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	<title>atlante guerre</title>
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	<description>Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Feb 2012 08:59:22 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La Redazione dell&#8217;Atlante delle guerre aderisce all&#8217;appello &#8220;Non chiudete quelle sedi!&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 08:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Ramacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[La Redazione dell’Atlante delle guerre aderisce all’appello “Non chiudete quelle sedi!” contro la chiusura delle sedi di corrispondenza della Rai a Nairobi, Beirut, Istanbul, Nuova Delhi, Buenos Aires, Mosca e il canale Rai Med. Chiediamo più informazione di qualità dal mondo e sul mondo.  Mercoledì 29 febbraio 2012 Ore 10.00 – 13.00 Roma, Federazione Nazionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.atlanteguerre.it/la-redazione-dellatlante-delle-guerre-aderisce-allappello-non-chiudete-quelle-sedi/649-1/" rel="attachment wp-att-714"><img class="alignnone size-medium wp-image-714" title="649-1" src="http://www.atlanteguerre.it/wp-content/uploads/2012/02/649-1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></strong></p>
<p><strong>La Redazione dell’Atlante delle guerre aderisce all’appello “Non chiudete quelle sedi!” contro la chiusura delle sedi di corrispondenza della Rai a Nairobi, Beirut, Istanbul, Nuova Delhi, Buenos Aires, Mosca e il canale Rai Med. Chiediamo più informazione di qualità dal mondo e sul mondo.</strong></p>
<p><strong> Mercoledì 29 febbraio 2012 Ore 10.00 – 13.00 </strong></p>
<p><strong>Roma, Federazione Nazionale della Stampa Italiana &#8211; Corso Vittorio Emanuele II, 349</strong></p>
<p><strong>Incontro pubblico dei promotori e firmatari dell’Appello.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tavola della pace, Articolo 21, USIGRAI, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Nigrizia, Missione Oggi, Popoli e Missione, Misna,…</p>
<p>Appello alla RAI<br />
”Non chiudete quelle sedi!”<br />
Chiediamo più informazione di qualità dal mondo e sul mondo Col mondo</p>
<p>Mercoledì 29 febbraio 2012<br />
Ore 10.00 – 13.00<br />
Roma, Federazione Nazionale della Stampa Italiana<br />
Corso Vittorio Emanuele II, 349</p>
<p>Incontro pubblico dei promotori e firmatari<br />
dell’Appello “Non chiudete quelle sedi!”</p>
<p>Flavio Lotti, Coordinatore nazionale Tavola della pace<br />
Giuseppe Giulietti, Portavoce Articolo21<br />
p. Giulio Albanese, Direttore “Popoli e Missione”<br />
P. Mario Menin, Direttore Missione Oggi<br />
Roberto Natale, Presidente FNSI<br />
Franco Siddi, Segretario nazionale FNSI<br />
Carlo Verna, Segretario nazionale UsigRai<br />
Daniela De Robert, Vice Segretario UsigRai<br />
Alberto Romagnoli, fiduciario sindacale dei corrispondenti Rai<br />
Claudio Sardo, Direttore L’ Unità<br />
Marco Tarquinio, Direttore Avvenire &#8211; in attesa di conferma<br />
Antonio Sciortino, Direttore Famiglia Cristiana – in attesa di conferma<br />
Pietro Veronese, inviato La Repubblica<br />
p. Gerardo Caglioni, Missionari Saveriani<br />
Ernesto Oliva, giornalista Rai<br />
Guido Barbera, Presidente Cipsi<br />
Michele Petruziello, Rai Corporation New York</p>
<p>All’incontro sono invitati il Presidente della RAI, i membri del CDA della RAI, il Direttore della RAI, il Presidente e i membri della Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla RAI.</p>
<p>Per adesioni e comunicazioni:<br />
Tavola della Pace, via della viola 1 (06122) Perugia &#8211; Tel. 075/5736890<br />
- fax 075/5739337 &#8211; email  HYPERLINK mailto:mpace@krenet.it segreteria@perlapace.it -  HYPERLINK &#8220;http://www.perlapace.it&#8221; www.perlapace.it</p>
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		<title>Intervista a Raffaele Crocco sulla Siria su radiondadurto.org del 9 febbraio 2012</title>
		<link>http://www.atlanteguerre.it/intervista-radioondadurto-org-9-febbraio-2012/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 17:44:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[radio]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista a Raffaele Crocco]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/audio/int-crocco-siria-usa-guerra.mp3">Intervista a Raffaele Crocco</a></p>
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		<title>COMUNICATO STAMPA &#8211; Le truppe straniere agli occhi degli afghani</title>
		<link>http://www.atlanteguerre.it/comunicato-stampa-le-truppe-straniere-agli-occhi-degli-afghani/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 15:21:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[asia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Abdul Ghani Saberi]]></category>
		<category><![CDATA[Abdul Khaliq Stanikzai]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
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		<category><![CDATA[talebani]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentata la ricerca effettuata nelle province afghane occidentali sotto il comando italiano Isaf-Nato 7 Febbraio 2012. Disillusione, diffidenza e sospetto. Sono i sentimenti prevalenti verso le truppe straniere che emergono dalla ricerca “Le truppe straniere agli occhi degli afghani: percezioni, opinioni e rumors a Herat, Farah e Badghis”, (Scarica la ricerca) promossa dalla Ong Intersos [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong>Presentata la ricerca effettuata nelle province afghane occidentali sotto il comando italiano Isaf-Nato</strong></div>
<p>7 Febbraio 2012. Disillusione, diffidenza e sospetto. Sono i sentimenti prevalenti verso le truppe straniere che emergono dalla ricerca “Le truppe straniere agli occhi degli afghani: percezioni, opinioni e rumors a Herat, Farah e Badghis”, <span style="color: #2e4b9b;">(Scarica la ricerca)</span> promossa dalla Ong Intersos e realizzata dal ricercatore e giornalista freelance Giuliano Battiston. Le interviste raccolte nell’estate 2011 con interlocutori diversi &#8211; dai religiosi ai funzionari governativi, dai commercianti agli attivisti &#8211; segnalano un forte scollamento tra le dichiarazioni delle cancellerie occidentali, che sostengono che le forze Isaf-Nato siano riuscite in buona parte a stabilizzare il paese, e quelle degli afghani, che ritengono che la comunità internazionale abbia fallito nel garantire la sicurezza alla popolazione, pur manifestando apprensione sulle conseguenze del ritiro delle truppe.<br />
