La memoria del 17mo parallelo

di Emanuele Giordana

Il treno notturno parte dalla stazione di Ninh Bin quando le luci del giorno sono ormai state inglobate dalle tenebre. Motrice e vagoni provengono da Hanoi, la capitale, per scendere verso Sud attraversando un fitto paesaggio di case e risaie, classica scenografia vietnamita. Si scende a Dong Ha che non è esattamente una meta turistica ma è spesso una tappa ineludibile per molti reduci della guerra del Vietnam o per qualcuno che la curiosità spinge sul confine più famoso della Guerra fredda lungo il 17mo parallelo. Una linea tracciata sulla carta che per anni ha marcato la linea di separazione tra Nord e Sud Vietnam. Bisogna dunque scendere a Dong Ha, una fermata prima di Hue – l’antica capitale dei Nguyen, ultima dinastia imperiale – per imboccare con un taxi la Statale 1 che, dopo una decina di chilometri,  arriva al luogo simbolo del confronto tra Est e Ovest e, ancora prima, della vittoria sui francesi dei vietnamiti del Nord. E’ la DMZ, o zona demilitarizzata, segnata dal fiume Ben Hai che corre dal confine laotiano al mare. Questo confine che oggi non esiste più se non nella memoria storica, spezzava una terra di nessuno larga circa otto chilometri che è solo un ricordo. Adesso è soltanto un’area tranquilla e verde, circondata da piantagioni e da villaggetti di contadini.

Un confine tra Est e Ovest

Bisogna entrare nel piccolo museo sorto accanto a un grande monumento celebrativo per ricordarsi cosa è stata questa terra per decenni. Il museo, ordinato ma con pochi reperti, ne fa una breve storia e funge da anticamera alla  strada che porta verso un vecchio ponte sul Ben Hai. Un ponte stretto  che divideva e ora unisce Sud e Nord: è in buono stato e corre parallelo a quello della statale 1, largo e asfaltato. Son stati restaurati o ricostruiti il casotto della dogana nordvietnamita, gli edifici dove stavano gli osservatori internazionali e una torretta di guardia nella parte Sud, non lontano dalla quale è stato eretto un enorme cono di pietra con una bizzarra forma di missile che si erge in mezzo a foglie di palma stilizzate. E’ il monumento che celebra la riunificazione del Paese. Oggi ci si respira unaria rilassata ma la zona meridionale della frontiera è stata teatro di battaglie violentissime soprattutto durante il conflitto con gli Stati Uniti. E’ un luogo che apparteneva alla guerra, dove molto si è combattuto e su cui molto si è scritto.

Oggi quel confine non esiste più e dunque quel luogo diventa due volte evocativo e suggerisce una quantità di pensieri e di domande che forse esistono da che si combatte. Quella linea di demarcazione, decisa a Ginevra il 12 luglio 1954, tra francesi e vietnamiti, con la mediazione di americani, russi, non coincideva col confine geografico naturale, costituito appena qualche chilometro più a Sud dal passo del Col des nuages, che divide – seppur con poche differenze – il vietnamita che si parla al Nord da quello che si parla al Sud. Oggi non è più un confine ma il lascito della zona demilitarizzata è ancora lì: anche adesso la provincia di Quang Tri – e la contigua Quang Binh – restano luoghi pericolosi e sono le zone del Vietnam dove è più alta la presenza di ordigni inesplosi. Durante la Guerra del Vietnam (che qui chiamano “Guerra americana”) furono sganciate 14 milioni di tonnellate di bombe, tre volte quelle utilizzate dagli alleati nel secondo conflitto mondiale. Tra il 10 e il 30% di questi ordigni (Uxo) è rimasto dormiente. Bombe a tempo che hanno ucciso, dal 1975, oltre 100mila persone. Si calcola che  il 15% del Paese sia ancora a rischio per quei residui inesplosi: una percentuale che arriva all’84% nella provincia di Quang Tri.

Il difficile lavoro della diplomazia

Accanto all’antica linea di demarcazione c’è un edifico in legno che ospita delle statue in cera, simulacro della missione delle Nazioni Unite incaricata di supervisionare l’aspetto legale del confine. Quelle facce mute e immobili nel gesto fissato dalla cera, sembrano restituire l’immagine della difficoltà che, ieri come oggi, incontra chi è chiamato a far rispettare gli accordi. Spesso le sue indicazioni hanno un peso ma, la gran parte delle volte, non sono che voci nel deserto. E infine, il monumento a forma di missile che celebra la Riunificazione è solo un simbolo che nasconde le difficoltà dell’integrazione tra le due anime del Paese o è davvero il segno di una vittoria non solo militare?

Queste domande accompagnano il visitatore in questo viaggio nel tempo. Si fermano pullman di rari turisti o taxi con qualche reduce che torna nei luoghi dove ha perso il candore dei suoi vent’anni quando i vietcong erano chiamati “charlie” o “musi gialli” e l’odio instillato dalla guerra e dalla paura si trasformava anche nel razzismo che tentava disperatamente di far prevalere la supremazia bianca. Fa piacere vedere un occidentale di una certa età accompagnato da un’anziana moglie vietnamite. Quel conflitto, quel confine, furono all’origine anche di uno dei più vasti movimenti contro la guerra che la Storia ricordi. Anche quel sentimento prezioso aleggia sul vecchio ponte della separazione. Che oggi unisce le due sponde del fiume.

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