nella West Bank e nella Striscia di Gaza, dove gli attivisti internazionali e palestinesi si collegheranno con alcune delle iniziative gemelle che si svolgeranno in Italia e all’estero.<br />
Domenica 15 aprile, Roma, Bulciago e Milano si uniranno in diretta streaming per ricordare l’attivista italiano, passandosi virtualmente il ‘testimone’ nel corso di una giornata che vedrà la partecipazione dei tanti amici, attivisti e artisti che hanno voluto fortemente dare il proprio contributo alle iniziative di commemorazione di Vittorio Arrigoni.<br />
Il 14 e il 15 aprile, la Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese* e la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio organizzano “Restiamo Umani – Parole, Voci, Musica e Immagini”, una due giorni di eventi, in cui verranno presentate le numerose iniziative che continuano a legare l’Italia ai Territori Palestinesi Occupati.</p>
<p>In particolare verrà lanciata una raccolta fondi per uno dei progetti sostenuti da Vittorio Arrigoni a favore della popolazione di Gaza. Si tratta di Oliva, un’imbarcazione che opera nelle acque che bagnano la Striscia per monitorare, assistere ed interporsi alla marina israeliana, che continua quotidianamente a minacciare la sopravvivenza dei pescatori palestinesi. Per le donazioni, Conto Unipol intestato a Nino Lisi causale Restiamo Umani, IBAN: IT94K0312703241000000001237.</p>
<p>Il 14 aprile, a partire dalle 16.30, i giardini di Piazza Vittorio Emanuele II ospiteranno proiezioni di video, concerti musicali e le letture del libro “Restiamo Umani”, interpretate dagli attori del Teatro Valle.</p>
<p>Ad aprire le danze, le Murghe,i Blue Staff, Canio Lo Guercio, Alessandro D&#8217;Alessandro e Antonella Costanzo. Lo spettacolo tratto da “Ricordati di chiudere bene la porta” di Marina Sorrenti, recitato da Alessandra Roca, il concerto degli Alma Vulgaris, dei Malicanti e dei Mediterranti solo per citarne alcuni.</p>
<p>Il 15 aprile sarà la volta della Sala Vittorio Arrigoni (Cinema Palazzo), dove a partire dalle 18.30 filmakers, fotografi, musicisti, attori e attivisti si alterneranno ai collegamenti audio e video con la Striscia di Gaza, Ramallah e le altre iniziative gemelle, in particolare a Milano (dove è atteso l’intervento di Moni Ovadia) e Bulciago.</p>
<p>Tra gli interventi in programma, la missione Welcome to Palestine e Ramallah, mentre a musicare la giornata, le Nuove Tribu Zulu, la Linea di Greta, gli Assalti Frontali e Shadia.</p>
<p>Senza la loro libertà, non saremo mai liberi e libere.</p>
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		<title>Video della presentazione della terza edizione ala FNSI &#8211; 18 Novembre 2011</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 07:40:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe style="background:#000000;" src="http://player.vimeo.com/video/39857983?title=1&amp;byline=1&amp;portrait=1&amp;color=00adef&amp;autoplay=0&amp;loop=0" width="600" height="338" frameborder="0"></iframe></p>
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		<title>“L’Odore della Guerra. La guerra vicina, la guerra lontana” personale fotografica di Fabio Bucciarelli vincitore del Professional Photographer of the year (PPOTY) 2011</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 10:39:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[33 fotografie in bianco e nero per raccontare la guerra in Libia, dall’inizio delle ostilità alla morte di Muammar Gheddafi &#160; Mostra all’aperto, visitabile tutti i giorni, dal 7 aprile al 22 aprile 2012. Rovereto, Municipio. Inaugurazione il 7 aprile,  ore 10.30. Ingresso libero e gratuito. Dal 24 aprile al 10 maggio. Trento, Spazio delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>33 fotografie in bianco e nero per raccontare la guerra in Libia, dall’inizio delle ostilità alla morte di Muammar Gheddafi</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mostra all’aperto, visitabile tutti i giorni, dal 7 aprile al 22 aprile 2012. Rovereto, Municipio. Inaugurazione il 7 aprile,  ore 10.30. Ingresso libero e gratuito. Dal 24 aprile al 10 maggio. Trento, Spazio delle Gallerie di Piedicastello, Museo Storico del Trentino</p>
