2021: l’anno che verrà

Riflessioni su un 2020 disastroso non solo sul piano sanitario. Un bilancio che deve spingerci a  "vigilare, raccontare, restare all’erta"... L'editoriale dell'Atlante

di Raffaele Crocco

Pensare che pareva così bello questo 2020. Il numero: suonava bene. Era pieno, rotondo, confortante. Invece è diventato una maledizione, anzi era nato malato, anche se non lo sapevamo. Il Covid19, la grande pandemia un secolo dopo l’ultima grande pandemia, ci ha messo in ginocchio. Ha avuto la diabolica abilità di mostrare quanto siamo presuntuosi e fragili, nel nostro Mondo costruito sul mito della nostra – umana e presunta – onnipotenza e invincibilità. Il virus ci ha sconfitto, ha distrutto modelli e certezze. Ci costringerà a rimetterci in gioco. E non partiremo certo da basi migliori.

Il problema – questo ormai lo sappiamo – non è solo sanitario. Il computo dei morti è spaventoso: quasi due milioni nel Mondo al 31 dicembre 2020, con 83milioni di contagiati. Nulla di fronte alla spaventosa Spagnola del triennio 1918 – 1920 con i suoi – pare – 50milioni di uccisi, ma pur sempre un dato terrificante. La questione vera è che il virus ha fatto retrocedere le lancette del tempo dell’orologio dei diritti individuali e collettivi. Ha messo in discussione ogni onesto tentativo di ridistribuzione della ricchezza fatto negli ultimi decenni. Insomma: oggi viviamo in un Mondo più ingiusto.

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Il virus sta facendo arretrare milioni di persone in Africa, Asia, America Latina, Europa. Le misure di contrasto all’epidemia hanno bloccato l’economia informale, di strada e le rimesse dei migranti, decapitando gli strumenti di sopravvivenza di famiglie, individui, Stati. Contemporaneamente però, i ricchi – sempre meno tassati, non dimentichiamolo – diventano più ricchi, proprio grazie alla crisi. Nel novembre del 2020 Jeff Bezos, inventore e proprietario di Amazon, ha raggiunto i 193miliardi di dollari di patrimonio netto, grazie al boom dell’e-commerce nei mesi di lockdown mondiale. Una cifra spropositata e talmente alta da diventare una ricchezza inutile. Anche per lui.

Come sempre accade, la divaricazione della ricchezza, la forbice che si allarga fra il più povero e il più ricco, porta alla caduta verticale dei diritti individuali e collettivi. I diritti dei lavoratori e al lavoro si trasformano in ricordo, esattamente come la democrazia. In Europa ne sanno qualcosa Polonia, Ungheria, Croazia, Serbia, dove in governi svuotano in misura diversa di competenze e ruolo parlamenti e magistratura. Accade anche in Francia, dove il presidente Macron sposta l’asse di governo sempre più a destra, intervenendo con mano pesante sulla piazza che contesta, cercando di far passare leggi che danno mano libera alla polizia nella fase di repressione della protesta e respingendo i migranti alle frontiere.

Tutto questo sta accadendo ora, in questi mesi. E mentre accade, le guerre si moltiplicano, si intensificano. Il tentativo del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e di Papa Francesco di creare una specie di “tregua internazionale” per far fronte alla pandemia è caduto nel nulla, ignorato sistematicamente sia dagli Stati, sia dalle forze cosiddette “irregolari” che combattono le circa 33 guerre in corso. Facciamo un piccolo elenco, non cronologico, giusto per non perdere di vista le cose. Nel Nagorno Karabakh in autunno è stata guerra vera, con una ripresa dei combattimenti dopo anni di tregua armata. Ora è finita grazie alla mediazione di Russia e Turchia, ma i morti sono stati migliaia. Proprio la Turchia ha approfittato del “caos da Covid19” per ritrovare il ruolo da “potenza media” che la storia le aveva negato. Ha continuato ad attaccare i curdi in Siria e ha schierato uomini in armi in Libia, dove si continua a combattere. Inoltre, ha aiutato economicamente e con interventi sanitari Paesi amici nei Balcani e in Asia Centrale, ricostruendo il mito imperiale che sembrava perduto. Il livello di tensione nel Mediterraneo nei prossimi mesi è destinato a crescere, proprio per questa postura dell’Ankara, che non piace alla Francia e probabilmente nemmeno all’Italia. In Africa, in Etiopia il governo di Abiy Ahmed Ali – premio Nobel per la Pace, non dimentichiamolo – ha scatenato la guerra nel Tigray: anche qui troppi i morti e almeno 50mila profughi in fuga in Sudan.

Nel Sahel, invece, ha ripreso vita e iniziativa Boko Haram, che continua a colpire – anche i cristiani – nel Nord della Nigeria e in Camerun. Si combatte anche in Burkina Faso e in Mali. Nello Yemen la guerra non si è fermata un giorno. Fra India e Pakistan gli scontri di confine sono ricominciati per la decisione unilaterale di New Dehli di revocare lo stato di semi-autonomia al Kashmir. In Europa ci sono state tensioni – forti – in Bielorussia per elezioni irregolari, in Polonia e Ungheria per le scelte dei governi di soffocare buona parte dei diritti costituzionali.

E’ un elenco parziale, ma da l’idea di come nel 2020, le cose siano peggiorate. La guerra – ogni guerra – è sempre logica e tragica conclusione di conflitti non risolti, di ingiustizie create o mantenute. Il virus sta alimentando ingiustizie, contraddizioni e opportunismi. Dobbiamo vigilare, raccontare, restare all’erta. Il 2021 non sarà un anno semplice. Abbiamo almeno un vantaggio: sappiamo cosa può accadere. Non sprechiamolo.

 

In copertina foto di Matt Hoffman (cropped)

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