Che succede in Sudamerica?

Ottobre è stato in Ecuador, Cile, e Bolivia un mese di rivolte di piazza. Sullo sfondo di situazioni molto diverse, corre un filo rosso che le collega: debito pubblico e diseguaglianze. Il caso Argentino

di Maurizio Sacchi

Nel mese di ottobre, in Ecuador, Cile, e Bolivia le piazze si sono infiammate, scuotendo alle fondamenta la società e le istituzioni. Sullo sfondo di situazioni molto diverse, corre un filo rosso che le collega, e che percorre anche  l’Argentina, e condiziona la vita di tutto il Sudamerica. Il debito pubblico, che si accoppia a un’enorme diseguaglianza sociale interna, mette i governi fra l’incudine della rivolta popolare, e la stretta economica e l’isolamento che il Fondo monetario impone a chi non ripaga il debito. 

Cile

Il presidente cileno Sebastián Piñera ha chiesto pubbliche scuse mertedì 22 ottobre, per la sua reazione ai moti di piazza, che hanno causato 15 morti accertati, centinaia di feriti, anche da arma da fuoco, e almeno 1.500 persone arrestate. “È vero che i problemi si sono accumulati per molti decenni e che i diversi governi non sono stati e non sono stati in grado di riconoscere questa situazione in tutta la sua grandezza. Riconosco e mi scuso per questa mancanza di visione”, ha detto il presidente in un messaggio in televisione .

Il primo cittadino cileno aveva dichiarato di “essere in guerra”, autorizzando lo stato di emergenza, inviando i soldati a presidiare le strade, e proibendo le manifestazioni di piazza. Tutto nasceva da un aumento del biglietto della metropolitana di Santiago; che, se pur minimo, veniva percepito come la goccia che fa traboccare il vaso.

La disuguaglianza in Cile è scandalosa e la maggior parte dei cileni della classe media vive nella disuguaglianza della precarietà. Il reddito pro capite del 20 percento più povero dei cileni è inferiore a 140 $ al mese. La metà della popolazione guadagna circa 550$. Ma la percezione del sentire popolare è stata evidentemente nulla: in risposta alle prime manifestazioni e ai morti, il ministro dell’economia ha suggerito che, poiché il prezzo della metropolitana di Santiago è più economico al mattino, le persone dovrebbero alzarsi presto per risparmiare denaro. Atteggiamenti come questi non hanno potuto che rafforzare il malessere esistente.

Oltre alle scuse di Piñera, ha destato scalpore la diffusione di una telefonata fra la moglie del presidente, Cecilia Morel, e un’amica, in cui commenta l’avvenuto così: Dovremmo imparare a diminuire i nostri privilegi, e a condividere con gli altri. Cristóbal Rovira Kaltwasser, professore di scienze politiche all’Università Diego Portales di Santiago del Cile commenta sul Guardian di Londra: “Questa crisi è, in fondo, un messaggio urgente per l’élite cilena: sono necessari profondi cambiamenti per ricostruire il contratto socialeLe vere riforme politiche richiederanno tempo, ma ci sono misure simboliche che il governo potrebbe prendere come primo passo, come licenziare i ministri del governo che si sono dimostrati più fuori dal contatto con la propria gente.”

Le misure proposte dal presidente cileno per mettere mano al problema della diseguaglianza includono l’istituzione di un “reddito minimo garantito” di 350.000 pesos al mese (circa 480 $) per tutti i lavoratori a tempo pieno. Coloro il cui stipendio non raggiunge tale cifra riceverebbero un pagamento complementare dal governo. Inoltre, Piñera ha menzionato un aumento immediato del 20% della “pensione di solidarietà di base” e del contributo pensionistico di solidarietà, che sarebbe integrato da ulteriori aumenti, nel 2021 e 2022, per le persone di età superiore ai 75 anni.