La maggior parte degli intervistati lamenta condizioni di sicurezza precarie e ritiene che il dispiegamento delle truppe internazionali non abbia prodotto i risultati sperati: “Nel 2004 &#8211; afferma tra gli altri M. Akram Azimi, docente all’Università Ghargistan, Farah &#8211; i Talebani erano circa 400. Nel 2009, 25.000. Oggi possono contare su 30.000 combattenti. La comunità internazionale dovrebbe cominciare a chiedersi perché i ribelli aumentano invece di diminuire”. Tra le cause, due emergono in particolare: la pluralità di orientamenti, tattiche e obiettivi perseguiti dai singoli contingenti e lo scarso coinvolgimento delle controparti afghane nell’elaborazione della strategia di pacificazione e stabilizzazione: “Il fallimento della comunità internazionale dipende dal fatto che è mancata una strategia coerente tra gli attori coinvolti nel conflitto; inoltre, essa è stata elaborata altrove, da gente che non conosceva il paese”, dichiara Soraya Pekzad dell’organizzazione Voice of Women, Herat.</p>
<p>Viene criticato inoltre lo squilibrio eccessivo tra i fondi destinati alle operazioni militari e quelli per lo sviluppo e la ricostruzione, oltre che l’enfasi posta su una concezione della sicurezza ridotta alla sola incolumità fisica, a scapito degli aspetti sociali, economici e istituzionali di una più ampia ‘sicurezza umana’:“Non si è prestata sufficiente attenzione allo sviluppo economico e alla ricostruzione. Oltre ad un’efficace strategia di contro-terrorismo, servono opportunità di lavoro, senza le quali i Talebani sono destinati a crescere”, Rahman Salahi, capo Shura dei professionisti, Herat.<br />
Alle forze internazionali viene poi imputata la scarsa considerazione delle conseguenze delle loro operazioni sui civili, l’uso indiscriminato dei bombardamenti aerei e dei raid notturni, la violazione degli spazi domestici. Tra le lamentele più diffuse, l’idea che agiscano al di fuori di ogni quadro giuridico certo, rispondendo soltanto ai propri codici di condotta, esenti dallo scrutinio pubblico: “In caso siano vittime di un incidente, gli afghani non hanno alcuno strumento legale per chiedere giustizia, mentre la protezione dei civili dovrebbe essere una priorità”, Abdul Qader Rahimi, Afghanistan Independent Human Rigths Commission, Herat.</p>
<p>Il percepito deterioramento delle condizioni di sicurezza, il rafforzamento dei movimenti antigovernativi e la sensazione che i soldati stranieri siamo immuni dalla legge hanno fatto crescere la sfiducia e la diffidenza nei loro confronti, insieme all’idea che siano in Afghanistan per promuovere gli obiettivi strategici dei rispettivi paesi piuttosto che per garantire il benessere della popolazione: “Nel 2001, in un mese le truppe straniere sono riuscite a sconfiggere l’intero movimento dei Talebani… Come mai, oggi, questi sono più forti di prima? La gente se lo chiede”, Abdul Ghani Saberi, vicegovernatore provincia di Badghis. Molti intervistati sostengono che i contingenti Isaf-Nato sarebbero disposti persino a sostenere i Talebani e ad alimentare il conflitto, per evitare veri combattimenti o per continuare a motivare la propria presenza in Afghanistan. “Perché oggi i Talebani sono forti? Si dice che qualche paese straniero fornisca loro assistenza, armi, equipaggiamenti vari, aiuti militari e logistici… La ragione è che ci sono obiettivi di natura strategica e per raggiungerli occorre una presenza di lungo termine in Afghanistan”, Faisal Kharimi, giornalista e docente universitario, Herat.<br />
A dispetto delle tante obiezioni mosse all’operato degli eserciti stranieri, la maggior parte degli intervistati ritiene che debbano restare oltre la data annunciata del ritiro, il 2014, con una nuova e più efficace strategia. Tra le ragioni: l’instabilità del quadro politico interno, la scarsa fiducia nei confronti della leadership locale e l’idea che le truppe straniere rappresentino un deterrente all’affermazione dei Talebani più efficace dell’esercito locale, ritenuto ancora impreparato:“Gli stranieri ora sono qui e la situazione è grave. Nel caso se ne andassero, forse peggiorerebbe. Devono restare più a lungo del 2014, ma devono fare meglio e diversamente da quanto fatto finora”, M.Sardar Saraji, vice capo Shura-e-Ulema, Qala-e-now.<br />
I timori legati al ritiro sono principalmente due: la preoccupazione che il vuoto che ne deriverebbe sarebbe occupato dalle potenze regionali confinanti, in particolare da Iran e Pakistan, e l’idea che, una volta avvenuto il ritiro, gli attori internazionali possano rinunciare a ogni futuro impegno politico-finanziario: “La grande preoccupazione è che, con il ritiro delle truppe internazionali, l’Afghanistan venga di nuovo dimenticato. Molta gente lo pensa, ricordando la tragica situazione che si è creta negli anni Novanta … C’è il rischio che l’esercito nazionale non combatta contro i Talebani, ma si divida in fazioni, che si combattono a vicenda”, Abdul Khaliq Stanikzai, Sanayee Development Organization, Herat.<br />
Quanto al dialogo con i movimenti antigovernativi, molti degli intervistati sostengono la via della soluzione politico-diplomatica, invocando un negoziato trasparente e attento alle esigenze della popolazione: “Si deve negoziare con i Talebani: sono afghani, e vanno coinvolti nella gestione del potere, anche nel governo. Abbiamo accettato gli stranieri, perché non dovremmo accettare i nostri fratelli Talebani?”, Faruq Huseyni, capo Shura-e-Ulema, Herat.<br />
In relazione alle attività integrate civili-militari, uno dei dati più evidenti è la confusione sugli obiettivi dei PRT (Provincial Reconstruction Teams) e sul loro modo di operare. Molti intervistati lamentano, oltre all’opacità nella gestione dei progetti, la confusione tra gli obiettivi della sicurezza e quelli della ricostruzione e contestano il fatto che ai militari siano assegnati compiti civili: “Quando chiediamo più sicurezza, i militari ci dicono di essere qui per la ricostruzione. Quando chiediamo la ricostruzione, ci dicono di essere qui per la sicurezza. Alla fine, non garantiscono nessuna delle due…”, Farid Ehsas, esponente società civile, Farah.</p>
<p>Oltre che controproducente, la confusione generata dai PRT è ritenuta pericolosa per la popolazione civile, soprattutto nella città di Herat, dove ha sede il PRT italiano. Dato che rappresenta un obiettivo dei Talebani, gli intervistati condannano in modo unanime la scelta di averlo stabilito in una zona residenziale, e chiedono che venga al più presto trasferito altrove: “Alla gente non piace affatto che il PRT sia lì, si sente minacciata; per questo è stato chiesto agli italiani, tramite il Governatore di Herat, di cambiare sede. Finora, nessuna risposta. É curioso: sostengono di voler promuovere la democrazia in Afghanistan e poi non prestano attenzione a una richiesta democratica della popolazione di Herat”, Adela Kabiri, giornalista e docente universitaria, Herat.</p>
