Spesa militare senza crisi

Aumenta ancora la spesa militare in Italia. Il rapporto MIL€X 2018 ha confermato l’andamento: come nelle ultime tre legislature il budget continua a lievitare.

Nel  2018 la spesa è passata infatti da 21 a 25 miliardi (che corrispondono al 1,4% PIL), +4% in un anno, +4% nell’ultima legislatura, +26% nelle ultime tre legislature.

Per analizzare la spesa militare ‘a tutto tondo’ l’osservatorio ha analizzato non solo il budget del Ministero della Difesa, ma anche quello dello Sviluppo Economico.

Nel 2018 cresce, oltre al bilancio del Ministero della Difesa (21 miliardi, +3,4% in un anno, +8,2% dal 2015) anche quello del Ministero dello Sviluppo Economico per l’acquisto di nuovi armamenti per i quali nel 2018 verranno spesi 5,7 miliardi (+7% nell’ultimo anno e +88% nelle ultime tre legislature).

Il rapporto, presentato il 1 febbraio alla Camera dei deputati, tiene conto del ‘riarmo nazionale’ in corso analizzando l’ingente spesa per le nuove navi da guerra della Marina (tra cui la nuova portaerei Thaon di Revel), i nuovi carri armati ed elicotteri da attacco dell’Esercito, e i nuovi aerei da guerra Typhoon e F-35.

Un approfondimento del rapporto è infatti dedicato agli F-35 con una analisi sui costi effettivi (50 miliardi con i costi operativi), sulle ricadute industriali ed occupazionali e sui difetti strutturali che rischiano di mettere fuori servizio gli F-35 finora acquistati dall’Italia per 150 milioni l’uno.

Inoltre gli F-35, in quanto sistema d’arma prettamente offensivo sono da considerarsi, secondo l’osservatorio, contrari all’articolo 11 della Costituzione Italiana e al Trattato di non Proliferazione Nucleare.

Un focus è poi dedicato all’Alleanza Atlantica. Le spese 2018 per l’adesione dell’Italia alla NATO sono arrivate a 192 milioni. A questo si aggiungono le spese italiane di supporto alle 59 basi USA in Italia (520 milioni l’anno)

Tra i costi c’è infatti da considerare la “servitù nucleare” che comporta spese legate allo stoccaggio e alla sorveglianza delle testate atomiche tattiche americane B-61 nelle basi italiane e spese di stazionamento del personale militare USA addetto e di mantenimento in prontezza di aerei e piloti italiani dedicati al “nuclear strike”.

Secondo il rapporto la spesa direttamente riconducibile alla presenza di testate nucleari statunitensi sul suolo italiano (nelle basi di Ghedi e Aviano e nell’ambito dei cosiddetti accordi di “Nuclear sharing”) ha un costo minimo di almeno 20 milioni annui, ma con tutti gli elementi coinvolti (anche per progetti straordinari di ammodernamento) potrebbe giungere anche ad essere stimata attorno ai 100 milioni di euro l’anno.

“Sul punto in questione – si legge nel rapporto –  troppe sono le variabili in gioco ed è da riscontrarsi una opacità (e per alcuni versi segretezza, anche se poco seriamente mantenuta sull’effettiva presenza delle bombe) ancora maggiore rispetto alle altre parti della spesa militare del nostro Paese. Ulteriore aspetto problematico da considerare, sia in termini politici che di spesa pubblica”.

Un’altra voce di spesa analizzata è quella legala al mantenimento della base militare di Gibuti che costa allo Stato circa 43 milioni l’anno.

La prima base militare nazionale fuori dai confini nazionali dopo la conclusione del periodo coloniale si trova nel deserto del piccolo Stato africano.

La base italiana, intitolata “agli italiani caduti in Africa orientale e al Tenente Amedeo Guillet” (alias Comandante Diavolo, eroe militare del colonialismo fascista), assicura attualmente il supporto logistico per le esigenze connesse con la partecipazione italiana alle missioni internazionali che interessano l’area del Corno d’Africa e le zone limitrofe, attività di addestramento delle forze di polizia somale e gibutiane, nuclei militari di protezione antipirateria.

Milex analizza poi anche i costi nascosti delle missioni (Mission Need Urgent Requirement) e i costi complessivi della missione afgana (8 miliardi e 16 anni di presenza) e irachena (3 miliardi e 14 anni di missione).

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