<p>La mostra è organizzata dall’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo &#8211; Associazione geografica 46° Parallelo, dall’Associazione ZonaF, in collaborazione con Comune di Rovereto, Arci del Trentino, Museo Storico del Trentino, Cgil del Trentino, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, con il contributo dell&#8217;Associazione Artigiani del Trentino.</p>
<p style="text-align: left;"><em>“L’Odore della Guerra. La guerra vicina, la guerra lontana”</em>: 33 fotografie in bianco e nero per raccontare gli otto mesi che hanno cambiato la storia della Libia attraverso l’obiettivo di Fabio Bucciarelli, l’unico fotografo ad aver immortalato il cadavere di Muammar Gheddafi nella casa di un ribelle a Misurata. La mostra è un progetto ideato dall’Associazione geografica 46° Parallelo &#8211; che dal 2009 realizza l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo &#8211; ed ha l’obiettivo di offrire al pubblico uno spunto inedito per riflettere sulla natura del conflitto in Libia e di tutti i conflitti in corso sul Pianeta. Le immagini in mostra, allestite all’aperto su pannelli di 100 per 150 cm, ci trascinano fin dentro i combattimenti, tra i ribelli, la sofferenza dei civili, le violazioni dei diritti umani. E la guerra in Libia diventa metafora di tutte le guerre del mondo. L’umanità dei protagonisti ritratti svela la disumanità di tutte le guerre, in ogni luogo e in ogni tempo. Fotoreporter trentenne, torinese di nascita, laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino, Bucciarelli ha iniziato a lavorare con una macchina fotografica nel 2009 e non si è piu&#8217; fermato. Iran, Turchia, Birmania, Thailandia, Tunisia, Egitto, Grecia, sono alcuni dei Paesi dove ha viaggiato per documentare le crisi, i conflitti e il dramma delle popolazioni civili. E poi la Libia, dove ha seguito la guerra dall’inizio delle ostilità fino alla morte del leader libico. A Misurata, Sirte, Tripoli, Bengasi. Tra i ribelli e poi solo con il cadavere di Muammar Gheddafi. Un&#8217;immagine che ha fatto il giro del mondo e gli ha fatto vincere il prestigioso Professional Photographer of the year (PPOTY) Award 2011 nella categoria Editorial News. “<em>Il fotografo, in modo particolare, è la voce di tutte quelle persone che soffrono le guerre- </em>spiega<em> </em>Fabio Bucciarelli<em> -. Troppo spesso quando vengono pubblicate immagini dei conflitti sono solo breaking news: la prima linea, lo scontro, quello che noi chiamiamo il &#8216;bang bang&#8217;. Ma la guerra è molto più di questo. La guerra sono i rifugiati, le persone che scappano senza alcuna difesa, gli ospedali, la sofferenza dei civili</em>”. Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo e curatore della mostra afferma: <em>“In questi anni, film pseudo realistici, reportage televisivi discutibili, video giochi, hanno colorato la guerra, rendendola quasi irreale, immateriale, comunque lontana da noi, dalla nostra quotidianità. La guerra rimane confinata in un limbo estraneo: sappiamo che c’è, la vediamo in tv, ma non ci appartiene. I morti, così colorati nel loro sangue, sembrano finti. I paesaggi devastati sembrano scenari da fiction. Le popolazioni in fuga paiono comparse cinematografiche. Troppo colore, questo è il problema. Di qui la decisione di usare il bianco e nero, per tornare a dare tempo definito, spazio definito, emozioni definite, alla guerra e ai protagonisti”.</em></p>