<p>In termini generali, dalla ricerca emerge l’esplicita richiesta che venga restituita agli afghani la sovranità su tempi e strumenti per gestire il paese e deciderne le sorti future, insieme all’appello rivolto alla comunità internazionale di rafforzare la preparazione delle forze di sicurezza afghane e di non abdicare alle proprie responsabilità politiche e finanziarie, continuando a sostenere la ricostruzione e la cooperazione civile una volta avvenuto il ritiro dei militari.</p>
<p>Ufficio Stampa Intersos:<br />
Paola Amicucci, tel. 328.0003609 –  06.85374332,<br />
comunicazione@intersos.org<br />
<a href="http://www.intersos.org/"><span style="color: #2e4b9b;">www.intersos.org</span></a></p>
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		<title>L&#8217;intervento del Segretario Generale dell&#8217;ONU alla Conferenza di Davos (Svizzera &#8211; 27 gennaio 2012)</title>
		<link>http://www.atlanteguerre.it/lintervento-del-segretario-generale-dellonu-alla-conferenza-di-davos-svizzera-27-gennaio-2012/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 14:24:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[G: Thank you for your introduction. Good morning ladies and gentlemen, it is a great pleasure to see you again this year. The world has changed dramatically since last year&#8217;s World Economic Forum. Revolution has swept across North Africa and the Middle East, bringing new freedoms, and democracy, but also new challenges as well. Issues [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>G: Thank you for your introduction.  Good morning ladies and gentlemen, it is a great pleasure to see you again this year.  The world has changed dramatically since last year&#8217;s World Economic Forum.  Revolution has swept across North Africa and the Middle East, bringing new freedoms, and democracy, but also new challenges as well.  Issues of economic inequality and social justice have come to dominate the global debate.  From North Africa to New York, Athens to Abidjan &#8211; people everywhere are demanding change.  They call out for dignity. They demand justice &#8211; a better and more fair deal.  They want jobs, opportunities and global markets that work for all people, not just elites.  Ladies and gentlemen, just recently the world&#8217;s population reached 7 billion.<br />
Five years from now, that figure will grow by 500 million.  That means food, water, energy, jobs, sanitation for a half-billion people will be needed on top of current needs.  This is a huge challenge.  And we must rise to it.  During the events of the Arab Spring, the United Nations called loudly on the region&#8217;s leaders to listen to their people.  I urged them to be bold &#8211; to change, to reform, before it was too late. Some did, and benefitted.  Others did not, and they have reaped the whole world.  Today, I call on the leaders gathered in Davos to listen as well.  I call on them to hear the voices of their people.  And I urge them to do more to address their legitimate aspirations &#8211; to do much more. </p>
<p>Two days ago at UN headquarters in New York, I presented to the Member States of the United Nations a comprehensive Agenda for Action for my second term as Secretary-General and also beyond.  It is grounded in five imperatives &#8211; five generational opportunities to create the future we want. Even though you must have already read them, I would like to just briefly repeat:  first, by promoting sustainable development; second, by systematically privileging prevention &#8211; of conflict, human rights abuses and the impact of natural disasters; third, innovating on our core business of peace and security, humanitarian work, democracy and human rights; and fourth, by supporting nations in transition; and fifth, and by working with and for women and young people. </p>
<p>These are five areas where opportunity and need come together like never before.  If we act together, we can wipe out deaths from five of the world&#8217;s biggest killers over the next five years:  malaria, polio, new pediatric HIV infections, maternal and neonatal tetanus, and measles. This unprecedented feat is truly possible.  We can set the foundations for a new generation of sustainable development goals, building on the Millennium Development Goals, advancing our development agenda beyond 2015.   </p>
<p>My meetings in Davos have focused on energy, health and the upcoming Rio+20 conference.  Our goal is to mobilize global action and galvanize the power of global partnership.  The CEOs and entrepreneurs at the World Economic Forum are key players. That is why the United Nations has cut the ribbon on a new relationship with the private sector. We declare ourselves open for business. Businesses around the world are putting sustainability and social issues higher on their corporate agenda.  We have promising work under way on energy access, health, water scarcity, human rights, gender equality and anti-corruption, much of it supported by the private sector.  But we are far from the transformation needed.  I urge the chief executives here in Davos &#8211; and everywhere &#8211; to join us.   </p>
<p>There is a new business model emerging in the United Nations &#8211; where governments, private sector, finance, philanthropists and civil society come together to solve public problems.  By working together, by dedicating our energies and resources to our common cause, we have the chance today to move the needle for generations to come.  We can create the future we want.  Thank you for your attention and I will be happy to answer your questions. </p>
<p>Q: It seems to me that we are facing a chaotic world after the crisis, especially in 2012 in terms of the economic situation, in terms of the political cooperation between different stakeholders.  But I think the big theme of the winter Davos gives us a kind of viable solution, we have to find new models.  So in terms of global governance, do you see any sign that we have found some clues of the new models in global governance? Thank you very much. </p>
