Armi: la crisi questa sconosciuta

Un settore industriale italiano guarda con ottimismo al futuro. E’ quello della produzione di armamenti grazie a  una manna che si chiama Stati Uniti

In un momento in cui, nelle celebrazioni per il 25 aprile e nel percorso verso la Marcia Perugia-Assisi, molte componenti della società civile italiana – a cominciare da Rete Disarmo* – richiamano l’appello a riconvertire la spesa militare in spesa pubblica per la salute e l’occupazione, dopo l’articolo di Carlo Tombola sul comparto industriale armiero italiano pubblichiamo questo estratto da un lungo contributo di Giorgio Beretta – che al lavoro di OPAL si richiama – per Unimondo, dove si può leggere integralmente l’originale

di Giorgio Beretta

C’è un settore che guarda con ottimismo al futuro. E’ quello della produzione di “armi comuni”: revolver, pistole, carabine, fucili da caccia, ma anche snipers per tiratori scelti, fucili a pompa per corpi di sicurezza e fucili semiautomatici, i più usati nelle stragi in USA.

Lo ha fatto capire chiaramente il direttore generale della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, Carlo Ferlito. «Ero molto più preoccupato quando abbiamo chiuso perché avevo paura di essere molto asincrono nei confronti dell’estero» – ma – ha aggiunto – per quanto riguarda il lockdown delle attività aziendali, i Paesi esteri «si sono avvicinati molto a noi, ad una settimana o due di distanza e questo ci fa ben sperare che quando ripartiremo, ripartiremo tutti assieme». Del resto, come ha spiegato Ferlito, le attività nella storica azienda di armi di Gardone Valtrompia non si sono mai del tutto fermate e, grazie al Decreto governativo del 22 marzo scorso che ha permesso di continuare la produzione nelle  industrie collegate al settore della difesa, la Beretta è già «pronta a ripartire».

I segnali che provengono dai mercati internazionali fanno, appunto, «ben sperare». In particolare gli Stati Uniti dove il diffondersi dell’epidemia ha visto un vero e proprio assalto alle armerie per fare incetta di armi: ne sono state vendute oltre 2 milioni in due settimane, scaffali ripuliti. La National Rifle Association (NRA), la lobby americana delle armi, non ha mancato di citare in giudizio il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, reo di avere definito come “non essenziali” i negozi che vendevano armi. Potere delle armi. E dei soldi.

Per i produttori italiani ed europei di armi l’enorme mercato degli Usa costituisce in questo momento di crisi più di una speranza, una vera certezza. La più grande fiera europea di armi, IWA di Norimberga che avrebbe dovuto tenersi a marzo e, per via dell’epidemia da coronavirus, in un primo momento era stata rinviata a settembre ha infatti annunciato definitivamente forfait: tutto rimandato al 2021 (a differenza della fiera delle armi di Vicenza HIT Show che permette l’ingresso a chiunque, minori compresi purché accompagnati, il salone delle armi IWA è riservato ai soli operatori specializzati).

Del resto la “passione” di diversi gruppi di americani, soprattutto i più estremisti e fanatici, per le armi è nota. Nei giorni scorsi qualche centinaio di manifestanti ha protestato contro il lockdown imposto dalla governatrice del Michigan, la democratica Gretchen Whitmer, anche alle attività “non essenziali”. Una decina di manifestanti armati di tutto punto si sono radunati sulle scale del palazzo del Governo locale brandendo i fucili e intonando il grido di battaglia trumpiano delle elezioni 2016 «Lock Her Up! Lock Her Up!!» («Chiudetela in galera!») riciclando contro Whitmer lo slogan usato contro Hillary Clinton quattro anni fa. Immancabile il sostegno a questi fanatici del presidente Trump che, appena fiuta l’odore delle armi, non fa mai mancare la sua benedizione.

