Il virus del Pianeta

Nella giornata della Madre Terra un'intervista a Roberto Savio, analista di problemi internazionali e da anni impegnato per la giustizia climatica e la salvaguardia dell'ambiente

di Alice Pistolesi

La Giornata della Madre Terra compie 50 anni. Organizzata la prima volta il 22 aprile 1970, dal movimento ambientalista Earth Day Network, la Giornata dedicata alla Madre Terra – riconosciuta dall’Onu nel 2009 – conta sull’adesione di 75 mila partner in 193 Paesi, impegnati a promuovere la democrazia ambientale. Per celebrarla abbiamo rivolto alcune domande a Roberto Savio, giornalista, economista e analista di problemi internazionali, da anni impegnato per la giustizia climatica e la salvaguardia dell’ambiente.

Roberto Savio

La crisi climatica si è fatta negli anni sempre più evidente e pressante, provocando effetti dannosi in tutte le parti del mondo. Siamo ancora in tempo per fare qualcosa, anche considerando la fase che stiamo vivendo?

La situazione in cui ci troviamo è estremamente precaria. Da un lato siamo di fronte ad un miglioramento ambientale con le emissioni diminuite dal 40 al 60%, cieli blu nelle grandi città come Roma e Milano, che non si vedevano da anni. D’altra parte però ci troveremo a breve di fronte all’evidenza che i fondi che potevano essere stanziati per alleggerire il peso della Terra saranno dirottate dagli Stati per tamponare gli effetti devastanti di questa pandemia. La crisi che ci aspetta avrà una portata devastante. Gli Stati impegneranno ingenti risorse economiche, che saranno però chieste in prestito visto che tutti i Paesi si trovano in passivo da molto tempo. Il debito globale è raddoppiato negli ultimi 15 anni.

In qualche modo questa pandemia condiziona e condizionerà le scelte future a livello globale. Crede che possa avvenire qualcosa di positivo o che non impareremo niente dal passato e non cambierà nulla?

Se gli elettori dimostreranno di avere coscienza, i cambiamenti ci saranno, altrimenti tutto resterà uguale. Mi sembra che, ad oggi, i molti passi falsi fatti da Trump, Johnson o Bolsonaro, non li abbiano minimamente messi in crisi. Lo status quo rimane più forte di tutto. Il 2019 è stato un anno di grandi manifestazioni, da quelle del Friday for Future per il clima, a quelle legate alla questione femminile, ma niente è cambiato. Il sistema è proseguito per la sua strada. La stragrande maggioranza dei cittadini ha smesso di partecipare e questo si riflette sulle scelte globali. Il problema è sempre collegato alle scelte delle persone, alla democrazia.

Cosa si può fare, ammesso che si possa fare qualcosa, partendo dal basso per cambiare le cose?

Siamo solo all’inizio di una tremenda crisi che ha già provocato centinaia di migliaia di morti. Se nemmeno la pandemia, una questione così universale, è in grado di far cambiare paradigma, non so cosa altro potrebbe succedere. La pandemia è la riprova che a voler dominare la natura, questa poi si vendica. Negli anni si sono susseguite epidemie di vario genere: sars, ebola, aviaria, influenza suina, e così via. Questo susseguirsi ravvicinato di virus dovrebbe farci ragionare ma non è così. Ciò che accade non provoca le reazioni di nessuno. Mi sembra che non si disponga degli strumenti politici, culturali e sociali per far fronte alle sfide sempre più grandi che ci si pongono davanti.

Il vero virus, il vero problema per la Terra è l’uomo. Non è la Natura a minacciare l’uomo, ma il contrario. La natura a Chernobyl, ad esempio, abbandonata a sé stessa ha proseguito il suo cammino e si è ripresa i suoi spazi.

Perché il dibattito sul clima, a parte alcuni momenti di attenzione, è rimasto un tema marginale a livello globale?

Il dibattito sul clima è rimasto negli anni oscurato da due fasi: quella della cupidigia e quella della paura e dell’urgenza. Con l’inizio della globalizzazione ci sono stati 20 anni dedicati alla prima fase, quella in cui tutti volevano diventare ricchi e belli e c’era una costante corsa al denaro. La seconda fase, iniziata con la crisi del 2008, è stata caratterizzata dalla paura, sono emersi i partiti nazionalisti e si è iniziato a vedere l’immigrazione come un elemento su cui stimolare il timore. Questa fase avrà una combinazione tra virus e paura.

Il dibattito sul clima non è mai stato inglobato da cupidigia e paura, è rimasto un tema nobile e astratto e si è basato anche su opinioni che negavano il coinvolgimento dell’uomo nel cambiamento climatico che andrebbero considerate un insulto alla ragione. Invece gli è stato dato peso. Un esempio su questo è l’odio nato nei confronti dell’attivista Greta Thunberg che mi spiego solo in un modo: quando qualcuno compie un gesto ideale, positivo, gli altri si sentono in colpa verso loro stessi e per questo attaccano.

#NoiRestiamoaCasa

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