Sudan del Sud: una pace che traballa

L'accordo firmato a febbraio 2020 ha provocato una situazione di stallo che sembra però destinata ad esplodere. L'intervista a un operatore umanitario

In stallo la situazione del Sudan del Sud, dove si sta testando la fattibilità dell’ultimo accordo di pace del febbraio 2020. Per analizzare cosa accade abbiamo rivolto alcune domande a un operatore umanitario impegnato in una ong in Sudan del Sud e Uganda, che per ragioni di sicurezza deve restare anonimo.

L’accordo di pace reggerà?

Il patto è probabilmente destinato a non funzionare per vari motivi. Il primo è che è stato imposto dagli stakeholders che hanno interessi economici nel paese. Il secondo è che è limitato. Solo i leader riconosciuti delle etnie Dinka e Nuer lo hanno firmato. I Dinka sono la comunità più numerosa e controllano l’esercito e i Nuer, la seconda per popolosità, posseggono le terre su cui si trovano i giacimenti petroliferi. Il Sudan del Sud è un Paese fallito dal punto di vista economico. Dinka e Nuer hanno accettato l’accordo non perché si sono esaurite le motivazioni che li portavano a combattersi, ma perché entrambe le fazioni avevano banalmente finito i soldi per farsi la guerra e sono stati costretti a cercare un accordo di pace.

Perché ancora guerra?

La guerra nel Sudan del Sud è animata da dinamiche tribali, che, come sempre si uniscono a quelle economiche. Oggi la lotta per il controllo dei pozzi petroliferi ha sostituito o comunque si affianca a quella per i pascoli. Il bestiame è infatti considerato una risorsa fondamentale per le due popolazioni, una vera moneta di scambio.

I Dinka e i Nuer, hanno vinto militarmente la guerra di secessione dal Sudan, con l’aiuto degli Stati Uniti. Senza più nemico un comune da sconfiggere, la guerra è continuata tra loro. I motivi per cui questo accordo è destinato a non funzionare sono molti: i Dinka e i Nuer non si fidano gli uni degli altri. La guerra intestina è stata davvero crudele. Credo che servirà almeno una generazione per dimenticare quello che è successo.

E le altre comunità che ruolo giocano?

Un altro motivo che secondo me porterà al fallimento dell’accordo è che le etnie che abitano nella regione dell’ Equatoria, non hanno accettato il patto. Si tratta di almeno trenta tribù dedite alla agricoltura e alla pastorizia. Il Fronte che raggruppa alcune sigle combattenti composte da queste etnie ha dichiarato che continuerà a combattere, anche senza fondi.

Un altro problema è poi la riforma della proprietà della terra decisa dai Dinka. Il governo da loro controllato si è infatti appropriata di terre della regione dell’ Equatoria appartenenti ad altre tribù, tramite decreti. La terra che storicamente appartiene ai Dinka è infatti brulla e secca, utile solo per i pascolo. L’esproprio che hanno portato avanti ha, fra le altre cose, determinato la cessione di  migliaia di ettari ad aziende cinesi. Questa modalità di azione era la stessa portata avanti da Karthoum prima della secessione.

Per funzionare all’accordo deve seguire il disarmo e la concessione e di un minimo di autonomia amministrativa e finanziaria, alle altre etnie che i Dinka non hanno nessuna intenzione di accettare. La parola federalismo in Sudan del Sud è bandita. Il processo di pace deve seguire la presa di coscienza che non ci può essere una tribù dominante nel Paese.

I rapporti con gli stati vicini incidono sull’instabilità?

I Dinka sono supportati dal vicino Uganda, con il quale si gioca la partita petrolio. Il Paese sta infatti realizzando una raffineria che sarà anche alimentata, almeno nelle intenzioni, dal petrolio proveniente dal Sudan del Sud di ottima qualità e dall’Uganda stessa, produttrice di un crudo di qualità peggiore.

Il rapporto con il vicino Sudan mantiene questioni aperte, economiche e legate ai confini, ma che non incidono in quella che è la situazione di sicurezza interna. Il Sudan accusa ancora Juba di finanziare diversi gruppi armati nel Paese, mentre il Sudan del Sud imputa lo stesso al vicino.

La tua ong è stata costretta a lasciare il Paese a causa della guerra civile. Avete intenzione di rientrare?

Abbiamo lavorato per anni in Sudan del Sud ma abbiamo dovuto lasciare il Paese a causa della guerra civili e continuare il proprio lavoro nei campi profughi in Uganda. Oggi stiamo notando che i capifamiglia stanno lasciando nei campi donne e bambini e stanno rientrando nel Paese per capire se possono ristabilirsi nei villaggi sud sudanesi. Ancora però i tempi non sono maturi. Il Governo del Sudan del Sud ci ha più volte chiesto di rientrare, ma al momento ci sono ancora troppi problemi di sicurezza. Torneremmo volentieri se si potessero svolgere i nostri progetti in contesto normalità e con persone che non vivono costantemente con la valigia pronta. La situazione non è normalizzata e anche vicino Juba persistono continue azioni dimostrative con le quali i gruppi ribelli fanno vedere che esistono e non hanno mollato.

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