<p>SG: Certainly, we are living in an era of uncertainty.  The global economic growth has been slowing since the middle of last year, 2011, and I am afraid to say that all the predictions say that this trend may continue well beyond 2012, creating significant challenges for the wellbeing of millions, even billions of people around the world, particularly in the poorest countries.  This is what we have to do. People have been discussing about how we have to address these challenges. The Davos Forum is a very good venue where government leaders, business CEOs, NGOs, come together and discuss about the new models and responses to these changing situations.  That is why I am here and I am meeting a lot of government officials and business CEOs [to see] how we can strengthen our partnership, how we can work together in coping with this.  You have seen the G20 meetings have been addressing these issues, but there were also concerns that the G20 countries have been dealing with their own economic problems.  That is why I have been urging G20 leaders, that while I would welcome strongly for their stimulus packages to overcome this financial crisis, they should never lose sight over the plight and challenges of the developing world.  Now this was the message that I have been delivering to world leaders.  First we have to do all to save our planet, to revitalize our economy, to address all this social injustice, social inequality &#8211; these are the calls from many countries &#8211; both developed and developing world. You have seen occupy Wall Street, occupy Europe.  These are coming from even the developed world now, not only from the developing world.  That is why I am urging that we need to invest in sustainable development, that is why the UN takes sustainable development as a top priority in addressing these issues.  There are many issues like climate change, food crisis, water scarcity, energy shortages and gender empowerment, oceans and cities &#8211; all these are inter-connected issues. And therefore in investing in sustainable energy, sustainable development, that will help revitalize economy, that will help protect this planet earth, that will spread the benefit of these modern technologies and development. That is my message. Thank you. </p>
<p>Q: Do you think the business, the companies, the entrepreneurs need to do more to take social responsibility?<br />
The US has announced an oil embargo against Iran, how do you see these rising tensions?<br />
The Secretary-General spoke about some of the Arab leaders needing to be more bold in their approach, can you talk a little about the boldness you would expect to see from President Assad in Syria? </p>
<p>SG:  Business responsibility, what we call corporate responsibility, this has become one of the important agendas.  I am meeting today with many business CEOs who are the members of the UN Global Compact.  There is a crucially important role to be played by business communities.<br />
They have the capacity in terms of financial resources, they have the capacity to innovate technologies, and they have a social and moral responsibility to spread all these messages of social equity as business CEOs.  That is why I am meeting them and I am urging them to be part of the United Nations drive to realize social sustainable development   In fact, many companies, they have been investing a lot of money in renewable energy, in improving efficiency of energy &#8211; this is the important part.  I believe that energy is central to everything we want to achieve, it is central to everything we live [for] in this world.<br />
That is one thing.  This global compact has 10 principles: it is good management, including human rights and social responsibility, anti-corruption, transparency, accountability. All these are very good principles by which these business should operate.  In these times of economic difficulties, it is all the more important that business leaders should lead by example in addressing these issues. </p>
<p>On Iran, I have been speaking out many times, publicly [and] privately. There are five Security Council resolutions already adopted, including four resolutions on sanctions on Iran.  What is important at this time is two things: first of all, Iran should fully comply with relevant Security Council resolutions.  All the Member States of the United Nations have responsibility, political and legal, to fully comply with Security Council resolutions.  They have not done [that] yet.  And they had to prove themselves that their nuclear development programme is genuinely for peaceful purposes, which they have not done yet.  I am deeply concerned by the report of the most recent International Atomic Energy Agency (IAEA) report indicating that there is a possibility of a military dimension in Iranian nuclear development programmes which they say is peaceful.  The onus is on the Iranian side.   At the same time, I am urging E3+3 and Iran: engage in dialogue.  There is no other alternative in addressing this crisis than peaceful dialogue &#8211; peaceful resolution through a dialogue. </p>
<p>On the Arab spring, last year, we have seen remarkable situations &#8211; many people came to the street, yearning for democracy, freedom and dignity. That is why I have made helping those countries in transition as one of my five generational opportunities, because this kind of situation does not come often.  It comes once in a generation or so.  If you look [at] history, beginning from the end of the Second World War, you will see almost once in a generation, [an] epochal, historical development, starting from democratization process in Eastern Europe in the late 1950s, and in 1960s and 70s in Asia, including my own country.  And then you have seen the fall of the Berlin Wall, the collapse of the Cold War in late 80s and 90s &#8211; it has come after a generation.  So we have to  seize this moment, we have to help those people, because they have been oppressed so long without any way to defend [themselves or] appeal.  Now they have come out, women and young people, they are yearning for these aspirations.  That is why I have been urging leaders to listen very sincerely, carefully to their aspirations.  I am going to continue to do that and I am encouraged that when it comes to the Syrian situation, the League of Arab States has made a resolution, trying to resolve this issue through political process.  The Secretary-General of the League of Arab States and the Qatari Prime Minister are coming to the Security Council to brief them.  I hope that the Security Council will be able to act in a coherent and same voice. </p>