Per i produttori italiani di armi tutto questo è manna dal cielo.La produzione italiana di “armi comuni” è, infatti, in costante calo dal 2013 tanto che nel 2019 ha segnato il dato più basso degli ultimi quindici anni: dopo il record di oltre 1 milione di armi prodotte nel 2013 è diminuita a poco più di 703mila del 2019 con un decremento complessivo del 31,5%, una riduzione quindi di quasi un terzo. Mentre la produzione di “armi lunghe” (fucili da caccia e per tiro sportivo) manifesta una sostanziale tenuta, il calo è drastico soprattutto per le “armi corte” (pistole e revolver): una diminuzione del 28% negli ultimi due anni, praticamente dimezzata la produzione rispetto al 2013 (da oltre 260mila armi a meno di 129mila nel 2019).

A calare sono state soprattutto le esportazioni verso gli Stati Uniti che costituiscono il principale mercato per gli armieri bresciani: da oltre 230mila “pistole e revolver” del 2013 per un controvalore di quasi 43 milioni di euro, a poco più di 105mila nel 2019 per un valore totale di meno di 30 milioni di euro, più che dimezzate.

Sull’esportazione di “armi comuni” italiane influiscono però anche alcuni particolari ordinativi da parte di corpi di polizia e di private securities esteri: nel 2013, ad esempio, le aziende di Brescia hanno esportato più di 14mila pistole alla Policía Nacional Civil del Guatemala e, nello stesso anno oltre 12mila in Messico, 5mila in Oman e quasi altrettante in Thailandia, non è chiaro se per enti pubblici o corpi di sicurezza privati, ma non certo per il tiro al bersaglio.

C’è molta opacità nel settore delle licenze e nella detenzione di armi e oggi in Italia il porto d’armi “per uso sportivo” rappresenta per la gran parte dei detentori un escamotage per poter tenere un’arma in casa. Opacità che ha pesanti conseguenze sul dibattito pubblico nel nostro Paese intorno ai molti problemi che coinvolgono le armi da fuoco, la loro produzione ed esportazione e sopratutto il loro uso. Si pensi, ad esempio, alla mancanza di dati ufficiali e pubblici da parte del Viminale sulle licenze per armi, sul numero di armi legalmente detenute in Italia e sopratutto sui crimini commessi da legali detentori di armi, tra cui omicidi e femminicidi. Sono informazioni di interesse pubblico che l’Osservatorio OPAL chiede da anni insieme alla Rete italiana per il disarmo e a molte altre associazioni.

Un fatto è certo: mentre piccoli imprenditori, artigiani, commerciati e lavoratori stanno vivendo con forte apprensione la quarantena e si chiedono se saranno in grado, appena terminata l’emergenza, di far ripartire la propria attività, per i produttori di armi la pandemia non rappresenta un problema, ma un’opportunità. Una lucrosa opportunità.

*La citazione non faccia torto alle centinaia di associazioni, Ong e organizzazioni – dalla Rete della pace all’Arci, dal singolo cittadino al centro culturale di un piccolo Comune – che da sempre chiedono un taglio alle spese della Difesa. Mai così opportune in questo momento (ndr)

(Red/Int) #NoiRestiamoaCasa

L’immagine di copertina è tratta da  vol. 8 4th edizione  Meyers Konversations-Lexikon

Tags:

Ads

You May Also Like

Se non hai l’acqua sei semplicemente morto

di Ilario Pedrini  Se non hai l’acqua significa che sei povero, vivi male (o ...

Il «vero amore» tra Putin e Trump

di Ilario Pedrini Festeggiamenti a bicchieri di vodka che poi, nella migliore tradizione, vengono ...

La scommessa militare da Khartum ad Algeri

Si gioca in questi giorni una difficilissima partita fra la società civile e i regimi  algerino e sudanese. Ma quanto ci si può fidare degli uomini in divisa quando sono loro a controllare lo Stato?

di Emanuele Giordana Da Khartum ad Algeri, dalla Thailandia al Myanmar, da molti Paesi ...