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25 ottobre 2014
 

Palestina, i giovani e la nonviolenza. Intervista ad Issa Amro

issa amro
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di Federica Ramacci

Issa Amro è un giovane palestinese di 32 anni. E’ il fondatore dell’organizzazione nonviolenta Young Against Settlements (Giovani contro gli insediamenti) che organizza campagne e manifestazioni di protesta contro la confisca delle terre e la costruzione di insediamenti illegali in Palestina. Issa vive ad Hebron, in Cisgiordania. E ad Hebron vivono anche 500 coloni israeliani, insediati nella città vecchia e protetti da 2000 soldati. La vita dei 160.000 palestinesi rimasti in città è limitata in maniera drammatica, anche dai continui attacchi dei coloni. “Ad Hebron per i palestinesi non c’è libertà d’espressione, di opinione, di movimento. Niente” ci spiega Issa Amro, che in Italia è arrivato per una serie di incontri con associazioni e istituzioni su invito dell’Assopace.  Mentre raggiungeva il nostro Paese è stato arrestato dall’esercito israeliano al confine con la Giordania e rilasciato solo due giorni dopo. Non era la prima volta, ma durante l’intervista non ci parla solo di abusi ma anche di speranza e di quando insieme a migliaia di studenti si è ripreso il diritto a studiare nell’Università Hebron…

Con quali accuse ti hanno arrestato?

Sono stato arrestato quattro volte in due mesi. Ogni volta trovano accuse diverse ma non hanno assolutamente nulla contro di me. Tutte le mie attività sono pubbliche, documentate sul mio profilo facebook, non nascondo nulla. Una volta mi hanno arrestato per aver tentato di spingere un colono. Ma che vuol dire?. Mi hanno rilasciato ma ho dovuto pagare 500 shekels e per tre mesi mi è stato proibito di svolgere le mie attività o sarei andato dritto in prigione.  Ad Hebron per i palestinesi non c’è libertà d’espressione, di opinione,  di movimento.  Niente.  Una volta i soldati sono venuti a casa mia, mi hanno preso, bendato gli occhi e mi hanno costretto ad andare in giro per Hebron. Urlavano “l’esercito israeliano è molto forte, guardate cosa abbiamo fatto al vostro leader”, e i coloni che hanno assistito alla scena applaudivano. Dopo due ore mi hanno lasciato andare.

Quando hai deciso di cominciare la tua resistenza nonviolenta contro l’occupazione militare?

La mia esperienza è molto interessante e positiva. Tutto è cominciato nel 2003, ero uno studente di ingegneria all’Università di Hebron. Ero arrivato all’ultimo anno e l’esercito israeliano ha deciso da un giorno all’altro di chiudere l’Università. “State imparando materie pericolose”, ci hanno detto e semplicemente hanno sbarrato le porte. “Ora l’Università non c’è più”. Eravamo nel mezzo della seconda intifada, un momento difficile ed io ho cominciato a chiedermi come potevo affrontare quello che mi stava succedendo. In quel periodo ho conosciuto Huwaida Arraf (attivista per i diritti umani e cofondatrice dell’International Solidarity Movement) e le ho detto: “Penso che dobbiamo e possiamo fare qualcosa. Tutti gli studenti sono con me”. E lei  mi ha assicurato che avrebbe mandato attivisti internazionali ad aiutarci. Così abbiamo deciso, quattromila studenti. Abbiamo riaperto le porte dell’Università contro il volere dell’esercito e siamo entrati. Per noi la possibilità di studiare era tutta la nostra vita.

E avete occupato l’Università?

Esatto. E l’abbiamo anche ripulita, abbiamo cominciato a riorganizzare le lezioni, mettendo a punto un programma. Dormivamo nell’Università, eravamo sempre lì, è stata una bellissima esperienza. Quando l’esercito israeliano è entrato nell’edificio noi ci siamo tutti seduti, insieme, fermi. Eravamo migliaia e non potevano fare nulla, ci hanno lasciato stare. Siamo rimasti all’interno dell’Università per un mese. Alla fine sono andati dalle autorità universitarie e hanno detto: “Ok, ora l’Università è riaperta ma non perché ci sono gli studenti. Perché noi abbiamo deciso di lasciarvi stare lì”. Andava bene comunque, era un risultato enorme. Dopo quella esperienza così positiva ho cominciato a leggere libri sulla nonviolenza, i libri di Martin Luther King e ho cominciato a lavorare con l’International Solidarity Movement.

