Honduras

Trattiamo la zona Centroamericana come un insieme, principalmente a causa del fenomeno dei migranti e dei profughi, che a centinaia di migliaia ogni anno si dirigono dai Paesi dell’Istmo centroamericano – Honduras, Guatemala, Salvador e Nicaragua, e dal Messico stesso – verso la frontiera Sud degli Stati uniti. Un fenomeno che dura da decenni, ma che ormai da tempo non può più essere classificato solo come migrazione per ragioni economiche.

Il dominio della violenza, in particolare delle famigerate maras, le gang giovanili nate in terra americana, e da lì rispedite in patria, seguendo una politica comune a quattro presidenze, è la prima causa della fuga dai propri Paesi. A San Pedro Sula, la città honduregna da cui è partita la carovana dei profughi poi balzata all’attenzione dei media principalmente nel corso del 2018, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ha aperto già da due anni un centro di assistenza alla cittadinanza tiranneggiata dalle gang e obbligata a vivere nel terrore e sotto costante minaccia di morte o violenza.

La carovana dei migranti, insieme al progetto di muro alla frontiera Usa-Messico fortemente voluto da Donald Trump come risposta alla migrazione clandestina, sono state il nodo intorno a cui si sono dipanate la politica e la diplomazia che riguardano l’area Messico-Centro America.

Dietro a questi due elementi così visibili si nasconde una vera e propria emergenza umanitaria. Secondo Saskia Sassen, sociologa olandese-americana nota per le sue analisi della globalizzazione e della migrazione umana internazionale, la migrazione di minori non accompagnati da e per l’Honduras il Guatemala e il Salvador rappresenta l’elemento migratorio forzato più drammatico del momento, ed è messo al primo posto fra tre emergenze migratorie (il secondo è il caso dei Rohingya, minoranza musulmana in fuga dal Myanmar – vedi scheda Paese – e il terzo è la migrazione verso l’Europa che ha origine principalmente in Siria, Iraq, Afghanistan e in molti Paesi africani, in particolare Eritrea e Somalia).

I dati disponibili (purtroppo non aggiornati al presente) mostrano che, secondo le autorità di frontiera degli Stati Uniti, circa 63mila minori non accompagnati, provenienti dall’America Centrale, hanno attraversato il confine Meridionale degli Stati Uniti tra il 1 ° ottobre 2013 e il 31 luglio 2014. Quasi il doppio del numero di minorenni migranti dello stesso periodo dell’anno precedente. La stima è che entro la fine del 2014, fino a 90mila minori non accompagnati avevano attraversato il confine con gli Stati Uniti, non c’è stima invece per quelli morti in viaggio, o sono rapiti per lavorare in piantagioni o miniere.

La violenza delle gang, e quella della stessa polizia sono i principali fattori che spingono i giovani a migrare, secondo ricercatori, assistenti sociali e altri professionisti, da esperti governativi e dalle dichiarazioni dei bambini stessi.

I bambini salvadoregni e honduregni provengono da alcune delle Regioni più violente del mondo. Temono questa violenza più dei ben noti rischi di addentrarsi a piedi nei deserti fra il Messico e gli Stati Uniti. Secondo i dati raccolti dal Pew Research Center, San Pedro Sula in Honduras è stata la capitale mondiale degli omicidi nel 2013, con un tasso di omicidi di 187 ogni 100mila abitanti nel 2013, causato da un’ondata di violenza per una guerra fra bande per il controllo del traffico della droga. In tutto l’Honduras Il tasso di omicidi su scala globale è stato di 90 per 100mila nel 2012, il più alto del mondo, El Salvador è superato solo da Honduras, Venezuela e Belize in tutto il mondo. Inoltre, Honduras, Guatemala e El Salvador sono tra le nazioni più povere dell’America Latina con il 30%, il 26% per cento e il 17% di popolazione che vive al di sotto dei due dollari al giorno.

Da queste realtà fuggono non solo i minori, e la carovana partita da San Pedro Sula aveva dunque anche l’obbiettivo di rendere visibile un fenomeno sommerso, che è una vera crisi umanitaria. Dopo aver attraversato tutto il Messico, incontrando all’inizio grande solidarietà, specie nel Chiapas dove la resistenza della popolazione a inurbamento e emigrazione la rende sensibile alle problematiche che generano l’esodo. Ma già ora il clima è cambiato: davanti al muro con gli Stati Uniti, l’onda della carovana si è dispersa, ed è andata ad affollare i centri urbani alla frontiera, dove elementi legati alla criminalità hanno alimentato manifestazioni ostili ai migranti.

Il recentemente eletto Presidente della Repubblica messicana, Lopez Obrador, ha lanciato nel 2019 un appello agli Usa perché aderissero a  un piano di sviluppo economico e sociale centroamericano, per tentare di risolvere alla radice le cause del fenomeno migratorio. Ma le riposte dell’amministrazione americana sono state tutt’altro che positive. Non solo il progetto del muro di frontiera prosegue, ma Donald Trump ha deciso di sospendere ogni aiuto ai Paesi centroamericani, come misura punitiva verso i Governi, accusati di non fare tutto ciò che è necessario per arrestare il flusso. Si è trattata, da parte americana, di una vera escalation di misure: il 10 giugno 2019 sarebbero dovute scattare le nuove tariffe del 5% sulle importazioni dal Messico, anch’esse motivate dall’impegno ritenuto insufficiente nel bloccare il flusso di migranti. Misura evitata in extremis da Lopez Obrador, che si è visto costretto, sotto la minaccia delle tariffe, ad accettare un piano americano, che prevede la creazione di una nuova forza di frontiera di 6mila uomini, da schierare al confine Sud. Per arrestare ben prima della frontiera la marea di profughi.

Ma aspettarsi dai Paesi dell’Istmo che blocchino con la forza questa fuga dalla violenza è come aspettarsi che a spegnere l’incendio sia chiamato un incendiario. Da quando è passata l’epoca della sfida alla comunità internazionale del narcotrafficante colombiano Pablo Escobar, i cartelli che portano la cocaina dal Sud America verso la repubblica stellata hanno trovato nel Centro America un’autostrada per i loro traffici. I Governi corrotti restano pesantemente condizionati dai narcodòlares, che spesso finanziano le campagne elettorali, e che si sono infiltrati in modo strutturale anche nell’apparato degli Stati, e nelle forze di sicurezza. Anche il traffico dei clandestini è poi gestito dalla malavita organizzata. E prospera quanto più l’immigrazione legale è bloccata.

Anche il Messico, che pure ha tradizioni democratiche più solide, e un’economia di grande peso, è piagato dal fenomeno della criminalità organizzata, che qui rappresenta l’ultimo anello della catena che porta ai mercati della droga al di là del Rio Grande. E che gestisce l’ultimo passo della migrazione clandestina. Anche in questo caso, la pretesa da parte degli Stati Uniti di scaricare il peso del dramma migratorio centroamericano sull’azione repressiva da parte dei Governi locali ha più il sapore di dare una risposta emotiva e mediatica a uso elettorale, che non quello di cercare una soluzione umana, ed efficace, al problema.