Se anche i buddisti sono violenti

di Ilario Pedrini

«Non è il momento per la calma. È il momento di reagire, il momento di far ribollire il sangue». Non si direbbe, ma queste sono parole pronunciate da un monaco buddista. Si chiama Wirathu. È chiamato «il bin Laden birmano».

«Non mordo, ma abbaio per svegliare i padroni di casa e far sì che si difendano. I musulmani si riproducono in fretta, ci rubano le donne, le violentano. Vorrebbero occupare il nostro Paese ma non glielo permetterò. La Birmania deve restare buddista».

Il Wall Street Journal descrive Wirathu come una persona dall’infanzia travagliata, causata dalla morte del padre e finita sotto l’influenza del corpo militare. «Win Khaing Oo, questo il suo nome prima di diventare monaco, nasce a Kyaukse, una città polverosa a pochi chilometri da Mandalay, da un padre alcolizzato e da una madre costretta a lavare i panni delle famiglie del vicinato per racimolare qualche soldo» si legge su Occhi della Guerra.

Nel 2003 Wirathu distribuì volantini in cui accusava i musulmani locali di voler conquistare la città e di abusare delle donne buddhiste.

Poco dopo venne arrestato e condannato a 25 anni di carcere. «Nella prigione di Mandalay, il monaco racconta ai suoi compagni di cella di appartenere “all’intelligence militare” e che per arrestarlo si sono “serviti del suo background familiare e del suo risentimento contro i musulmani”, spiega Mg Hmaing Lwin, ex prigioniero politico».

Non proprio il buddista che ti aspetti. Ma non si tratta di un caso isolato.  È la linea del “clero buddista” di Rakhine, regione al confine con il Bangladesh dove – spiega Carlo Pizzati de La Stampa – l’esodo della minoranza musulmana sta continuando e dove si prevedono altre decine di migliaia di arrivi nei campi profughi nei prossimi giorni».

Dallo Sri Lanka alla Thailandia cresce l’ondata islamofobica ma, come ricorda il giornale di Torino, gli islamici sono minoranza. I buddisti sono maggioranza schiacciante: il 93% in Thailandia, il 70% nello Sri Lanka, l’88% in Birmania.

Nonostante queste percentuali molti monaci si sentono sotto assedio. «Alla frontiera del Sud Thailandese le schermaglie con i nemici islamici sono in aumento». Ci sono monaci che fanno “editti”. Uno è stato “scomunicato” per avere pronunciato frasi giudicate gravi in un clima di altissima tensione: «Per ogni buddista ucciso, bruceremo una moschea». Poco conta che moschee da bruciare sarebbero comunque poche.

Ma resta il dato che nelle scuole di teologia una corrente, che si fa sentire non poco, sta spolverando insegnamenti del Buddha di cui non si sapeva nulla. «I teologi vanno rivangando i testi sacri. A proposito delle guerre in difesa del Buddha ingaggiate dal suo benefattore, il re Pasenadi, il fondatore di questa religione, proclamò che «uccidendo, vinci il tuo uccisore, conquistando hai la meglio su chi ti conquisterà».

In Birmania – riportava il Post nel 2013 – uno dei movimenti buddhisti anti-islamici più popolari si fa chiamare “969”, un numero che secondo i monaci simboleggia le virtù del Buddha,  le sue fatiche e suoi fedeli.

«Il simbolo numerico del movimento viene diffuso dagli aderenti con adesivi, targhe sulle macchine e slogan appesi nei negozi». L’inno ufficiale contiene frasi come «vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua, e non portano rispetto», con riferimento ai Rohingya. 969 ha avviato alcune campagne contro il matrimonio interreligioso e a favore del boicottaggio dei negozi gestiti dai Rohingya.

 

 

http://www.lastampa.it/2017/11/16/esteri/la-crociata-dei-monaci-buddisti-in-asia-via-i-musulmani-sono-una-minaccia-piwr8AV8nSDgRYkv9RetAL/premium.html

http://www.ilpost.it/2013/06/25/estremisti-buddhisti-birmania/

http://www.occhidellaguerra.it/myanmar-monaco-predica-lodio-rohingya/

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