Caos afgano

Mentre il Paese dell’Hindukush entra nel suo 40mo anno di guerra, l’attore principale del conflitto – l’America di Trump – tiene un atteggiamento ondivago e contraddittorio. Raffinata strategia o incapacità di uscire dal pantano della guerra?

di Emanuele Giordana

Quella che si avvia a essere la guerra più lunga del secolo presente e di quello appena concluso sembra ormai sovrastata dal caos. Tanto che le speranze di una pace in Afghanistan, accesesi in questi ultimi mesi, rischiano di apparire per ora soltanto dei fuochi di paglia. Il grande caos che sovrasta un conflitto iniziato nel dicembre di 40 anni fa con l’invasione russa, si deve in gran parte alle mosse del protagonista più importante della guerra: gli Stati Uniti d’America o meglio l’America disegnata dal presidente Donald Trump.

Un Paese dove sono appena state rinviate le elezioni presidenziali previste in aprile, con un governo al lumicino senza soldi e senza consenso, una presenza di truppe straniere inutile quanto dannosa e una guerriglia ancora in grado di mordere, ci sarebbe bisogno di calma e sangue freddo. Non di annunciare il ritiro dei soldati in campagna elettorale per poi aumentarne gli effettivi salvo poi decidere di nuovo di voler il loro ritiro. Questa ondivaga politica militare sembrava – a un certo punto – avere un suo senso. E cioè che Trump avesse aumentato i soldati e i bombardamenti aerei (triplicati l’anno scorso) – nonostante le dichiarazioni pre elettorali – al fine di poter poi cercare di trattare coi talebani da una posizione di forza. Infatti aveva dato mandato a Zalmay Khalilzad, afgano-americano incaricato del processo di pace, di andare a trattare coi mullah come infatti l’inviato speciale ha fatto nei mesi scorsi accendendo nuove speranze, anche se il processo di avvicinamento alla guerriglia ha di fatto emarginato e dunque screditato il governo di Kabul, una cosa mai avvenuta prima in forma tanto ufficiale.

Poi Trump ha fatto capire che ci sarebbe stato un nuovo ritiro e, come per la Siria e l’Irak, ha pensato che anche in Afghanistan l’impegno militare andasse ridotto. Ma subito dopo ha in qualche misura ritrattato e mentre il suo ministro della Difesa Mattis rassegnava le dimissioni, e con lui altri diplomatici, ha evitato di fornire un’agenda del ritiro dai Paesi interessati. In Afghanistan ha complicato le cose accusando pachistani, indiani e russi di non fare abbastanza per far finire la guerra: una sorta di invito a mandare i loro soldati in appoggio a quelli Nato e americani. E’ giunto al punto di sostenere che i sovietici avevano i loro buoni motivi per combattere in Afghanistan invitandoli, paradossalmente, a rientrare in scena: “Date un’occhiata ad altri Paesi – ha detto in una riunione di gabinetto di cui ieri riferivano i giornali – il Pakistan sta lì. Dovrebbe dunque combattere (in Afghanistan). Anche la Russia dovrebbe combattere. La ragione per cui la Russia venne in Afghanistan era per via dei terroristi che volevano andare in Russia. Avevano ragione a essere lì. Il problema è che è stata una dura lotta”. Degli indiani, che in cooperazione hanno speso in Afghanistan circa 3 miliardi di dollari, ha detto che il premier Narendra Modi non ha fatto che ripetergli “… che aveva costruito una biblioteca in Afghanistan. Sai cos’è? Sono cinque ore di ciò che spendiamo noi. E dovremmo dire, ‘Oh, grazie per la biblioteca.’ Non so chi la stia usando in Afghanistan quella biblioteca…”.

Può darsi che anche queste frasi, pesanti, provocatorie e offensive per tutti – afgani compresi – rientrino in una strategia che non è facile comprendere. Può essere che sia una sorta di avanti indietro meditato per assestare il colpo finale anche se non si capisce bene quale colpo potrebbe essere. Ma per certi aspetti ciò sembra anche una tattica caotica che par al contrario  dimostrare – commentava ieri la stampa afgana – la delusione di Trump nel non riuscire di fatto ad uscire dal pantano afgano.

Più abili di lui, i talebani – che continuano a rifiutarsi di parlare col governo “burattino” di Kabul – vanno avanti a tessere la propria tela di relazioni come una sorta di governo in esilio. Prima coi russi, accettando il loro invito a recarsi a Mosca alla fine dell’anno scorso, poi, recentemente, con gli iraniani. In una ragnatela diplomatica che comprende rapporti con il Pakistan, la Cina, i Paesi del Golfo. Una ragnatela la cui costruzione sembra alla fine favorita proprio dall’ondivaga politica del presidente Trump che sta facendo terra bruciata attorno ad alcuni dei suoi storici alleati.

In copertina: Magnum Chaos, dalle tarsie del coro di Santa Maria Maggiore di Bergamo

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