Le strade di Dacca

Da più di una settimana la protesta degli studenti nella capitale del Bangladesh. Governo e polizia rispondono con l'uso della forza. E di squadracce di partito

Da oltre una settimana la cronaca quotidiana di Dacca, capitale del Bangladesh, è attraversata da incidenti tra forze di polizia e studenti. Iniziate pacificamente, le manifestazioni degli studenti hanno incontrato sempre più resistenza e, un paio di giorni fa, la semplice azione di contenimento è diventata una vera e propria repressione senza esclusione di colpi, violenze e arresti anche di reporter. Cui non sono estranee squadracce del partito la governo, la Lega Awami, che si sta preparando per le elezioni di dicembre: appuntamento sempre contrassegnato da violenze in un Paese che vede da decenni uno scontro bipolare tra due partiti e due donne premier. La repressione è stata duramente criticata da Human Rights Watch con una denuncia circostanziata. Anche l’ambasciata americana ha preso posizione, suscitando una dura reazione del governo.

E’ in questa cornice che gli studenti, di college e università, sono scesi in piazza per chiedere più sicurezza nelle strade della capitale dopo che il 29 luglio due giovani studenti – Diya Khanam Mim e Abdul Karim Rajib – erano stati uccisi da un autobus che correva a gran velocità. Inizialmente hanno cominciato a fermare macchine e moto per controllare le patenti, causando ingorghi stradali e rallentamenti nel traffico caotico di una città dove i semafori non funzionano e dove nel 2017 più di 4.200 persone sono state uccise in incidenti automobilistici con un incremento del 25% rispetto al 2016 (come sostiene un indagine privata citata da Aljazeera). Ben presto però, la protesta per maggior sicurezza si è saldata a un malcontento più generale soprattutto dopo che la polizia ha iniziato a usare la mano pesante. Manifestazioni, cortei e incidenti si susseguono in varie parti della città e squadre di poliziotti, oltre ad attaccare i cortei, setacciano interi quartieri arrestando gli attivisti più noti. Dall’inizio di questa settimana – dopo che, a detta del ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan, si è passato il segno – la repressione si è fatta più dura e ne hanno fatto le spese anche i giornalisti. E sono intervenuti anche i giovani della Lega Awami (partito di governo di centrosinistra), organizzati in squadracce con spranghe, caschi e bastoni. Inizialmente la premier Sheikh Hasina, non solo aveva dato ragione agli studenti ma aveva chiesto alla sezione giovanile del partito – Bangladesh Chatra League (Bcl) – di appoggiare le loro rivendicazioni. Luna di miele (con distribuzione di cioccolato ai manifestanti) durata lo spazio di qualche ora. Poi, quando le proteste si avvicinavano pericolosamente alla sede del partito Awami, squadracce di giovani militanti si sono scatenate commettendo, se hanno ragione le denunce degli studenti, anche stupri. Accuse respinte al mittente ma al netto di video che mostrano gli attivisti prendere a calci, pugni e bastonate studenti e giornalisti.

La situazione è tesa in un quadro avvelenato in vista delle elezioni parlamentari (dicembre se tutto filerà liscio) che vedono, come d’abitudine le due ottuagenarie rivali e tre grandi coalizioni: una guidata dalla Lega Awami di Hasina, l’altra dal Partito nazionalista-Bnp di Khaleda Zia e la terza retta dal militare golpista Hussain Muhammad Ershad e da sua moglie. Khaleda Zia ha una serie di guai giudiziari: nel più grave, l’8 febbraio scorso, è stata condannato a 5 anni di carcere per corruzione e appropriazione indebita di fondi internazionali donati allo Zia Orphanage Trust. Secondo il Bnp il verdetto era politicamente motivato anche perché Zia non potrà partecipare alle elezioni.

Tags:

Ads

You May Also Like

La strage del monsone

Piogge violentissime battono il Kerala in India del Sud. Centinaia le vittime e quasi un milione di sfollati

Quasi un milione di sfollati e 370 vittime. E’ questo il bilancio provvisorio del ...

Turchia, un “esercito” di golpisti

Sono accusati di omicidio e di tentato assassinio del presidente della Turchia Recep Tayyip ...

Siria, stop.

di Raffaele Crocco Da laico, sia chiaro. Da giornalista, cioè da uomo che ha ...