<p>Q: Can you say more about the position of women, which is one of your five point agenda, whether you are disappointed with international support for UN Women, and how you go about pushing that agenda in places in the developing world, or even places like China? </p>
<p>SG:  One of the top priorities during my first time as the Secretary-General was improving the political, social and economic status of women.  Women hold up half of the sky.  More than half of the population of the world are women.  Therefore, fully utilizing the potential of women can accelerate in addressing all these difficult challenges, including current economic and financial crises.  I believe that the least utilized resources of this world are women &#8211; women&#8217;s potential.  That is why the UN has established UN Women.  There is a very strong support from the international community to UN Women. Supporting any agency dealing with women is not enough.  There must be fundamental changes in the mindset of the world leaders and world community.  Particularly, we need the political leaders to change their<br />
mindset, otherwise it will not change.  That is why, as Secretary-General, I have been speaking out very strongly and I have been leading by example.  You come to the United Nations and see how the UN has changed.  There were very few senior women who were in the decision-making process.  I have appointed quite a number of women in Under-Secretaries[-General] positions.  These are the senior most positions.  We have one Secretary-General, one Deputy Secretary-General, then most of the senior most [positions] are the Under-Secretaries-General. Now you have many.  There are at least seven women who are now commanding UN peacekeeping operations and political missions in the field. There were none.  There were only two or three in the 60 years of history.  This is a huge change.  But changes in the United Nations are not enough, they have to change all throughout the Member States of the United Nations.  Often, I have been challenging the leaders publicly or privately: You must change your system to allow women to proceed and take more important decision-making [roles in the] process, particularly in political positions like becoming parliamentarians or ministers or ambassadors.  But more importantly, I am focusing on political opportunities, so that they can be part of this changing [of] the systems.  That I will continue, and I need the support of journalists.  You are the connectors of the United Nations, for myself. These messages should be connected to all throughout the world, particularly to the leaders.  And I count on your support.  I thank you very much.</p>
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		<title>Il mondo in casa: immigrazione e media</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 16:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
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		<title>Resta solo il Natale</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 16:17:49 +0000</pubDate>
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		<title>La Perugia-Assissi a Gerusalemme</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 16:07:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
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		<title>Un nuovo Stato per avere speranza</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 11:53:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Enzo Nucci La nascita del 54° stato africano è stata travagliata e sanguinosa. Se le parole ed i numeri conservano ancora la forza per descrivere orrore e violenza, ricordiamo che il Sud Sudan ha visto la luce ufficialmente il 9 luglio 2011 dopo due guerre civili (combattute a partire dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Enzo Nucci</strong></p>
<p>La nascita del 54° stato africano è stata travagliata e sanguinosa. Se le parole ed i numeri conservano ancora la forza per descrivere orrore e violenza, ricordiamo che il Sud Sudan ha visto la luce ufficialmente il 9 luglio 2011 dopo due guerre civili (combattute a partire dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1956 fino al 2005, con una sola interruzione dal 1973 al 1983). Due milioni e mezzo di vittime, tre milioni di profughi, migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi nel Nord islamico del Paese. È stata la più lunga guerra del Novecento, “la più dura operazione di islamizzazione forzata del secolo scorso” – secondo alcuni analisti – che ha generato per reazione “un corale e coraggiosissimo movimento di resistenza contro il genocidio di un popolo animista e cristiano, profondamente africano”.</p>
<p>In pochi scommettevano sulla buona riuscita del referendum (svoltosi tra il 9 e il 15 gennaio del 2011) che ha sancito l’autodeterminazione del Sud di staccarsi dal Nord, così come previsto dagli accordi di pace sottoscritti nel 2005 tra il Governo fondamentalista di Khartoum e l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (Spla).</p>
<p>Il Presidente Omar El-Bashir (dittatore incontrastato del Sudan) non si è risparmiato per mandare tutto all’aria. Dapprima ha infatti tentato di far votare nella consultazione referendaria anche i missiriya, pastori arabi non stanziali che solo stagionalmente attraversano il Sud con le loro mandrie alla ricerca di pascoli. E dopo il plebiscito (nel corso delle trattative per stabilire i confini tra i due stati che includevano anche la ricca zona petrolifera di Abyei) non ha esitato tra il 19 ed il 21 maggio ad invadere ed occupare l’area contesa, mettendola a ferro e fuoco e bombardando i villaggi vicini. L’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ha registrato 96mila profughi mentre l’Spla ha denunciato l’uccisione di 100 civili. Una situazione di crisi gravissima risolta sul filo di lana dalle Nazioni Unite che hanno convinto l’Etiopia a dispiegare un proprio contingente militare come forza di interposizione per il mantenimento della pace nella regione di Abyei, geograficamente appartenente al Sud, in cui sono concentrati i tre quarti delle risorse petrolifere di tutto il Sudan e che è anche la Regione più fertile e ricca di acqua.</p>
