Aborto illegale e sorveglianza digitale

La sentenza dell’Alta Corte americana sull’aborto è più grave del previsto se si mette in relazione con il "capitalismo della sorveglianza". Un'analisi

di Stefano Bocconetti

La sentenza dell’Alta Corte americana sull’aborto: si è tornati indietro di mezzo secolo, dicono tutti. Ma non è così, probabilmente è ancora più grave. Perché? “Perché la differenza tra ora e l’ultima volta che l’aborto è stato illegale negli Stati Uniti è che oggi viviamo in un’era di sorveglianza digitale senza precedenti”. Sono le parole di Eva Galperin, direttrice cybersicurezza della EFF, l’Electronic Frontier Foundation.

Poche parole, scritte in un tweet. Messo in rete da una dirigente della più autorevole organizzazione mondiale per i diritti digitali. Che pure in tante analisi e convegni dedicati ai media, ha sempre chiesto un’informazione che non si limiti a citare o riportare i social. Stavolta però è proprio Eva Galperin a chiederlo, a chiedere che le sue 240 battute raggiungano più persone, più donne possibili. Perché dopo la sentenza dell’Alta Corte americana si scopre che il controllo capillare, la raccolta dei dati personali delle big tech può far male. Può far molto male.  Qualcuno lo scopre, per tanti altri è solo una conferma. Esagerazioni? La risposta viene dai media indipendenti, in questo caso da Motherboard. Che nelle settimane scorse – prima quindi che l’Alta Corte emettesse la sentenza – ha fatto ricerche sul sito “Placer.ai”.  Si tratta di un sito che vende dati. Che profila – attraverso un software, l’SDK – gli utenti del web, dei social, ne ricava grandi agglomerati di informazioni che poi rivende. A chi vuole comprarli. E sul suo sito si vanta di avere i profili di milioni di persone.

Un giornalista di Motherboard si è così creato un account, ha cercato e “comprato” le informazioni relative alle persone che in rete avevano contatto “Planned Parenthood”. Questa è la storica associazione, senza scopo di lucro, che da sempre aiuta le donne ad avere una maternità consapevole. E quando serve le accompagna anche nelle strutture che praticano l’aborto. Per Motherboard così è stato facilissimo localizzare le cliniche indicate e soprattutto avere indicazioni su chi ci era andato. Ed è stato altrettanto facile “scovare” i luoghi di provenienza delle utenti. Insomma, utilizzando un qualsiasi programma, si poteva dare un nome ed un volto a chi ha abortito.  Adesso “Placer.ai” – dopo l’articolo e dopo esser stata contattata dai giornalisti – ha deciso di rimuovere la possibilità di estrarre dati relativi a Planned Parenthood. Ma si tratta di un debole divieto, facilmente aggirabile, tanto che sempre quelli di Motherboard sono riusciti ad ottenere altre informazioni, utilizzando la stessa ricerca.

Ma c’è di più, ci sono tante altre società che profilano l’attività dentro e vicino alle cliniche. SafeGraph, per dirne un’altra, che in sovrappiù forniva pure i dati GPS delle pazienti, rintracciabili quindi in ogni momento. Anche questo gruppo – spaventato dalle reazioni -, dall’altro ieri ha deciso di non vendere più le informazioni sui luoghi di cura. Ma le ha ancora conservate.

Non è tutto, però, c’è ancora qualcosa di più, di più sconvolgente. Sono decine, centinaia le app che si offrono di monitorare il tuo corpo, facendolo al posto tuo. Sono decine, centinaia le app, per esempio, che segnano la data delle mestruazioni. E proprio in queste ore, in questo “clima” che ha accompagnato la sentenza dell’Alta Corte, s’è venuto a sapere che funzionari del dipartimento di salute del Missouri spiavano i cicli mestruali delle pazienti di Planned Parenthood. Da quei dati era facile risalire a chi avesse praticato un aborto. Che in metà degli Stati Uniti era di fatto vietato ed adesso è “ufficialmente” un reato. Che ti fa finire in galera.

Del resto, c’è poco da stupirsi. In un paese, gli Usa, dove appena qualche mese fa, fu denunciata la CrisisText Line, un’efficiente organizzazione ufficialmente no profit, che accoglie in rete le voci di persone traumatizzate, di chi vuole togliersi la vita. Li aiuta, rispondendo loro su chat dedicate. E poi – s’è scoperto – “regalava” quei dati ad un’altra società collegata, che invece quelle informazioni le rivendeva. Magari a gruppi farmaceutici con l’obiettivo di spacciare antidepressivi. In un paese, ancora, dove il 78 per cento delle richieste di informazioni da parte dei pubblici ministeri (“come si chiama esattamente chi ha scritto con uno pseudonimo quel messaggio sui social?”) è stato esaudito dalle big tech.

E che la situazione sia drammatica lo rivelano anche le ultime cose scritte. Si parla dell’appello alle donne per la “massima vigilanza digitale” lanciato dalle organizzazioni per i diritti. L’Eff, insieme ad AccessNow, a FightForTheFuture ed altri, ha scritto un vero e proprio tutorial. Leggerlo mette sgomento: ci sono tanti suggerimenti, dalle cose più semplici – usare per i messaggi solo social criptati – fino ad operazioni più complesse, come “l’eliminazione sicura” su Windows o Mac, dove non basta cancellare un file per impedire che sia leggibile da chi potrebbe spiarti. E per ultimo, la soluzione più drastica: se vai in posti che non devono essere localizzati, una clinica od uno studio ginecologico, spegni il telefonino. Lascialo a casa.

Un altro testo, ugualmente accorato, è quello rivolto dalle stesse organizzazioni ai colossi del capitalismo della sorveglianza, ai loro amministratori, ai loro quadri. “Ora sapete che quel che raccogliete può distruggere le persone. Smettete di farlo… cancellate tutto”. Non servirà a molto ma almeno svelerà l’ipocrisia delle grandi compagnie della Silicon che già si offrono di pagare le spese di viaggio per le proprie dipendenti se costrette ad “emigrare” in altri Stati. Ma che continueranno a distruggere la vita di altri milioni di donne profilando i loro comportamenti.

Ed allora? Intanto una soluzione, la prima, la più immediata: c’è un disegno di legge presentato al Congresso da Sara Jacobs, democratica di San Diego. Lo chiamano “my bod, my data”, il mio corpo, i miei dati. Impedirebbe di “raccogliere, utilizzare, conservare o divulgare informazioni sulla salute riproduttiva che non sono essenziali per fornire il servizio richiesto”. Potrebbe essere un inizio. Per non doversi lamentare, decenni dopo, di non aver fatto nulla.

*In copertina Photo by Markus Spiske on Unsplash

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