Armi italiane: la produzione non si ferma

il Governo concede ai produttori di armamenti di decidere autonomamente quali produzioni tenere aperte e quali no. La denuncia della società civile

Il Governo italiano continua a concedere uno status privilegiato all’industria della difesa e delle produzioni militari. Lo denuncia Rete Disarmo sottolineando che, “mentre vengono rafforzate le decisioni di limitazione agli spostamenti personali e vengono ulteriormente ridotte le categorie economiche e produttive che possono rimanere attive, il Governo concede ai produttori di armamenti di decidere autonomamente quali produzioni tenere aperte e quali no”. Lo si legge nella comunicazione inviata alla “Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza” (Aiad) firmata del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini e del Ministro dello Sviluppo Economico On. Stefano Patuanelli.

La sede della Difesa in Via xx settembre

Tutto ciò avviene “nonostante gli accordi presi con le parti sociali la sera del 25 marzo, e le dichiarazioni successive agli incontri con i sindacati in cui veniva sottolineato come il Ministro della Difesa si fosse impegnato a diminuire la produzione nel settore militare, salvaguardando solo le attività indispensabili”. In realtà, spiega ancora la Rete, non viene presa una decisione formale e obbligatoria da parte dell’esecutivo ma le aziende a produzione militare vengono solo invitate “in uno spirito di collaborazione e leale cooperazione” a considerare “l’opportunità che le società, nel proseguire la propria attività, possano concentrare l’operatività sulle linee produttive ritenute maggiormente essenziali e strategiche e, di contro, rallentare per quanto possibile l’attività produttiva e commerciale con riferimento a tutto ciò che non sia ritenuto, del pari, analogamente essenziale”. Una sostanziale luce verde.

Giorgio Beretta

Una posizione che trova la ferma opposizione dei maggiori network della società civile italiana dalla Rete italiana per il Disarmo alla Rete della Pace, dalla Campagna Sbilanciamoci alla Tavola della pace. “Stupisce e rammarica – commenta Giorgio Beretta dell’Osservatorio Opal – che il governo non abbia invitato le aziende a partecipazione statale del gruppo Leonardo e Fincantieri a convertire immediatamente almeno una parte della propria attività per produrre quegli apparecchi medici e sanitari di cui c’è urgente bisogno e che la Protezione Civile sta cercando per mezzo mondo”. Leonardo, rileva ancora il ricercatore e analista di Opal, si è limitata a fornire “due aerei da trasporto (un C-27J ed un ATR-72) con propri equipaggi e tre elicotteri (due AW139 e un AW189) a sostegno della Protezione Civile e a fornire l’utilizzo delle proprie stampanti 3D negli stabilimenti di Grottaglie e La Spezia per produrre valvole per respiratori”. Non molto per un’azienda considerata “strategica” dal governo, che ha un fatturato di oltre 12 miliardi di euro e che impiega quasi 30mila addetti.

Il “ricatto del lavoro” non è per altro una novità nella produzione bellica come ben dimostra l’annosa vicenda dei controversi caccia F35. Dal 30 di marzo infatti è ripartita nello stabilimento di Cameri la produzione dei cacciabombardieri F35. “Nonostante le richieste di questi ultimi giorni delle nostre campagne e reti, da associazioni ed organizzazioni della società civile – è scritto due giorni in una nota congiunta  – il gruppo Leonardo ha deciso – sfruttando il consenso preventivo e “in bianco” ottenuto dal governo – di riaprire lo stabilimento di assemblaggio e certificazione finale in provincia di Novara, con circa 200 operai. “Mentre il Paese avrebbe bisogno di mascherine, ventilatori, professionalità e materiale sanitario – conclude la nota – si rischia di far ammalare i lavoratori per un cacciabombardiere. Una scelta sbagliata e inaccettabile.

#NoiRestiamoaCasa

(Red/Est)

In copertina: un F-35I Adir (a sn) accompagnato da un caccia F-16I sui cieli di  Israele nel dicembre 2016

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