La schiavitù Made in Europe che indossi

di Andrea Tomasi

Ti allacci le scarpe e non ci pensi. Indossi una felpa e non ci pensi. Acquisti un pigiama o un paio di jeans e proprio non ci pensi. Eppure qualche domanda dovresti fartela. Certi prodotti vengono realizzati nel massimo del risparmio e quindi, spesso, nel massimo dello sfruttamento.

Tutto ciò accade dietro l’angolo. Non parliamo di Paesi lontani. Non si tratta dei «famigerati stabilimenti di Bangladesh, Pakistan e Cina».

Il rapporto della «Clean Clothes Campaign, Europe’s Sweatshops» parla di salari ai confini della miseria e delle condizioni di lavoro, al confine con la schiavitù. Il tutto si consuma nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa.

In Ucraina il salario è di 89 euro al mese. Il costo della vita non è proporzionato. Esperti dicono che per raggiungere la soglia di dignità si dovrebbe arrivare almeno a quota 445 euro.

E sotto la lente sono finiti i nostri grandi marchi: Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda. I prodotti sono Made in Europe, una garanzia di «rispetto dei diritti dei lavoratori» si pensava. Ma la realtà è diversa.

«Molti dei 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni – si legge su Contropiano.org – vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, tra cui straordinari forzati, e si trovano in una situazione di indebitamento significativo.

(…) «A volte semplicemente non abbiamo niente da mangiare» ha raccontato una lavoratrice ucraina. «I nostri salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e dei riscaldamenti» ha detto un’altra donna ungherese.

Sono stati intervistati 110 lavoratori e lavoratrici di fabbriche di abbigliamento e calzature in Ungheria, Ucraina e Serbia.

Si parla di pericolose condizioni di lavoro: in tanti casi le persone sono esposte «al calore o a sostanze chimiche tossiche, condizioni antigieniche, straordinari forzati illegali e non pagati e abusi da parte dei dirigenti. I lavoratori intervistati si sentono intimiditi e sotto costante minaccia di licenziamento o trasferimento».

Il quotidiano Avvenire spiega che in Serbia le imprese estere ricevono sovvenzioni, aiuti indiretti «come l’esenzione fiscale fino a dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze».

Insomma il concetto è chiaro: le società estere trasferiscono le fabbriche in certi Paesi dell’est. E così hanno un vantaggio triplo: 1) tasse più basse e spesso contributi dello Stato ospitante; 2) costi molto contenuti (e meno diritti da garantire) per la manodopera; 3) una vicinanza geografica importante ai Paesi europei dove quelle merci vanno a ruba.

«Ci pare evidente che i marchi internazionali stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi», dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.

«In Serbia, ad esempio, oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a per dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento.

La Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign è una rete di più 250 partner che mira al miglioramento delle condizioni di lavoro e al rafforzamento dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda globale.

«Lavora in coordinamento con le coalizioni attive in 17 paesi europei e in collaborazione con le organizzazioni di diritti del lavoro in Canada, Stati Uniti e Australia. La Campagna ha lanciato una raccolta di fondi per realizzare un video informativo da diffondere tra i giovani e nelle scuole per raccontare le condizioni dei lavoratori del tessile e del calzaturiero in Italia e nel mondo: http://sostieni.link/16073 ».

 

 

http://contropiano.org/altro/2017/11/16/salari-fame-nelle-filiere-dei-grandi-marchi-moda-stavolta-nel-cortile-casa-097724

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/abiti-puliti-in-europa-dell-est-stipendi-da-fame-per-chi-produce-per-i-grandi-marchi-dell-abboigliamento

http://www.affaritaliani.it/costume/sfruttamento-del-lavoro-abiti-puliti-accusa-i-grandi-marchi-510039.html

Tags:

Ads

You May Also Like

Stupri e violenze, le armi della guerra ucraina

Lo stupro come arma di distruzione  per mettere a tacere giornalisti, prigionieri, attivisti. Se ...

A Sana’a si piange ancora

Di Raffaele Crocco A Sana’a si piangono ancora i morti per gli attentati nelle ...