Libano, Arabia e il mistero delle dimissioni

La vicenda del primo ministro del Libano Saad Hariri si inserisce tra il mistero e la cronaca e, secondo molti, nasconde attriti ed episodi datati nel tempo e pericolosi per la sicurezza del piccolo stato.

Ma andiamo per ordine. Sabato 4 novembre Saad Hariri, ha annunciato le sue dimissioni da Riad, in Arabia Saudita. Hariri ha doppia nazionalità libanese e saudita ed è sempre stato un fedelissimo della famiglia reale saudita.

Questo passo indietro da Riad ha creato da subito i primi quesiti ed allarmismi: sia i colleghi di partito, sia i gruppi che compongono il pragmatico governo di coalizione libanese, come Hezbollah, hanno subito dichiarato che si trovava in ostaggio. L’accusa rivolta ai sauditi era quindi quella di averlo rapito per costringerlo alle dimissioni.

Domenica 5 novembre Hariri è apparso in diretta sull’emittente video del suo partito Il Futuro (il movimento politico riferimento dei sunniti in Libano). Nel discorso il premier ha fatto riferimento alle intromissioni iraniane nella vita socio-politica libanese.

In tutto questo non ci possiamo quindi dimenticare del partito degli Hezbollah, che, secondo Hariri metterebbero in pericolo il Libano con il loro  coinvolgimento nelle guerre regionali, in Siria e nello Yemen, che mettono in pericolo la stabilità del Libano.

E’ chiaro che l’Arabia Saudita ha dichiarato guerra al Libano e agli Hezbollah. Riad ha chiesto a Israele di fare la guerra al Libano”: ha detto il leader degli Hezbollah libanesi, Hassan Nasrallah, parlando, precisando tuttavia che Hezbollah non ha intenzione di attaccare Israele.

Secondo molti osservatori il primo ministro è apparso spaventato, a tratti assente e a un certo punto ha chiesto di interrompere le domande e ha detto di essere “spossato” dall’intervista.

Di Hariri, in ogni caso, non si hanno notizie certe.  Alcuni sostengono che sia tenuto in ostaggio dalla famiglia reale saudita e diversi diplomatici stranieri che lo hanno incontrato a Riad hanno raccontato di avere avuto l’impressione che non parlasse liberamente.

Il premier libanese  ha comunque promesso che tornerà “presto, a giorni” in Libano e che seguirà le “procedure della Costituzione” per formalizzare le sue dimissioni.

Dopo le dimissioni di Hariri, l’Arabia Saudita aveva chiesto ai suoi cittadini di lasciare il Libano, preoccupando non poco la comunità libanese in Arabia (oltre 200 mila persone) che temono l’ espulsioni in massa.

Il presidente libanese, il cristiano maronita Michel Aoun, ha comunque ad oggi respinto le dimissioni di Hariri.

Tutto questo mentre il Libano provava a rialzarsi dalla lunghissima crisi politica. Nemmeno un mese fa il Parlamento di Beirut era riuscito ad approvare il bilancio del 2017 presentato dal Governo in marzo. Non accadeva dal 2005, quando l’ex premier sunnita Rafiq Hariri, padre di Saad, venne assassinato (probabilmente da siriani e Hezbollah).

Alla morte seguì difficilissima crisi politica sfociata nella nomina a presidente di Michel Aoun, raggiunta dopo più di due anni di faticosi negoziati tra le varie fazioni. Ad oggi nel Paese c’è un governo di unità nazionale sostenuto dall’Arabia Saudita che si regge su un delicatissimo equilibrio religioso: per la legge il presidente della Repubblica deve essere cristiano, il premier sunnita, il capo del Parlamento sciita.

Il mondo pare non stare a guardare: il presidente francese Emmanuel Macron è volato a Riad per cercare di trovare una soluzione alla crisi e alla domanda se Hariri avesse cercato di ottenere asilo politico in Francia, ha risposto: “Per ora non abbiamo ricevuto alcuna richiesta”. Anche il primo ministro di Parigi Édouard Philippe ha chiesto che il capo del governo di Beirut rientri prima possibile.

Anche il Segretario di Stato americano Rex Tillerson si è discostato dalla linea di Riad dichiarando con forza che Hariri è il solo premier riconosciuto del Libano.

La questione libanese riguarda da vicino anche l’Italia che dispiega circa 1100 militari nella missione di interposizione Unifil, adottata nel 1978 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a seguito dell’invasione del Libano da parte di Israele.

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