Giordania: un’oasi tra le guerre

di Alice Pistolesi

Dalla caotica e decadente Amman al deserto rosso e roccioso del Wadi Rum, la Giordania mostra ai viaggiatori facce diverse.

Le caratteristiche del mondo arabo ci sono tutte: il Paese è musulmano, la grande maggioranza delle donne è velata, si mangiano falafel e humus in abbondanza e il muezzin invita alla preghiera più volte al giorno. Il modello di vita occidentale, con i fast food e colossi come Ikea, è arrivato soprattutto nelle città più grandi, ma non è invadente: la Giordania pare conservare la propria tradizione.

Da sempre il Paese è meta di un turismo toccata e fuga, che non si lascia però scappare uno spettacolo unico al mondo come l’antica città dell’Impero Nabateo, Petra.

Dopo anni di crisi del turismo causata dalle guerre da cui è circondato (Siria, Palestina, Israele, Iraq), il Paese si sta rialzando.

Nella prima metà del 2017 le presenze sono aumentate del 14,5%. A scegliere la Giordania come meta ci sono più visitatori da Europa e Nord America, ma anche dall’Asia. Secondo l’ultimo World Tourism Barometer dell’Unwto (l’Organizzazione mondiale del turismo), le destinazioni di tutto il mondo hanno accolto 1,1 miliardi di turisti tra gennaio e ottobre 2017: il 7% in più rispetto allo scorso anno. A beneficiare di questo ‘più’ anche la Giordania.

Viaggiare nel Paese è per i turisti facile: il clima è sereno, ospitale e tranquillo.  E’ una tranquillità che stona, se si pensa a quello che accade appena al di là del confine. Una tranquillità di cui il viaggiatore minimamente informato quasi si colpevolizza.

La Giordania, seppur piccola, offre molto al visitatore. Ad esempio, il Mar Morto. Resort di lusso, con relative spa e piscine, sorgono sulle sue rive. Gli hotel sono blindati, controllati da guardie private e polizia. E come spesso accade da un lato sta la ricchezza, dall’altro accampamenti abitati da profughi. Per i diversamente ricchi l’accesso al mare diventa un’impresa: molti chilometri di costa sono infatti chiusi dai resort.

E a pochi metri dal lusso c’è il ponte chiamato King Hussein dal lato giordano e Allenby da quello palestinese. Il ponte, controllato da Israele, è l’unico accesso consentito ai palestinesi della Cisgiordania per uscire e entrare dalla regione, ma è anche il passaggio privilegiato per gli internazionali (volontari, giornalisti) che hanno difficoltà ad arrivare in nei territori controllati dall’Autorità Palestinese da Tel Aviv. Come è facile immaginare, quindi, è spesso sovraffollato ed è uno dei luoghi in cui l’esercito israeliano manifesta la propria discrezionalità e arbitrarietà nel consentire ai  palestinesi di lasciare o meno la Cisgiordania.

Lasciata l’area magnifica – ma di crisi – del mar Morto, chi viaggia in Giordania entra in contatto anche con i beduini, la popolazione del deserto.

Nel Wadi Rum, il deserto montagnoso e di sabbia rossa del Sud del Paese, vivono ad oggi circa 40 famiglie. Altre 2500 persone abitano nel villaggio di Rum. Ed è qui che il turista incontra la tradizione.  Grazie alla tecnologia, il visitatore può prenotare la sua notte nella tenda nel deserto tramite internet, ‘whatsappare’ con il proprietario dell’insolito campeggio, cenare con la famiglia beduina, bere con loro il tipico tè aromatizzato con salvia e cardamomo e il giorno dopo, con i fuoristrada, avventurarsi in un tour nel deserto. Il tutto pagando svariate decine di dinari giordani (ovvero decine di euro).

Nonostante tutto, comunque, il beduino continua a vivere secondo tradizione. Porta i cammelli nel deserto, passa giornate davanti al fuoco e conosce e vive la sua terra.  Nei periodi affollati da turisti, tutto questo lo fa assieme a persone che vengono da tutto il mondo, negli altri momenti solo con la sua gente.

Se il deserto è una tappa semi obbligata per il turista, lo stesso non si può dire della capitale del Paese, Amman, che viene spesso bypassata del visitatore.

Rendersi conto della difficoltà della città (c’è chi ritiene che questa difficoltà derivi dalla gestione di un gran numero di persone in fuga) non è difficile: basta perdersi nei suoi vicoli, salendo verso l’alto per arrivare agli scavi archeologici, per rendersi conto di quanto sia lasciata sé stessa. Ci sono centinaia di case fatiscenti, crollate, abbandonate nell’inerzia,  ma dalle cui finestre si affaccia chi le abita.

Ed effettivamente la città, un tempo abitata da 2 milioni di persone, ospita oggi moltissimi profughi in fuga dalla Siria e dall’Iraq.

La Giordania ospita infatti, da anni, moltissimi profughi. Il 40% della popolazione è composto da palestinesi. Non è quindi difficile imbattersi nella storia di chi racconta di essere arrivato in Giordania piccolissimo, durante la guerra del 1967 e che con amarezza spiega di non poter tornare nella propria città, Gerusalemme, a meno che non possieda un visto speciale. I circa 2 milioni di palestinesi godono in Giordania della cittadinanza, ottenuta grazie ad una legge che risale agli anni Cinquanta.

Ma i palestinesi non sono la sola popolazione in fuga arrivata nel Paese. Per dare qualche numero. Sarebbero 850mila i siriani clandestini stimati nel Paese, a fronte di altri 656mila che invece sono registrati presso l’Unhcr. Un quinto di queste persone abita in tre campi profughi mentre gli altri risiedono, oltre ad Amman a Irbid, Mafraq, Zarqa.  Secondo l’Onu, tra i 45 mila e i 50 mila rifugiati, per lo più donne e bambini, vivono vicino al punto di passaggio di Rokban in territorio siriano, in un’area desertica al confine Siria e Giordania. Secondo l’Unhcr, l’86% dei siriani in Giordania vive sotto la soglia di povertà: con 68 dinari al mese (circa 90 euro).

In Giordania abitano poi oltre 61mila gli iracheni mentre 11mila persone appartengono ad altre nazionalità, tra questi anche yemeniti e sudanesi.

Il totale, senza contare i clandestini, supera quindi i 3 milioni di rifugiati: un terzo della popolazione del Regno Hashemita, che non ha però mai ratificato la Convenzione di Ginevra sull’accoglienza.

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