<p>Ma passata l’euforia di massa per una festa attesa da 56 anni restano i tanti problemi irrisolti. I lunghi e duri anni di conflitto armato non hanno affatto mitigato la tensione tra il Governo di Juba (capitale del Sud Sudan) e quello di Khartoum nonostante le rassicuranti dichiarazioni del neopresidente Salva Kiir e di Omar El-Bashir. La guerra “a bassa intensità” continua infatti nello stato federale del Kordofan meridionale (che appartiene al Nord) dove milizie armate considerate vicine al Sud Sudan si scontrano metodicamente con l’esercito del Nord. La missione dell’Onu in Sudan (Unmis) ha diffuso nel luglio 2011 un rapporto che ipotizza crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nelle settimane precedenti. Secondo l’Unmis, in Kordofan i combattimenti cominciati il 5 giugno hanno provocato oltre 70mila sfollati. Nonostante l’accordo per il cessate il fuoco sottoscritto a inizio luglio, si continuano a registrare crimini e violenze da entrambi le parti in lotta. Ma responsabilità particolari ricadrebbero sulle forze di Khartoum, coinvolte in assassinii mirati di esponenti dell’ etnia nuba e di altre popolazioni non arabe della Regione. Per questo l’Unmis chiede al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la creazione di una commissione di inchiesta sul Kordofan meridionale.</p>
<p>I bombardamenti dell’esercito di Khartoum coinvolgono anche gli abitanti dei Monti Nuba, da sempre schierati con l’Spla perché il loro obiettivo è di far parte del Sud Sudan. Centinaia di loro attivisti sono stati arrestati perché impegnati in campagne di scolarizzazione ed in azioni di monitoraggio nel corso delle elezioni di marzo nel Kordofan meridionale. A gettare inoltre benzina sul fuoco, c’è anche l’ipotesi di un coinvolgimento in questi combattimenti del principale gruppo ribelle del Darfur ovvero il Movimento Giustizia e Uguaglianza (Jem).</p>
<p>Al proprio interno il Sud Sudan finalmente indipendente deve affrontare alcune importanti sfide. La prima è la convivenza pacifica tra le varie etnie. In particolare la normalizzazione dei rapporti tra le comunità minoritarie e quella maggioritaria dei dinka che occupano i posti più importanti nel governo forti del loro passato militare, poichè sono stati la colonna portante della lotta di liberazione. I molti che invece sono stati costretti all’esilio oggi devono accontentarsi di posti di secondo piano, anche se meglio preparati e con capacità professionali superiori. Secondo Edmund Yakani, promotore del dialogo tra le etnie, “i dinka sono i più influenti nel Paese, un ruolo guardato con sospetto dalla altre comunità e che rischia di acutizzare in alcuni i sentimenti di marginalizzazione. Il maggiore ostacolo all’affermazione di un moderno sistema democratico è quello che impedisce alle persone di sentirsi rappresentate se non da membri dello stesso clan o tribù”.</p>
<p>Insomma le contese tribali rischiano di minare le già deboli fondamenta del neonato Sud Sudan. Ed a questo è strettamente connesso il tema della rappresentanza politica. Alcuni degli oltre 20 partiti nati negli ultimi tempi sono schierati contro il governo dell’Spla. Sostengono che una vera democrazia comporterà il rovesciamento del regime di Juba. Ma il limite di questa opposizione è che non riesce a proporre un programma alternativo perché la sua base si fonda proprio sull’appartenenza etnica e l’azione dei dirigenti è purtroppo dettata solo dalla voglia di entrare nella stanza dei bottoni.</p>
<p>Frutto malato di questo selvaggio sviluppo politico è la corruzione. Troppi esponenti del Governo (ieri militari, oggi civili) danno per scontato il diritto di avere più degli altri cittadini. La strada è l’appropriazione indebita di fondi pubblici (alimentati dagli aiuti internazionali) ed un vorticoso giro di tangenti che producono livelli di vita scandalosamente elevati alla faccia dei tanti che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Per rendersene conto basta osservare i lussuosissimi fuoristrada che sfrecciano con i vetri oscurati nelle strade di Juba o recarsi nei ristoranti alla moda (e dai prezzi europei) che animano le notti della capitale, fino a 7 anni fa poco più di un triste villaggio. Il Presidente Salva Kiir ha dichiarato da tempo guerra alla corruzione ma fino ad ora senza alcun risultato apprezzabile.</p>
<p>La capacità di promuovere lo sviluppo economico è il banco di prova di questa leadership forgiatasi nella clandestinità e nella guerra. Il controllo dei pozzi di petrolio resta la grande contesa irrisolta che divide il Sud (nel cui territorio insiste il 75% delle risorse) dal Nord (che ha invece sbocchi sul mare e raffinerie per esportare il greggio). La Cina non ha perso tempo e si è affrettata a stabilire salde relazioni diplomatiche con il nuovo stato, solide come quelle che da tempo la uniscono a Khartoum. Pechino chiede il petrolio a Juba, in cambio è pronta a costruire le infrastrutture necessarie per lo sfruttamento dei giacimenti. Intanto con un prestito di 15milioni di dollari senza interessi tiene buono il terribile Presidente-dittatore Bashir.</p>
<p>Il Sudan continuerà ancora a lungo a condizionare il Sud Sudan. I suoi migliori alleati sono guerriglia, corruzione, povertà, sottosviluppo, tribalismo, insufficiente rappresentanza politica. Ed in mancanza di radicali cambiamenti non è esclusa un’altra guerra, l’ennesima, la prossima.</p>
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		<title>La bussola del Pianeta punta il Sud America</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 11:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Raffaele Crocco Gli analisti fissano una data: il 2020, poco meno di nove anni da oggi. Per quell’epoca, il Brasile estrarrà e venderà più petrolio dell’Iran, attualmente terzo produttore mondiale. La Colombia, dal canto suo, supererà la Libia, mentre già ora ad avere le più importanti riserve petrolifere del Pianeta non è, come si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Raffaele Crocco</strong></p>
<p>Gli analisti fissano una data: il 2020, poco meno di nove anni da oggi. Per quell’epoca, il Brasile estrarrà e venderà più petrolio dell’Iran, attualmente terzo produttore mondiale. La Colombia, dal canto suo, supererà la Libia, mentre già ora ad avere le più importanti riserve petrolifere del Pianeta non è, come si è sempre pensato, l’Arabia Saudita, con 264miliardi di barili, ma il Venezuela, che arriva a 296miliardi di barili grazie alla scoperta di nuovi giacimenti nella Regione del fiume Orinoco.</p>
<p>Traducendo questi dati, si giunge ad una conclusione: l’asse energetico mondiale – se resterà legato agli idrocarburi ed è la cosa più probabile nei prossimi decenni – si sposterà. Non saranno più i Paesi Arabi il polo d’attrazione, ma il Sud America. E la cosa diventa intrigante.</p>
