Kirghizistan

Asia Centrale ex Urss: la lenta avanzata di Pechino

Per la prima volta dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, il Kazakistan è andato al voto senza che nella lista dei candidati alla presidenza figurasse il nome di Nursultan Nazarbayev. Il 78enne “padre della nazione” è stato il più longevo leader della Regione, al potere, con piglio autoritario, della Repubblica centroasiatica sin dall’indipendenza dall’Unione sovietica. La sua presenza resterà però non soltanto nella decisione del parlamento di cambiare il nome alla capitale Astana, rinominandola Nursultan, in suo onore. Vincitore delle elezioni del 9 giugno infatti è stato Kassym-Jomart Tokayev, delfino di Nazarbayev, che ha ottenuto il 70% dei consensi. Inoltre lo stesso Nazarbayev ha mantenuto la guida del Nur Otan, principale partito politico del Paese, e ha nominato la figlia maggiore, Dariga Nazarbayeva, alla guida del senato. Come in passato la regolarità del voto non è data per garantita. Agli osservatori Ocse è stato impedito l’ingresso in alcuni seggi. Manifestazioni e fermi, anche di alcuni giornalisti stranieri, hanno inoltre accompagnato le elezioni. Gli arrestati alla fine sono stati circa 500. Citato dalla Bbc, Mukhat Ablyazov, leader di Scelta democratica per il Kazakistan, un gruppo d’opposizione messo al bando, ha esortato i suoi sostenitori a scendere per strada denunciando un esito delle elezioni già scontato, mentre per il ministro dell’Interno, la protesta, è stata soltanto l’azione di “elementi radicali, il cui intento è destabilizzare la società kazaka”. Secondo Cacianalyst, il processo di successione kazako può essere considerato una forma di cambiamento senza cambiamento. Nazarbayev infatti dovrebbe mantenere una presa sulla vita politica del Paese. Un modo per gestire la fase di transizione in un periodo di stagnazione economica. Un’onda lunga delle proteste potrebbe però contraddistinguere il nuovo corso presidenziale. La transizione avvenuta in Uzbekistan è considerata un possibile modello per le autocrazie dell’Asia Centrale, trascorsi trent’anni dall’indipendenza. Le nuove generazioni kazake esortano però i cittadini a “svegliarsi”.

L’Uzbekistan, il più popoloso dei cosiddetti “Stan” ha visto il secondo anno di mandato effettivo del Presidente Shavkat Mirizyaev, eletto a dicembre del 2016, quando prese il posto del predecessore Islam Karimov, al potere dal 1991 e morto a settembre di tre anni fa mentre era ancora in carica. Il mandato del nuovo capo di Stato uzbeco è iniziato con la speranza di aperture democratiche che hanno creato attese. La popolazione sembra sostenere le riforme in corso, con tutte le difficoltà del caso, considerate comunque dagli osservatori orientate verso il diritto, il rispetto dei diritti dei cittadini, la libertà di mercato e la tolleranza religiosa, nonché ispirate e una politica di relazioni cordiali con tutte le grandi potenze dell’area. Il sistema repressivo resta comune ancora in piedi. A giugno 2018 Mirziyoyev ha proceduto alla rimozione del procuratore generale Otabek Murodov, accusato di corruzione. Una settimana prima le stesse accuse avevano colpito l’ex numero uno della sicurezza, Ikhtiyor Abdullayev. Entrambi gli alti funzionari erano stati nominati appena un anno prima al termine di un identico processo di pulizia interna nei ranghi dell’amministrazione.

Intanto nell’agosto del 2018 Russia, Iran, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan, dopo due decenni di trattative, hanno raggiunto un accordo sulla spartizione del Mar Caspio, dividendo le risorse e stabilendo che altre potenze non potranno installare una propria presenza militare.

I processi in corso vanno di pari passi con il tentativo di Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghistan, Tagikistan e Turkmenistan di formare un’area economica comune, capace di agganciare Unione europea e Stati Uniti per bilanciare l’influenza di Russia e Cina. I cinque Paesi sono attraversati dalle rotte commerciali della Belt & Road Initiative, il mastodontico progetto infrastrutturale e di sostegno agli scambi lanciato dal Presidente cinese Xi Jinping nel 2013, per collegare Asia ed Europa. Non a caso la stampa cinese ha dato grande risalto al viaggio di Xi in Kirghizistan e Tagikistan al termine dell’ultima riunione dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), la cosiddetta Nato asiatica lanciata all’inizio degli anni 2000 per coordinare gli sforzi regionali in materia di sicurezza e lotta al terrorismo. L’attenzione cinese va letta anche in relazione alla repressione in atto nello Xinjiang. Il Governo di Nursultan ha ricevuto il plauso statunitense per essersi opposto al rimpatrio in Cina degli esuli uiguri, scappati dalla Provincia nell’estremo Occidente della Repubblica Popolare per evitare di finire nei campi di detenzione nei quali si ritiene si trovino oltre un milione di appartenenti alla minoranza turcofona e musulmana che abita la Regione. Molto detenuti, rinchiusi con l’accusa di simpatizzare con gruppi estremisti, sono a loro volta kazaki. É infatti di 1,5milioni la popolazione di origine kazaka nello Xinjiang. In questo contesto il Kazakistan si trova stretto tra l’alleanza con gli Stati Uniti e la necessità di mantenere stretti rapporti con Pechino, essendo uno degli snodi chiave della nuova Via della Seta. Gli ultimi mesi hanno comunque registrato una frenata nel processo di integrazione. La seconda edizione delle riunioni consultive iniziate a marzo del 2018 tra i leader della Regione è stata rimandata a più riprese nonostante si fosse deciso di tenere il vertice nella capitale uzbeca Tashkent già a marzo. La transizione politica in corso in Kazakistan ha pesato sulla convocazione della riunione. L’analista uzbeco Farkhod Tolipov nota comunque che ad aprile 2019, Tokayev, in qualità di Presidente ad interim e in attesa di essere incoronato dal voto di giugno, si è recato in visita ufficiale a Tashkent. Un incontro dei cinque leader regionali sarebbe quindi stato possibile. La mancata riunione solleva pertanto dubbi sulle ambiguità kazake nell’approcciare la cooperazione regionale, proprio mentre il nuovo Presidente uzbeco intende assumere un ruolo di guida tra i Governi dei cinque “Stan”, i cinque stati nati dagli antichi kanati.