Rientro forzato all’inferno

La meta è l’Europa, la fine del viaggio è ancora casa, o quello che ne resta. Sono in aumento negli ultimi anni le persone provenienti dall’Afghanistan costrette al rimpatrio forzato. Ovvero a tornare dove erano fuggite.

Il 5 ottobre Amnesty International ha pubblicato un rapporto che dà voce a queste persone.
La relazione si basa sulla ricerca sul campo condotta tra maggio e settembre 2017 da una delegazione di Amnesty International che ha viaggiato in Afghanistan nel maggio 2017. I ricercatori hanno incontrato organizzazioni della società civile locale e internazionale, avvocati, accademici, l’Organizzazione internazionale per la migrazione (IOM ), l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e il Ministero afghano per i rifugiati e il rimpatrio. I ricercatori si sono incontrati anche con il personale dell’UNHCR presso la sede di Ginevra. Amnesty International ha documentato un totale di 26 casi, soprattutto attraverso interviste condotte in Afghanistan.

Dal rapporto si evince che i rimpatri forzati hanno riguardato anche minori non accompagnati e minorenni diventati adulti quando sono arrivati in Europa. Diverse persone, inoltre, hanno raccontato di essere state portate in zone dell’Afghanistan in cui non erano mai state. Le storie arrivano dai respinti da Germania, Norvegia, Olanda e Svezia. Secondo dati ufficiali dell’Unione europea, tra il 2015 e il 2016 il numero degli afgani rimpatriati dagli stati membri è quasi triplicato: da 3.290 a 9.460.

Dal report di Amnesty

Ma in Afghanistan si continua a morire: in diverse zone sono aumentati gli attacchi contro i civili, molti di questi rivendicati da talebani e Stato islamico. Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) nel 2016 sono state uccise o ferite 11.418 persone e nei primi sei mesi del 2017 le vittime civili sono state 5.423, con Kabul che si attesta come provincia più pericolosa per i civili.

Inoltre in Afghanistan è in corso una crisi umanitaria acuta. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha stimato che nel 2017, 9,3 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria. Oltre 9 milioni di afghani hanno accesso limitato o nessun accesso ai servizi sanitari essenziali e i tassi di mortalità infantile e materno del paese sono tra i peggiori nel mondo.

E i governi europei non ignorano la situazione pericolosa. Amnesty porta infatti alla luce l’atto Joint Way Forward, un accordo tra Unione Europea e le autorità di Kabul per il rimpatrio dei richiedenti asilo afgani.

In un documento riservato diventato pubblico, le agenzie europee avevano ammesso “il peggioramento della sicurezza e le minacce cui vanno incontro le persone“, così come “i livelli record di attacchi terroristici e di vittime civili“. Tuttavia hanno insistito sul fatto che “potrebbe essere necessario far tornare [in Afghanistan] oltre 80.000 persone nel breve periodo“.
L’accordo avrebbe comportato forti pressioni al governo afghano. Il Ministro delle finanze Eklil Hakimi riferì in parlamento: “Se l’Afghanistan non collabora con l’Unione Europea sulla crisi dei rifugiati questo inciderà negativamente sugli aiuti che arriveranno nel Paese”.
E il paese è ancora altamente dipendente dagli aiuti stranieri: quasi il 70% del reddito annuale proviene da donatori internazionali.

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