Petrolio sulla testa dei Nigeriani: il processo

di Ilario Pedrini

Una multinazionale del petrolio portata in tribunale per inquinamento ambientale. Il territorio devastato dallo sversamento di greggio è quello nigeriano. Un importante corso d’acqua ampiamente danneggiato. Parliamo di una degli innumerevoli diramazioni del fiume Niger. La multinazionale in questione è l’italiana Eni.

Il cane a sei zampe portato sotto processo da una comunità indigena. La causa è stata promossa dagli abitanti di Ikebiri, nello stato di Bayelsa, sul delta del Niger. Il loro legale è l’italiano Luca Saltalamacchia.

A giudizio è stata portata la compagnia petrolifera italiana, assieme alla sua controllata locale, la Naoc (Nigerian Agip oil company). Tutto accade a causa di un caso di sversamento di prodotto petrolifero avvenuto nel 2010.

«Il 5 aprile 2010 – scrive ll Fatto Quotidiano – la comunità di Ikebiri scoprì l’esistenza della fuoriuscita di petrolio. Nella zona, Naoc possiede sette pozzi petroliferi e otto condutture, con diverse linee di flusso. La compagnia fu immediatamente allertata. I loro tecnici intervennero l’11 aprile insieme a unità armate. In seguito a quel controllo, al quale fu ammessa la presenza di un delegato della comunità, fu la stessa Naoc a redarre un report, ammettendo che l’incidente era stato causato da difetti della tubatura».

Eni è stata portata davanti al Tribunale di Milano. La prima udienza si terrà quindi il 9 gennaio 2018. «La comunità – si legge su LifeGate – lamenta la mancata bonifica dell’ambiente e del fiume, nonostante la compagnia abbia dichiarato di avere fatto il suo dovere. L’incidente, causato dalla rottura di un oleodotto che passava vicino ai loro villaggi, ha avuto pesanti ripercussioni sulla salute, sull’alimentazione e sull’economia della popolazione a causa dell’inquinamento che ha intaccato la biodiversità».

La Naoc si era impegnata a bonificare l’area al più presto. «A stretto giro, la fuoriuscita di greggio è stata interrotta ma la zona interessata è stata successivamente data alle fiamme aumentando l’inquinamento e i danni nell’area».

Dal Fatto Quotidiano: «Naoc sostiene che gli sversamenti abbiano interessato un’area di circa 9 ettari, ma secondo la comunità la contaminazione ha interessato prima una zona contenuta, di circa 17,9 ettari, allargandosi poi proprio per mancanza di una bonifica.

A supportare questa tesi ci sarebbero i risultati di alcune analisi chimiche fatte eseguire a novembre 2015 sui luoghi dell’incidente. I risultati? “Dimostrano che il sito è inquinato in più punti, non solo nelle immediate vicinanze dell’area interessata”, aggiunge l’avvocato Saltalamacchia. A causa delle piogge, il petrolio fuoriuscito venne trasportato ad oltre due chilometri di distanza. “Ancora oggi all’interno di questo perimetro – spiega il legale – il terreno risulta pesantemente inquinato. La verità è che servirebbe una vera bonifica, operazione complessa quanto costosa”».

Da una parte quindi c’è la popolazione che lamenta il danno, dall’altra c’è la società petrolifera che dice di aver fatto tutto il necessario per migliorare lo stato dell’area.

«Questa campagna è nata grazie all’intervento di Friends of the Earth (Foe), una organizzazione non governativa che si batte per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani attraverso campagne legali – racconta il legale -. Foe si è rivolta a me, per i miei precedenti». Il terreno e l’acqua sono ancora inquinati e alla popolazione non è arrivato alcun risarcimento.

La Naoc ha prodotto certificati di avvenuta bonifica ma le analisi sul posto della controparte dimostrerebbero il contrario. A questo si aggiunga il fatto che i conflitti di interesse a livello governativo non sono esattamente una rarità.

«Durante un sopralluogo che abbiamo effettuato sul sito le autorità locali si sono presentate accompagnate dalla scorta e su mezzi di Naoc e il verbale è stato redatto su carta intestata della compagnia» racconta Saltalamacchia.

«Inizialmente si stimava che l’area interessata fosse di circa 17 ettari ma i prelievi effettuati a 2 chilometri dal punto di sversamento hanno dimostrato che la quantità di idrocarburi anche in punti così distanti è di circa 100 mg/kg, mentre in prossimità dello sversamento si è rilevato un valore pari a 207 mg/kg. Il limite di legge sotto il quale un terreno si può considerare non inquinato è di 50 mg/kg».

L’operazione legale degli Ikebiri rappresenta un precedente importante in materia di tutela di ambiente e salute. La legge italiana è in vigore dal 1995 (Legge 218/95) e anche quella europea consente questo tipo di cause.

Le leggi applicate sono quelle nigeriane, ma la procedura giudiziaria è quella italiana.

Interpellato da la LifeGate, l’avvocato spiega che si tratterà di un processo importante proprio per le implicazioni in casi futuri: «È un passo avanti verso la legalità, l’applicazione di una legge mai applicata».

https://www.lifegate.it/persone/news/eni-giudizio-milano-nigeria

http://www.foeeurope.org/nigerian-community-sues-italian-oil-giant-040517
https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/04/eni-comunita-nigeriana-fa-causa-al-gruppo-per-linquinamento-del-delta-del-niger-ci-risarcisca-con-2-milioni-di-euro/3558936/

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