La difficile relazione tra Pyongyang e Washington

I colloqui diretti, le avances e le accuse, una storia antica e complessa alle spalle. L'infinita contesa tra Usa e Corea del Nord nell'analisi della coreanista Rosella Ideo

di Rosella Ideo

Il vertice fra il presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano, Kim Jong Un, che si è svolto il 12 giugno a Singapore, rappresenta il culmine di un anno e mezzo inedito nei rapporti fra gli Stati Uniti e le due Coree. E’ la prima volta che un presidente americano in carica incontra un leader della Corea del Nord. Il summit, che porta il marchio della pasticciata diplomazia personale di Trump, ha sancito la fine della crisi più grave che si sia verificata nella penisola coreana e nell’area da 65 anni ad oggi, e ha sdoganato Kim Jong-un, dopo sei anni di isolamento totale.

Gli obiettivi dei due Paesi sono opposti. Washington pretende la denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile della RPDC (Repubblica Popolare Democratica di Corea), Pyongyang chiede in cambio precise garanzie di sicurezza, l’allacciamento di relazioni diplomatiche con Washington e un trattato di pace che sostituisca il sistema dell’armistizio in vigore dalla fine della guerra di Corea nel 1953.

Gli antefatti e i colpi di scena degli ultimi 18 mesi sono noti. Ignorando le risoluzioni e le sanzioni sempre più pesanti dell’ONU, il regime di Kim Jong-un ha continuato ad aumentare e perfezionare il suo arsenale nucleare e missilistico. In luglio e in novembre 2017 ha testato, fra gli altri, due ICBM (Intercontinental Balistic Missiles) con una gittata tale da poter colpire le città del continente americano; in settembre ha compiuto il test sotterraneo di una bomba termonucleare per lo meno dieci volte più potente di quella di Hiroshima. Le agenzie di intelligence americane avevano previsto che Pyongyang avrebbe potuto avere degli ICBM affidabili tra il 2020-2022. Preso di contropiede, Trump in settembre all’ONU, minaccia la distruzione totale del paese (25 milioni di abitanti).

Scontro personale

Alla fine del 2017 la personalizzazione dello scontro verbale fra il presidente Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un fa temere l’imminenza di una guerra fra Stati Uniti e RPDC con conseguenze devastanti soprattutto per la Corea del Sud (la stima è di centinaia di migliaia di morti) e pesanti contraccolpi sull’equilibrio politico ed economico regionale e globale. Il Giappone di Abe Shinzo su cui sono sorvolati alcuni dei missili nordcoreani prepara piani di evacuazione e rifugi antiatomici. L’attacco preventivo “limitato” minacciato da Trump legittimerebbe una ritorsione immediata di Pyongyang. Seoul che, con la sua area metropolitana conta 25 milioni di abitanti (poco di più tutta la RPDC), è a una cinquantina di chilometri dalle batterie nordcoreane e potrebbe essere distrutta nel giro di mezz’ora. Senza bisogno dell’atomica. E senza contare che a Sud del 38mo parallelo stazionano 28,500 soldati americani con le loro famiglie e altre migliaia di civili.

Questo è il motivo per cui i presidenti americani, da Bill Clinton in avanti hanno scartato l’opzione militare e hanno preferito trattare con la RPDC o non trattare del tutto come ha fatto Obama, impegnato fra l’altro a disinnescare la crisi con l’Iran per evitare che diventi un paese nucleare. A monte della volontà nordcoreana di dotarsi di armi atomiche va considerato che Washington, contravvenendo a lettera e spirito dell’Armistizio del 1953, ha introdotto un vero e proprio arsenale nucleare al Sud, rimosso da Bush padre solo nel 1991.

Cordone sanitario

Un altro fattore geopolitico rilevante: il retropensiero ossessivo dell’America dalla vittoria dei comunisti in Cina nel 1949, è quello di stabilire un cordone sanitario intorno al grande paese circondandolo a Nord con le basi coreane e giapponesi. Ultimo tassello indicativo: il posizionamento, deciso da Obama, di uno scudo anti missile in Corea del Sud con un sistema radar tanto potente da poter spiare in Cina e Russia. Il conseguente depotenziamento dei rispettivi sistemi missilistici ha fatto infuriarare Xi Jinping e Putin.