<p> La mostra fotografica sarà allestita per le vie del centro di Rovereto. In occasione dell&#8217;inaugurazione dell&#8217;evento, il 7 aprile, alle ore 11.00 nella Sala del Comune di Rovereto, si terra&#8217; la conferenza pubblica dal titolo <em>“La guerra per la terra: l’informazione e i conflitti</em>”, organizzata da Arci Trentino.</p>
<p>Saluti di <strong>Wanda Chiodi</strong>, Arci Trentino</p>
<p>Relatori:</p>
<p><strong>Raffaele Crocco</strong>, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo</p>
<p><strong>Fabio Bucciarelli</strong>, fotografo</p>
<p><strong>Angelo Ferrari</strong>, corrispondente Agi in Africa</p>
<p><strong>Giuseppe Ferrandi</strong>, Museo storico del Trentino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fabio Bucciarelli</strong></p>
<p>Fabio Bucciarelli è nato a Torino nel 1980. Si laurea in Ingegneria delle Telecomunicazione presso il Politecnico di Torino. Dopo aver vinto il Master dei Talenti della Fondazione CRT si dedica completamente alla fotografia. Nel 2009 comincia a lavorare come staff per l’agenzia LaPresse/Ap per la quale copre eventi di breaking news internazionale. Nel 2010 collabora con Il Fatto Quotidiano, L’Espresso, La Stampa e le agenzie Sipa e Emblema. Nel 2011 documenta le rivoluzioni del mondo arabo e comincia a scrivere per Il Fatto. Vince diversi premi internazionali e le sue immagini vengono pubblicate dal The Times, The Telegraph, Stern, Vanity Fair, Internazionale, La Repubblica, Le Monde, La Stampa. Come freelance ha documentato conflitti, disastri naturali e problemi sociali in Europa, Sudest Asiatico e Medio Oriente. Nel 2012 pubblica il libro L’Odore della Guerra. E’ rappresentato dall’agenzia LUZphoto.</p>
<p>info@fabiobucciarelli.com &#8211; www.fabiobucciarelli.com</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’Associazione 46° parallelo</strong></p>
<p>L’Associazione Culturale 46° Parallelo, nasce a Trento, da un’idea di Raffaele Crocco, giornalista rai. Lo scopo statutario dell’Associazione è quello di promuovere e diffondere  una cultura della “cittadinanza” attraverso la conoscenza della geografia e  l’informazione sullo stato delle guerre e dei conflitti in corso sul nostro Pianeta.  Per raggiungere questo obiettivo l’Associazione pubblica dal 2009 l’annuario dal titolo Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, in collaborazione anche con le Nazioni Unite, l’Alto Commissariato per i Rifugiati, Banca Etica e Asal. Inoltre, produce documentari, mostre fotografiche e promuove un centinaio di incontri all’anno nelle scuole italiane. Con l’Associazione collaborano 35 fra giornalisti e ricercatori universitari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>EVENTI CORRELATI</strong></p>
<p>Il 1° maggio,  convegno a Trento, davanti alla gallerie di Piedicastello, dal titolo “Guerra e lavoro: troppa ricchezza, troppa fame”. Ore 11.00</p>
<p>Relatori:</p>
<p><strong>Paolo Burli</strong>, segretario Cgil del Trentino</p>
<p><strong>Fabio Bucciarelli</strong>, fotografo</p>
<p><strong>Raffaele Crocco</strong>, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo</p>
<p><strong>Wanda Chiodi</strong>, Arci del Trentino</p>
<p><strong>Bruno Dorigatti</strong>, presidente Consiglio provinciale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;8 maggio una conversazione tra <strong>Ugo Morelli</strong>, Professore di Psicologia del lavoro e dell&#8217;organizzazione e di Psicologia della creatività e dell&#8217;innovazione, e <strong>Michele Nardelli</strong>, Presidente del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani sul tema:</p>
<p><em>“Guerra Lontana, Guerra Vicina, Guerra dentro di noi. Tra empatia e aggressività”.</em></p>