Nel campo della salute, ha chiesto al Congresso una discussione urgente sul progetto di creazione di un’assicurazione per le malattie gravi, Ha anche proposto di creare un’assicurazione per aiutare a coprire il costo dei medicinali, ed espandere la copertura di un programma esistente per ridurne il prezzo. Inoltre, il presidente ha annunciato la creazione di un meccanismo per stabilizzare il prezzo dell’elettricità, che, ha spiegato, significherà in pratica la cancellazione del recente aumento del 9,2% delle tariffe.

Ecuador

Come nel caso dell’Ecuador, che appena pochi giorni prima aveva visto il governo ritirare l’aumento del prezzo del carburante sotto la spinta di una violenta sollevazione popolare, gli aumenti venivano giustificati all’opinione pubblica dalla necessità di adeguarsi al clima di austerità che l’attuale rallentamento dell’economia mondiale imporrebbe. Nel caso dell’Ecuador, una necessità più tangibile, poiché qui si tratta della restituzione della tranche di un debito di 4 miliardi di $, un pagamento che se eluso porterebbe all’esclusione di altri prestiti, e all’isolamento dalla comunità economica internazionale. Anche il Cile risente della recessione in arrivo,  se, secondo una tavola rotonda disponibile sul podcast di Semana, settimanale di Bogotà, la crescita complessiva del Sudamerica per l’anno in corso è appena dello 0,2 percento. 

Bolivia

Un Paese anch’esso in agitazione è la Bolivia. Ivo Morales celebra la sua vittoria alle presidenziali,  fortemente messa in discussione dagli osservatori internazionali, e all’origine, anche qui, di violente proteste da parte dei sostenitori del rivale Carlos Mesa. Un primo scrutinio sull’86 percento delle schede aveva dato sì la maggioranza a Morales, ma con un margine inferiore al 10 percento; il che avrebbe portato a un secondo turno, considerato come una vittoria da Mesa. Ma dopo un giorno di black out sui dati, i risultati definitivi davano a Morales il margine necessario all’elezione. E gli garantivano maggioranza assoluta alla Camera e al Senato. 

L’Organizzazione degli stati americani ha espresso le sue perplessità, ma non è andata oltre. E il leader indigeno, al potere da 13 anni, ha promesso trasparenza, specialmente riguardo agli accordi che il Paese stipula con gli organismi finanziari internazionali. 

La Bolivia, pur nella sua povertà, può però vantare una crescita costante, almeno negli anni 2015/16/17 , in cui il PIL è cresciuto sempre al di sopra del 4 percento: 4,9 nel 2015, 4,3 nel 2016 e 4,2 nel 2017. Secondo i dati di Indexmundi, le tasse e le altre entrate dello Stato rappresentano in Bolivia il 39.7 per cento del PIL (2017, stimato) mentre il Cile sono solo il 21.6% (2017, st.) del prodotto lordo nazionale. Qui si evidenzia la diversa impostazione delle due economie: quella cilena, che mantiene la forte impostazione neoliberista, di cui è stato uno dei primi banchi di prova durante la dittatura di Pinochet; e quella di dichiarata ispirazione socialista di Evo Morales.  Ma la Bolivia parte da una situazione di arretratezza che rende difficile mettere a paragone i due sistemi. Se in Cile la crisi ha messo in luce l’impoverimento della classe media, e ha portato alla luce la profonda diseguaglianza del modello di sviluppo, la Bolivia, che ha un reddito pro capite di 3.393,96 $, a fronte dei 15.346,45  del Cile ,dei 6.198,95 dell’Ecuador, e ai 14.401,97 dell’Argentina, è ancora impegnata a portare la maggioranza della popolazione al di sopra del livello di povertà.