Perché è nato Young Against Settlements?

Ho cominciato a pensare che questa battaglia doveva essere dei palestinesi non tanto degli attivisti internazionali. Ho pensato che fosse arrivato il momento di creare qualcosa al 100 per cento palestinese e con alcuni miei amici – eravamo sette all’inizio, cinque di loro ingegneri – abbiamo creato Young Against Settlements e abbiamo scelto di concentrare la nostra battaglia contro gli insediamenti illegali. Poi abbiamo lavorato per promuovere e far conoscere il movimento anche parlando con i ragazzi nelle scuole.

Qual è il rapporto tra il vostro movimento e le autorità palestinesi?

Non siamo in contrapposizione, uno contro l’altro. Ma non abbiamo da loro alcun supporto e non lo vogliamo nemmeno, perché quello che vogliamo è essere rappresentati da tutte le forze palestinesi. E’ un movimento civile e stiamo reclutando molti rappresentanti di al-Fatah e Hamas in questo movimento nonviolento. Sta andando bene. Non è facile parlare con loro, conoscono le nostre attività, i nostri successi e hanno capito che sta funzionando. Il nostro attuale portavoce era un militante di Hamas e oggi sta invitando altri militanti ad entrare nel movimento nonviolento. La televisione di Hamas mi intervista due volte a settimana  e io parlo solo ed esclusivamente di nonviolenza e comitati popolari. Sono convinto che è solo una questione di tempo prima che Hamas e al –Fatah si uniscano al movimento nonviolento. Non manca molto tempo.

Quanto è ampio oggi il movimento nonviolento in Palestina?

Prima della “primavera araba” era un piccolo movimento ma dopo le rivolte è cresciuto molto. Nell’ultima manifestazione eravamo migliaia, arrivati da tuttala Cisgiordania.E continua a crescere. I Palestinesi vogliono resistere ma l’occupazione israeliana non ci lascia scampo, non ci lascia respirare e non abbiamo alcun supporto dall’esterno. Quando mi arrestano o mi portano in prigione io sento di essere solo, mentre i Palestinesi dovrebbero sentire la protezione internazionale. Sono convinto che il mondo sia responsabile per quello che sta succedendo ai Palestinesi. I governi del mondo che in queste ore stanno parlando della Siria dovrebbero parlare anche della Palestina.  Noi non vogliamo soldi dall’Europa, la nostra terra è ricca di risorse, abbiamo i più importanti siti religiosi del mondo. Vogliamo il sostegno politico per la Palestina e i difensori dei diritti umani. La comunità internazionale dovrebbero imporre ad Israele la fine dell’occupazione militare.

Lavorate con molti attivisti israeliani contrari all’occupazione, che rapporto avete con loro? E’ stato difficile all’inizio lavorare insieme?

Conosco molti degli attivisti israeliani da molti anni. Ma per me all’inizio è stato difficile credere che ci fossero israeliani davvero interessati a difendere i diritti dei palestinesi, perché la maggior parte degli israeliani è contro il riconoscimento dei nostri diritti. Ma col tempo ho capito che alcuni israeliani sostengono sinceramente la causa palestinese, ho cominciato a parlare di più con loro e ho capito che potevamo fare molte cose insieme, organizzare campagne e manifestazioni. Sfortunatamente questi israeliani non sono molti e sono isolati in Israele, attaccati. Ma sono molto forti e determinati, li apprezzo davvero molto e voglio loro molto bene.

Come reagiscono i coloni di fronte agli attivisti israeliani?

I coloni odiano gli attivisti israeliani più dei palestinesi. I coloni sono nemici della nonviolenza.

Cosa ti aspetti per il futuro di questo movimento?

Gandhi diceva “puoi ottenere la tua libertà con la violenza ma poi la violenza resterà all’interno della tua comunità”. La nonviolenza significa coinvolgere tutti i membri della comunità dando ad ognuno il proprio ruolo. Ognuno e tutti insieme. La sfida più difficile è di coinvolgere tutti i palestinesi ma io credo che sia solo una questione di tempo ormai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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