Alla ricerca dei propri cari scomparsi: le ‘Rastreadoras’ di Sinaloa

Il gruppo è stato fondato nel 2015 da Mirna Medina, madre di Roberto, uno dei tantissimi desaparecidos messicani causati della violenza dei cartelli narcotrafficanti. L'intervista

di Alice Pistolesi

È una ricerca incessante e ostinata quella che compiono le Rastreadoras de El Fuerte, un gruppo di donne impegnate da anni a scandagliare in lungo e in largo il territorio di Sinaloa, in Messico, per trovare i resti dei propri cari scomparsi. È una caccia ai tesori, così come loro stesse definiscono quello che fanno, diventata con il tempo una vera e propria missione.

Il gruppo è stato fondato nel luglio del 2015 da Mirna Medina, madre di Roberto, uno dei tantissimi desaparecidos messicani. Secondo i dati aggiornati dalla Commissione nazionale di ricerca messicana nel Paese si contavano, a luglio 2021, 90.034 persone scomparse. Sparizioni causate in larga parte dalla violenza dei narcotrafficanti. Nella zona in cui il gruppo di donne ricerca le ossa dei propri cari opera infatti il cartello di Sinaloa, trafficanti di droga messicani che agiscono negli stati di Sinaloa, Sonora e Chihuahua. Secondo la United States Intelligence Community si tratta dell’organizzazione più forte al mondo nel traffico di droga, anche per il suo giro d’affari che si estende in tutto il mondo. Si stima che ci siano solo nello Stato di Sinaloa circa 3mila affiliati, mentre in tutto il resto del Messico si superano i 15mila.

Da quando di Roberto non ne ha più avuto traccia Mirna non si è data pace. Dopo tre anni di ricerca incessante è riuscita a trovare solo una parte del corpo del figlio ma non si è più fermata e ha trovato nell’aiutare altre donne come lei la sua missione di vita. “Per anni – ci racconta – mi sono dimenticata di me stessa, di essere una donna, di essere madre di un altro figlio. Ho abbandonato tutto per cercare il mio ragazzo”. “All’inizio eravamo pochissime – continua – ma negli anni ci siamo organizzate. Ora abbiamo un ufficio e una base associativa composta da 1500 persone della zona Nord dello Stato di Sinaloa. Ogni settimana vengono da noi una media di 6-7 persone a chiederci aiuto per cercare i propri cari scomparsi, per fare denuncia, per identificare alcuni resti trovati”.

Ma non è sempre stato così. “Ci hanno chiamato a lungo le pazze con le pale. Abbiamo dovuto lavorare tanto per essere rispettate e riconosciute. Dal 2016 abbiamo l’appoggio di un laboratorio di genetica e collaboriamo con le due unità di desaparecidos che si sono da poco costituite. Per molto tempo ci siamo sentite abbandonate dallo Stato. Ancora oggi sentiamo che ci stiamo in qualche modo sostituendo a quello che dovrebbe essere il loro compito”.

Ed effettivamente l’attività del gruppo è estremamente pratica. Escono più volte alla settimana armate di pale, rastrelli, cappelli e ombrelli per ripararsi dal sole cocente e scavano, sudano, cercano ossa, resti di abiti, indizi. Le ossa trovate vengono poi mandate ad analizzare. Raramente i corpi vengono trovati interi, molto più frequentemente si trovano parti in punti diversi, anche molto distanti l’uno dall’altro. A conferma di una delle macabre usanze del cartello.

“Ci ripetiamo sempre che non cerchiamo i colpevoli, ma sicuramente vorremmo verità e giustizia per restituire una memoria ai nostri cari. Sappiamo che come famiglie non potremmo vedere questo momento, chissà se almeno i nostri nipoti potranno riuscire a scoprire cosa è successo ai nostri familiari. Di noi Rastreadoras vorrei che si tramandasse il fatto che abbiamo lottato per trovarli, con tutto il nostro amore”.

Le scomparse portano con sé varie livelli di angoscia e tutta una serie di domande. Perché proprio lui o lei? Ci sono delle ragioni? A quale morte sono andati incontro? Perché chiunque può diventare un desparecido. Da chi si trova a percorrere una strada al momento sbagliato, a chi vede cosa non dovrebbe vedere, a chi si rifiuta a di collaborare con il cartello, a chi si pente di averci collaborato e vorrebbe uscire dal giro.

C’è qualcosa che si può fare per mettere fine a queste sparizioni? “Credo – dice Mirna – che se la società civile si unisse alle organizzazioni internazionali e nazionali potremmo fare molto contro questa orribile emergenza che subiamo. Si dovrebbero aumentare i controlli nelle zone in cui si sa che c’è maggiore incidenza di sparizioni, si potrebbe rendere le città e i villaggi più esposti dei luoghi migliori in cui vivere. Luoghi ricchi di scuole, di attività per i giovani, che diano un’alternativa alla droga, che facciano capire che per scaricare le proprie energie si può fare molto altro. Si potrebbero prevenire le sparizioni condividendo le informazioni sulle aree più pericolose, attivare vari tipi di azioni. Non spetta a noi trovare soluzioni ma credo che se agissimo in questo senso avremmo molti meno scomparsi da cercare e da piangere”.

La storia delle Rastreadoras è stata raccontata nel documentario ‘Te nombrè en el silencio”, proiettato al terzo Forum Mondiale delle città e dei territori di pace che si è svolto a Città del Messico dal 26 al 28 ottobre 2021. Alla proiezione hanno partecipato oltre al regista José María Espinosa de los Monteros, anche alcune delle protagoniste. Nel documentario il regista sottolinea vari aspetti dell’attività delle Rastreadoras tra cui il profondo legame di affetto e amicizia che lega il gruppo di donne, del vincolo che si è creato tra di loro con il quale si danno forza l’una con l’altra, ma anche dei pericoli che costantemente affrontano.

Mirna, infatti sa benissimo che la sua figura è scomoda per i cartelli narcotrafficanti. “So che ogni mio giorno potrebbe essere l’ultimo, ma non per questo mi fermeranno”. Una ricerca che, come dice il loro motto, andrà avanti hasta encontrarlos. Fino a quando non li avranno trovati tutti.

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