Argentina

E anche per  l’Argentina le elezioni presidenziali di domenica 27 ottobre hanno come scenario la crisi sociale, figlia della crisi economica di questi anni. Se l’esito delle elezioni non sembra in dubbio, con il peronista Fernandez accreditato di una vittoria schiacciate, la situazione che erediterà è critica. Secondo il FinancialTimes : “ L‘inflazione corre al 55% all’anno, l’economia è in una profonda recessione, la povertà è in aumento, miliardi di dollari sono fuggiti dal paese, il peso è precipitato e l’Argentina non è in grado di pagare il suo debito estero di $ 100 miliardi. Sembra una storia fin troppo familiare in un paese che aspirava ai livelli di prosperità europei all’inizio del XX secolo ma da allora è stato costantemente deluso.” 

Quali soluzioni propone Fernandez, come pensa di porre rimedio a questa situazione? Le misure di cui si parla negli ambienti del peronismo, in cui Fernandez (nessun grado di parentela con la Kirchner, che nasce Fernandez), ha sempre svolto una funzione di mediazione fa le diverse tendenze, spesso conflittualli su quasi tutto, possono essere così riassunte:

  • reintrodurre sul mercato le ingenti scorte di granaglie del potente settore agro-alimentare, accumulate durante il governo uscente di Macri a scopi speculatori, e fonte cruciale di dollari e euro per un’economia che ne è assetata; Per stimolare le aziende a liquidare le scorte, forse un piano di sgravi fiscali, a condizione che i capitali restino nel Paese;
  • negoziare con le grandi reti di distribuzione il prezzo dei beni di consumo, che a causa dell’inflazione stanno vivendo una crescita incontrollata: il governo dovrebbe accordarsi con i proprietari per legare gli aumenti non più all’inflazione, ma agli aumenti del salario minimo;
  • poiché durante il governo Macri si calcola che pensioni e salari minimi abbiano perso circa il 20 percento del loro potere di acquisto, alzare gluni e le altre in proporzione;
  • ma come prima condizione, per rendere tutto questo possibile, la rinegoziazione del debito è necessaria, che nelle richieste dell’Argentina dovrebbe essere spalmato su un periodo più lungo, per poter onorare le quote annuali senza strangolare ancor più l’economia.

Sullo sfondo un pericolo latente : quello della corruzione, che potrebbe non solo risucchiare una parte delle risorse già scarse, ma svuotare le riforme e le misure del governo. La raffica di privatizzazioni e di tagli operata dal fallimentare governo uscente non ha affatto sconfitto la corruzione, ha anzi favorito la fuga di buona parte dell’enorme prestito dall’Argentina, in operazioni di pura finanza, o semplicemente illegali. Un tema scottante e radicato in molte realtà dell’America latina, Per capire in che modo influenzi tutta l’attività economica, basti dire che attualmente il complesso produttivo argentino lavora a poco più del 50 percento del suo potenziale, che negli ultimi quattro anni è fallita una miriade di piccole e medie imprese, che rappresentavano il 70 percento ddei posti di lavoro. La principale causa è l’assoluta impossibilità di accedere al credito, visto che i tassi di interesse sono dell’80 percento all’anno. In un Paese inondato da denaro dei prestiti internazionali, è certo un paradosso.

Diseguaglianze e debito pubblico

Su questo tema scrive il New York Times del 24 ottobre: “…le  manifestazioni di massa in Cile, sopra, Libano, Arabia Saudita e India. possono sembrare non correlate. Ma gli esperti hanno individuato uno schema: un ululato più forte del solito contro le élite nei paesi in cui la democrazia è fonte di delusione, la corruzione è vista sfacciata e una piccola classe politica vive alla grande mentre le generazioni più giovani lottano per cavarsela.”

Le differenze fra le società e le economie di Ecuador, Cile, Bolivia e Argentina, per restare ai quattro casi toccati, sono anche grandi e strutturali. Ma i due temi intrecciati dell’ineguaglianza e del debito pubblico condizionano in modo decisivo anche la stessa base sociale della democrazia. E non c’è governo che, in un modo o nell’altro, possa eludere il problema. 

(di Maurizio Sacchi)

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