E’ un quadro di riferimento essenziale per capire a grandi linee il susseguirsi delle crisi nucleari, la logica degli accordi intercoreani di questi mesi inseriti nel complesso contesto geopolitico attorno alla penisola coreana. Il cambiamento strategico del regime del giovane terzo erede dell’unica dinastia rossa mai esistita, è spettacolare e viene annunciato nel suo discorso di Capodanno. Kim Jong-un ha completato il progetto di famiglia: il possesso di un deterrente atomico che garantisce alla RPDC la sopravvivenza del regime e la capacità di trattare su un piede di parità con gli Stati Uniti. Una volta stretta la cintura di sicurezza atomica attorno al suo paese è pronto ad uscire allo scoperto e a parlare con tutti. Con i sudcoreani e con gli americani in prima battuta e poi con i cinesi e i russi che non vogliono essere esclusi dal grande gioco.

Dialogo intercoreano

Kim accetta il dialogo con il nuovo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in eletto nel maggio scorso, che ha fatto della pace con la RPDC la cifra del suo quinquennato e che si propone come pontiere fra Washington e Seoul. A Moon (non a Trump) va il merito di aver disinnescato il pericolo di una guerra e di aver iniziato un percorso di “riconciliazione e coesistenza” e riavvicinato YSA e RPDC. E’ da anni che nel lessico progressista si è archiviata parola “unificazione”, sbandierata invece come un drappo rosso davanti agli occhi nordcoreani dalla presidente precedente, la conservatrice Park come provocazione retorica perché implicava un assorbimento alla tedesca del Nord nel Sud.

Dalla partecipazione nordcoreana ai giochi olimpici invernali al summit di Panmunjon le relazioni fra i due leader coreani si sono consolidate con altri incontri informali sia personali sia di alto livello fra le rispettive delegazioni. La simbologia disegnata dalle due Coree è chiara. Il 38mo parallelo dovrebbe subire una trasformazione essenziale: da confine più militarizzato del mondo dovrebbe diventare a confine “normale” fra due stati non più nemici. Il disegno condiviso dei due leader, che viaggiano in universi paralleli da ogni altro punto di vista, è il seguente: una volta firmata la pace e solo allora nessun governo coreano e nessun presidente americano che si avvicendi alla Casa Bianca potrà facilmente costituire una minaccia mortale per la Corea, un solo paese fino alla divisione della guerra fredda.

Lo “sdoganamento” di Kim

Oggi le due Coree sentono il peso crescente e oppressivo di una Cina che incombe sulla penisola con la sua massa critica e la ritrovata e asserita centralità in Asia Orientale. Kim Jong-un ha bisogno degli aiuti economici e degli investimenti del Sud per realizzare il suo secondo ineludibile obiettivo: la ripresa economica per tener fede all’impegno preso dopo il suo insediamento e per non fare più “tirare la cinghia” al popolo nordcoreano. Qual è il paradosso del vertice di Singapore fortemente voluto da Trump? L’aver sdoganato Kim Jong-un consentendogli piena legittimazione interna e un peso internazionale impensabile solo sei mesi fa.

Già con l’annuncio di un vertice alla pari si allunga la fila dei grandi, desiderosi di parlare con l’uomo di Stato Kim fino a quel momento vituperato e ridicolizzato. Nel giro di due mesi Xi Jinping ha incontrato Kim due volte, il ministro degli Esteri russo Lavrov è volato due volte a Pyongyang preparando un incontro fra Putin e Kim per settembre; a chiuder la fila è il premier giapponese Abe Shinzo che, dopo dieci incontri bilaterali con Trump, sembra sempre più spiazzato dall’amico e alleato storico che non si esime dall’applicare dazi a tutti, alleati e non, per difendere la “sicurezza” degli Stati Uniti. Per inciso, i premier di Giappone, Cina e Corea hanno accelerato i negoziati in corso per due trattati di libero scambio multilaterali. Il primo a tre e il secondo, regionale, che comprende 16 nazioni dell’Asia-Oceania.