<p>Questo cambiamento d’orizzonte non è frutto di un miracolo. Più banalmente, le nuove tecnologie consentono di sfruttare in modo economicamente competitivo riserve di petrolio e gas naturale che sino a pochi anni fa sembravano irraggiungibili o non convenienti. Ora ci si può arrivare e questo ha cambiato le cose. Una analista texana, Amy Myers Jaffe, ha scritto sul tema un interessante articolo, pubblicato dalla rivista Foreign Policy. Sostiene che questa rivoluzione energetica comporterà una secca perdita di centralità strategica da parte del Medio Oriente. I Governi di quell’area perderanno il potere di decidere il prezzo del greggio. Questo li renderà deboli sul piano internazionale e su quello interno: non potranno più contare sugli aumenti del barile per placare l’instabilità sociale dovuta alla crescita demografica.</p>
<p>Il ragionamento è interessante e decisamente attuale. Di fatto, in questo scenario al centro degli interessi per l’energia – quindi con grande potere di attrazione e di attenzione – ci sarà il Sud America. E il Brasile – chi lo avrebbe immaginato solo 15 anni fa? – rafforzerà la propria immagine di Paese emergente. Tanto emergente da avere in costruzione alcuni sottomarini nucleari per difendere le proprie riserve petrolifere offshore.</p>
<p>In pochi anni, il volto del Sud America è cambiato radicalmente. Messe faticosamente alle spalle le dittature, la società latinoamericana ha iniziato a costruire un futuro, anche se contraddittorio. La spinta di Hugo Chavez dal Venezuela – arrivato al governo in modo contraddittorio, ma con l’appoggio popolare e capace di scavalcare le oligarchie storiche che bloccavano il Paese – è stata fondamentale per far capire ai Sud americani che il cambiamento era possibile e il successivo affermarsi – Paese dopo Paese – degli schieramenti di sinistra o di centrosinistra ha ridato slancio a società ed economia. Restano le situazioni drammatiche, rappresentate da una cattiva distribuzione della ricchezza, dai diritti delle popolazioni indigene non rispettati, dalle oligarchie ancora padrone di intere Regioni e dal narcotraffico che comanda, ma il continente si è mosso, veloce ed efficace.</p>
<p>Con qualche frenata, ovvio. La crisi internazionale iniziata nel 2008 ha avuto – come ovunque – effetti pesanti. L’inflazione media è salita al 7,8%, alta davvero, facendo lievitare i prezzi, senza che i salari minimi aumentassero di conseguenza. La crescita dei prezzi al consumo ha costretto le banche centrali ad intervenire per rafforzare le monete locali, frenando inevitabilmente le esportazioni, soprattutto di materie prime, la vera ricchezza di tutti i Paesi del continente.</p>
<p>La locomotiva Sud americana, però, tira. Ed è una meraviglia. Con numeri impressionanti, su cui raramente si riflette. Ad esempio: l’America del Sud ha una popolazione di 360milioni di persone, con un Pil di 970.000milioni di dollari, in crescita. Il continente è una delle principali riserve d’acqua dolce e di biodiversità del pianeta.</p>
<p>La conseguenza è una produzione di alimenti ed energia che fa gola a molti: non è un caso che la Cina stia da tempo tentando di trasformarsi nel principale “socio d’affari” dei Paesi del continente, sostituendo gli Stati Uniti. È l’acqua dolce la vera ricchezza, al di là di quanto raccontato prima sulle riserve di idrocarburi. Il Sud America ha la terza falda acquifera più grande del mondo, quella di Guaranì, divisa tra Brasile, Argentina e Uruguay. Molti scienziati sostengano finisca addirittura in Patagonia. Tradotto in cifre, significa che l’America del Sud, con il sei per cento della popolazione mondiale ha il 26% delle risorse idriche planetarie. Un “disavanzo” che rende il continente appetibile e invidiato da chi, invece, ha bisogno di acqua, come l’Africa (13% della popolazione mondiale, 11% di acqua) o l’Europa (13% di popolazione, 8% di acqua). L’acqua sarà un altro punto di forza o, forse, un altro punto di contrasto internazionale da affrontare in futuro. Teoricamente, però, il mercato interno è enorme e il potenziale economico complessivo è tale da far diventare il Sud America la quinta potenza mondiale. E – piaccia o meno – la consapevolezza di questa potenzialità sta crescendo nella classe dirigente e nella popolazione. Lo spiega bene ciò che accade al Brasile. Uscito da anni di dittature militari o di “democrazie controllate”, dal tempo della presidenza Lula – fine anni ‘90 – ad oggi si è trasformato in una potenza regionale, con cui tutti fanno i conti. Per questa ragione, è tra i fondatori del Bric, l’organizzazione creata con Russia, India e Cina per essere alternativa al G8. Per chi si occupa di analisi geopolitica, la presenza del Brasile in questo “patto a cinque” per contrastare le scelte economiche del G8 è il dato più significativo del decennio. Marca la distanza che il Paese nello specifico, ma tutto il continente in generale, ha preso dagli Stati Uniti, per decenni veri “padroni” delle economie e delle coscienze. Dagli anni ’50 alle soglie dei ‘90 gli Usa hanno sostenuto dittature e giunte militari. Ufficialmente lo hanno fatto per “contrastare il comunismo” dilagante nella grande partita contro la vecchie e ormai sepolta Urss. In realtà, quei governi militari erano utili per sostenere oligarchie compiacenti e ottenere tariffe doganali favorevoli all’export e buoni prezzi sulle materie prime.</p>
<p>Il faticoso e lento ritorno alle democrazie, ha reso i Paesi del Sud America nuovamente sovrani e liberi di scegliere. Così, sono saltate le vecchie alleanze economiche, le antiche sudditanze e ci sono stati accordi prima non immaginabili. Colombia e Messico sono però lì a dimostrare che ancora molto c’è da fare. Bolivia e Ecuador fanno ancora fatica a trovare soluzioni ai problemi di una popolazione andina dimenticata per secoli e, quindi, messa ai margini. Il Centro America appare ancora confuso e incapace di trovare vie economiche e sociali che consolidino democrazie ancora troppo fragili e con troppo sangue alle spalle. Ma il Sud America continua a camminare. Meglio di prima, più saldo. E il mondo prima o poi se ne accorgerà.</p>
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		<title>Giovani e social media. Il futuro della pace è qui</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 11:45:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bellesi Daniele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Paolo Affatato</strong></p>
