Lo spionaggio messicano

Giornalisti e attivisti sono stati spiati in Messico dal gennaio 2015 al luglio 2016. E’ questo quello che emerge dal rapporto #GobiernoEspía redatto dalla Rete in difesa dei diritti digitali (R3D) e ARTICLE19.

Sarebbero infatti almeno settantasei i tentativi di infezione di smartphone attraverso un software di sorveglianza prodotto da una azienda israeliana. Il dispositivo veniva installato nel cellulare della vittima e consentiva di ascoltare le telefonate, di leggere i messaggi e le mail.

Sotto osservazione noti giornalisti (come Carmen Aristegui) e attivisti (come Mario Patrón, direttore del Centro per i diritti umani Miguel Agustín Pro Juárez), oppure loro parenti stretti.

Secondo il New York Times che ha dedicato un articolo al rapporto, dal 2011 almeno tre enti federali messicani la Segreteria della difesa, la Procura generale e il CISEN, il centro investigativo dipendente dal governo,  hanno acquistato spyware.

Le prove a carico del governo non sarebbero però schiaccianti. Ma le organizzazioni rivendicano alcuni indizi di colpevolezza: il dispositivo, a detta della stessa azienda produttrice, non viene fornito ai privati ma solo ai governi, e tutte le persone spiate erano oppositori del presidente Enrique Peña Nieto.

Secondo quanto riportato dal portale www.eastwest.eu è stata hackerata, per esempio, la ONG di Mario Patrón, che fornisce assistenza legale alle famiglie dei quarantatré studenti scomparsi di Ayotzinapa, ai sopravvissuti del massacro militare di Tlatlaya del 2014 e alle donne di Atenco, torturate e violentate dalla polizia nel 2006.

Un clima quantomeno ostile, quello messicano, anche per i giornalisti. Negli ultimi sei anni più di trenta professionisti sono stati uccisi e i loro assassini sono invece rimasti impunti.

In Messico le intercettazioni possono essere effettuate solo dietro l’autorizzazione di un giudice e il reato di interferenza illecita nella vita privata è punito con una pena che va dai sei ai dodici anni di carcere.

A gennaio 2017 anche Amnesty International si era interessata all’uso politico e intimidatorio dei bot su Twitter in Messico. L’organizzazione denunciava infatti come questi fossero sfruttati per rilanciare bufale e danneggiare l’immagine dei politici oppure per minacciare di morte i giornalisti e gli attivisti per i diritti umani.

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