<p>Strada Romana del S.a.s.s. &#8211; Piazza C.Battisti (Trento)</p>
<p>martedì 8 maggio 2012 &#8211; ore 17.00</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Afghanistan: Il Consiglio di Sicurezza estende di un anno il mandato della missione ONU</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 13:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso di prolungare di un anno il mandato della missione ONU di assistenza in Afghanistan (UNAMA), in modo che questa possa continuare a supportare il paese nel processo di trasferimento alle autorità nazionali della gestione di sicurezza, governo e sviluppo. Nella risoluzione adottata all’unanimità per prolungare fino al 23 marzo 2013 il mandato della Missione ONU di Assistenza in Afghanistan (UNAMA), il Consiglio di Sicurezza ha chiesto all’ONU, con il supporto della comunità internazionale, di appoggiare i Programmi di Priorità Nazionale del paese. Tali programmi riguardano sicurezza, governance, giustizia, economia e progetti di sviluppo sociale. Il Consiglio di Sicurezza ha affermato che UNAMA e il Rappresentante Speciale del Segretario Generale “continueranno a gestire e coordinare le operazioni civili internazionali, come stabilito dal loro mandato e guidati dal principio di rafforzare la sovranità e la leadership afgana, secondo quanto previsto dai Comunicati della Conferenza di Londra e Kabul e dalle Conclusioni della Conferenza di Bonn”. Il Rappresentante Speciale Jan Kubiš, a capo di UNAMA, ha riferito al Consiglio che il processo di transizione nel paese procede nonostante recenti episodi di violenza. Sono in atto vari tentativi per consolidare la capacità delle istituzioni nazionali di preservare lo stato di diritto e offrire servizi alla popolazione, ha aggiunto. “La transizione prosegue sul giusto binario e secondo quanto stabilito. Le Forze di Sicurezza Nazionali Afgane (ANSF) hanno dimostrato di essere pronte a svolgere questo compito”, ha affermato riguardo al graduale trasferimento di competenze in materia di sicurezza. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso di prolungare di un anno il mandato della missione ONU di assistenza in Afghanistan (UNAMA), in modo che questa possa continuare a supportare il paese nel processo di trasferimento alle autorità nazionali della gestione di sicurezza, governo e sviluppo. Nella risoluzione adottata all’unanimità per prolungare fino al 23 marzo 2013 il mandato della Missione ONU di Assistenza in Afghanistan (UNAMA), il Consiglio di Sicurezza ha chiesto all’ONU, con il supporto della comunità internazionale, di appoggiare i Programmi di Priorità Nazionale del paese. Tali programmi riguardano sicurezza, governance, giustizia, economia e progetti di sviluppo sociale. Il Consiglio di Sicurezza ha affermato che UNAMA e il Rappresentante Speciale del Segretario Generale “continueranno a gestire e coordinare le operazioni civili internazionali, come stabilito dal loro mandato e guidati dal principio di rafforzare la sovranità e la leadership afgana, secondo quanto previsto dai Comunicati della Conferenza di Londra e Kabul e dalle Conclusioni della Conferenza di Bonn”. Il Rappresentante Speciale Jan Kubiš, a capo di UNAMA, ha riferito al Consiglio che il processo di transizione nel paese procede nonostante recenti episodi di violenza. Sono in atto vari tentativi per consolidare la capacità delle istituzioni nazionali di preservare lo stato di diritto e offrire servizi alla popolazione, ha aggiunto. “La transizione prosegue sul giusto binario e secondo quanto stabilito. Le Forze di Sicurezza Nazionali Afgane (ANSF) hanno dimostrato di essere pronte a svolgere questo compito”, ha affermato riguardo al graduale trasferimento di competenze in materia di sicurezza.</p>
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