<p>È il continente dei giovani, pronti a diventare protagonisti assoluti dello sviluppo, dell’economia e della cultura; pronti a cambiare i regimi, a rivendicare diritti e libertà, a lanciare la sfida delle nuove tecnologie per conquistarsi spazi di futuro: l’Asia è il continente dell’oggi ma anche, tanto più, del domani. L’oggi si chiama Cina e India, colossi demografici, politici ed economici, potenze sempre più forti sulla scena internazionale. Il domani è assicurato dalla popolazione di adolescenti e di giovani più estesa al mondo: oltre 940milioni fra i 10 e i 24 anni (fonte: Banca Mondiale 2007). Una “legione” che, nell’ultimo quinquennio, ha mostrato vitalità e forza di mobilitazione non comuni, capaci di incidere a fondo nelle società.</p>
<p>Una premessa: l’Asia non è solo il continente più vasto, con il 60% della popolazione mondiale (oltre 4miliardi di persone), ma è anche la macroarea con le più evidenti disparità, segnata da un pluralismo che investe ogni livello, da quello geografico a quello economico. Si va da “mini-nazioni” di circa 300mila abitanti (come Brunei e Maldive) fino a colossi che superano il miliardo di persone (Cina e India). Vi si trovano alcune fra le nazioni più povere del mondo (Nepal, Bangladesh, Birmania, Corea del Nord) accanto a Paesi ricchi ed evoluti.</p>
<p>Ma su un aspetto, quello demografico, i trend sembrano concordare, nel segnare un’inarrestabile crescita che ha toccato, in special modo, la popolazione adolescenziale e giovanile, compresa nella fascia fra i 10 e i 24 anni.</p>
<p>Va detto che l’Asia ha vissuto, negli ultimi trent’anni, radicali trasformazioni sociali, economiche, demografiche e culturali che hanno avuto un’influenza decisiva sulle nuove generazioni, cresciute in un’epoca-post coloniale e immerse, fin dal primo istante di vita, nell’era della globalizzazione.</p>
<p>Che siano in Paesi in via di sviluppo, come Vietnam o Timor Est, dove la popolazione giovanile tocca il 60% del totale; in Paesi avanzati come Giappone e Corea del Sud; in Paesi islamici come Pakistan e Indonesia o in nazioni dalle grandi disuguaglianze, come Cina e India: sta di fatto che i giovani asiatici intendono mordere il futuro e determinarlo a prescindere dalla volontà dei loro governanti, appartenenti, in larga maggioranza dei casi, alle vecchie generazioni.</p>
<p>I mezzi per aggredire il domani sono, fondamentalmente, l’istruzione e le nuove tecnologie. E se l’accesso all’istruzione – pur sancito come diritto in larga parte delle nazioni asiatiche – resta ancora un miraggio, mutilato dai pesanti condizionamenti imposti dalla povertà, i “social media” hanno invece mostrato straordinaria efficacia come strumenti per condizionare la vita politica, economica, culturale di un Paese. Sono, cioè, i mezzi con cui i giovani tornano a essere “significativi”, riescono ad influire sulle élites dominanti, trovano finalmente spazi per esprimere idee e rivendicare valori come legalità e trasparenza. Per determinare, dunque, gli orientamenti e le sorti delle rispettive nazioni.</p>
<p>I movimenti giovanili in Asia hanno avuto uno sviluppo sorprendente e, negli ultimi anni, hanno mostrato un fermento che ha dato risultati impensabili, anche in stati con regimi repressivi e brutali. In Asia meridionale la popolazione giovanile ha avuto il potere di “cambiare l’agenda di governo”: in Pakistan riportando a galla l’urgenza della legalità e dei diritti umani, per contrastare i movimenti islamici estremisti; in India segnalando la grande battaglia contro la corruzione, che ha trovato un leader carismatico nell’ultrasettantenne Anna Hazare, ma che ha fatto breccia soprattutto fra gli under 25. Poco più a Nord, nel piccolo Nepal, i giovani hanno accelerato la svolta democratica che ha segnato la fine del regno induista e la nascita della democrazia sulle vette dell’Himalaya.</p>
<p>Spostandosi nel Sudest, in Birmania – dove la giunta militare non esita a usare il pugno di ferro – studenti e giovani hanno animato il coraggioso movimento della società civile che, a settembre 2011, ha indotto il Governo a fermare i lavori della diga di Myitsone, mega-progetto sul fiume Irrawaddy che aveva fomentato la nuova guerra contro le minoranze etniche kachin. Al di là del confine, in Thailandia, la colorata stagione di protesta – fra “giubbe rosse” e “camicie gialle” – che ha caratterizzato la scena politica negli ultimi anni è una stagione dai tratti e dai leader essenzialmente giovanili. Nella piccola Cambogia, il tam tam dei “social media” sta radunando le forze sane del Paese per opporsi al progetto di una legge draconiana che vuole penalizzare associazioni e Ong, voci libere e indipendenti. In Malaysia, stato improntato a una legislazione islamica piuttosto rigorosa, è nato dalle menti di giovani avvocati, poco più che ventenni, il movimento “Bersih 2.0” (che significa “pulizia”), vero, nuovo elemento, fautore della trasparenza, destinato a scompaginare i rigidi schemi della politica nazionale. Così come la piccola Singapore – ancora governata in modo autoritario – nelle ultime elezioni presidenziali ha scoperto che i giovani, tramite i social network, possono e vogliono partecipare sempre più alla vita politica. Indonesia e Filippine non sono da meno: nello stato islamico più popoloso al mondo l’Associazione degli Studenti Musulmani ha imboccato con decisione la strada del dialogo e della convivenza con le componenti non islamiche della società: una scelta di peso che garantisce il futuro del pluralismo. E nelle cattolicissime Filippine – dove già la seconda “rivoluzione non violenta” del 2001 correva tramite gli Sms – i social media sono ormai un elemento tipico del tessuto connettivo della società.</p>
<p>Nel quadrante dell’Asia orientale la situazione non cambia. Nel 2010 il Governo cinese ha oscurato oltre 1,3milioni di siti web, aperti da giovani desiderosi di libertà e allergici alla censura; ma ogni giorno ne nascono di nuovi, mentre i leader dei movimenti giovanili sono i più temuti da Pechino. In Paesi come Corea del Sud e Giappone, dove la tecnologia informa la vita individuale e collettiva, il binomio “giovani e social media” è un fattore che incide profondamente sul costume, sulla società, sulla cultura e gli attori politici ne hanno preso atto ormai da un pezzo.</p>
<p>Forti nel numero, aperti nelle idee, pieni di entusiasmo e di speranze, nonché di una sana “voglia di protagonismo”: sono loro, i giovani asiatici, gli autentici agenti di cambiamento che si affacciano sulla scena mondiale e non intendono tornare nell’ombra. Sono loro, dunque, che nei prossimi decenni, potranno avere voce in capitolo e dire una parola – nel 99% dei casi una parola di pace – sui piccoli e grandi conflitti che ancora percorrono in lungo e in largo il continente asiatico.</p>
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