Honduras

È un Paese che davvero non trova pace l’Honduras. Ancora una volta, le elezioni presidenziali sono state l’occasione per un golpe messo a segno con la complicità degli Stati Uniti e degli altri Paesi del continente. Novembre 2017: si vota per la presidenza. La Costituzione vieta la rielezione del Presidente, ma l’uscente Juan Orlando Hernandez del Partido Nacional, di destra, si ricandida.

Era già successo nel 2009 quando Manuel Zelaya aveva proposto al popolo di modificare l’articolo che proibiva la rielezione attraverso un referendum. Zelaya era però uomo di sinistra, di quella sinistra progressista che in quegli anni stava rilanciando il Latino America e ridistribuendo con maggiore equità ricchezza e diritti. Il referendum venne bloccato da un golpe, che costrinse Zelaya ad andarsene. Nel 2017 è stata la destra a riprovarci, in modo diverso: Hernandez nel 2015 aveva chiesto alla Corte Suprema – che controlla completamente – di cancellare la norma che impediva la ricandidatura. Missione compiuta e così si è ripresentato al voto. Nonostante questo, il 26 novembre 2017 il candidato d’opposizione, Salvador Nasralla, della coalizione Alianza de Oposición contra la Dictadura, di sinistra, era in testa nello spoglio delle schede elettorali che arrivavano da tutte le Regioni del Paese. Stranamente, però, tutto taceva, i risultati venivano tenuti nel cassetto. All’improvviso, tre giorni dopo il voto, il sistema si è misteriosamente bloccato per 24 ore. Quando si è ripreso, il vincitore è risultato Juan Orlando Hernandez. La risposta popolare è stata durissima: proteste ovunque. Altrettanto dura è stata la repressione. Per dieci giorni c’è stato il coprifuoco, tutto l’Honduras è stato obbligato a chiudersi in casa dalle 18 alle 6. La protesta, però, è continuata, con la gente che ogni notte, alle 22, dalle finestre batteva sulle pentole per gridare la rabbia e rivendicare il diritto alla democrazia. Più di trenta persone sono state uccise e ottocento arrestate. L’Oea, l’Organizzazione degli Stati Americani, osservatore elettorale, non ha riconosciuto il risultato delle elezioni, dichiarando che non possono considerarsi legittime. Inutile: il 22 dicembre il Tribunale supremo elettorale, vicino al Partido Nacional, ha dichiarato vincitore Hernandez, che il 27 gennaio 2018 ha prestato giuramento come Presidente, riconosciuto prima dagli Usa e poi da altri Paesi Sudamericani. La situazione nel Paese resta critica. I testimoni raccontano di una latente repressione del dissenso e dell’intenzione di Hernandez di instaurare un regime duraturo. “Stiamo aspettando la reazione popolare e l’atteggiamento del dittatore, che ha già annunciato un’altra vittoria per il 2022 – scrivono sui social alcuni oppositori -. Non vogliamo avanzare giudizi. I fatti sono imprevedibili. Qui, molte volte il “piombo galleggia e il tappo di sughero affonda”, accade l’incredibile.