Vaghe dichiarazioni

Il comunicato congiunto rilasciato alla fine del vertice di giugno è molto vago e non vincolante. Risente del poco tempo (circa due mesi) dato alle parti in causa per concordare un compromesso fra due posizioni di partenza, come si è detto, opposte. Si parla di denuclearizzazione completa senza quei criteri di verificabilità e irreversibilità che implicano l’accettazione delle ispezioni a tappeto su tutto il territorio della RPDC. Trump, in cerca di un evento storico che ne certifichi la grandezza (e a breve consenta la vittoria dei repubblicani nelle elezioni di medio termine) ha rivendicato il successo della soluzione della crisi e del summit di Singapore. Ha escluso all’ultimo momento la presenza del presidente del Sud, Moon; un altro alleato maltrattato che, con il summit di Panmunjon, gli aveva tolto la scena pur intestandogliene il merito e blandendolo con la proposta del Nobel per la pace. Né si è mai accennato, nel vertice, alla Cina, il grande convitato di pietra dell’incontro.

Non a caso, Xi Jinping e Putin, preoccupati dell’imprevedibilità del presidente americano, hanno tenuto due giorni prima un vertice alternativo dedicato alla questione coreana. E non a caso il segretario di Stato, M. Pompeo si è precipitato a Seoul e Beijing per limitare i danni, in particolare ai rapporti sino americani già avvelenati dalla guerra commerciale. Tornando al comunicato di Singapore, Trump si è personalmente impegnato, a voce, a concedere le garanzie di sicurezza richieste dalla RPDC in cambio dell’abbandono del nucleare senza entrare nel merito, ma “uniche e diverse” da quelle proposte finora”, ha promesso Pompeo. Anche se Pompeo se ne rende conto, sarà ben difficile che la RPDC abbandoni appena raggiunta, la sua posizione di paese nucleare, vera polizza assicurativa per Kim e il suo regime. Per completare la sua fuga in avanti l’incontenibile Trump si è detto pronto a sospendere le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud per tutta la durata dei colloqui: un’altra misura unilaterale, non richiesta dalla RPDC in questa fase e non concordata in precedenza con Seoul che ne esce indebolita nei suoi rapporti con Pyongyang.

Un processo con tempi lunghi

Nella migliore delle ipotesi il summit di Singapore è solo l’inizio di un processo lungo, tortuoso e pieno di ostacoli. I nordcoreani non sono bambini sprovveduti e non sono incantati dalla cornucopia di benefici fatti baluginare da Trump in cambio dell’abbandono del nucleare. Hanno ben presente la fine di Saddam e di Gheddafi e il ritiro, a maggio, della sua amministrazione dall’accordo di non proliferazione nucleare con l’Iran a dispetto dei 21 mesi di negoziati e delle verifiche che hanno certificato il rispetto dei termini stabiliti. Gli analisti sono scettici. Gli ostacoli sono molti a cominciare dalla Casa Bianca dove visioni dissonanti sono esternate e ritrattate nel giro di poche ore e sono gestite da Trump con la spregiudicatezza usuale. Troppi polli nel pollaio, dice un diplomatico americano. La speranza è che Kim Jong-il, il vero vincitore del vertice, non abbandoni la strada intrapresa con e grazie al presidente del Sud. E cominci, oltre alla modernizzazione strutturale dell’economia, ad allentare un sistema politico repressivo, drammaticamente esemplificato dai circa 120,000 prigionieri senza processo rinchiusi nei gulag.

L’incontro tra i due leader ha scatenato i vignettisti di tutto il mondo: nell’immagine di copertina un disegno di STteve Sack per l’americano StarTribune, giornale che ha ricevuto il Premio Pulitzer per il giornalismo locale

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