Nagorno-Karabakh

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nel 2018, il Nagorno Karabakh, territorio conteso tra Armenia e Azerbaijan da quando nel 1988 ha chiesto al Soviet supremo di Mosca il trasferimento dalla Repubblica sovietica azera a quella armena, ha assistito al sorprendente cambiamento di uno degli attori principali coinvolti nel conflitto. Tra i mesi di Aprile e Maggio 2018 infatti, a Yerevan, la capitale armena, sono scoppiate proteste e dimostrazioni di massa che hanno portato alle dimissioni del Presidente uscente Serzh Sargsyan (per più di dieci anni protagonista della scena politica del Paese) e alla nomina alla carica di primo Ministro di Nikol Pashinyan, leader delle proteste e membro di un partito allora all’opposizione. Nel frattempo l’Azerbaijan ha seguito incuriosito gli eventi, speranzoso che un cambio al Governo avrebbe portato più flessibilità in ambito negoziale dalla parte armena, concedendo loro la possibilità di non scendere a compromessi. L’idea è scaturita dal fatto che per la prima volta, la persona alle redini del Governo armeno non è stata direttamente coinvolta nella guerra degli anni ’90 in Nagorno Karabakh. Nikol Pashinyan però, proprio per rassicurare l’opinione pubblica e gli abitanti della Regione che la posizione armena non sarebbe cambiata, si è recato a Stepanakert, capitale del territorio, il giorno dopo essere stato nominato alla carica di primo Ministro. In ambito negoziale i due Paesi sono rimasti fedeli alle posizioni che hanno sempre difeso: l’Armenia, specialmente con il nuovo primo Ministro, sostiene la necessità di coinvolgere anche il Nagorno Karabakh al tavolo delle trattative e si dichiara disposta a scendere a compromessi con l’Azerbaijan solo dopo che quest’ ultimo avrà riconosciuto il diritto all’autodeterminazione della Regione. Pashinyan ha dichiarato però, di aver fatto un passo avanti verso la pace mandando il proprio figlio al fronte. Così facendo ha voluto sottolineare quanto la risoluzione del conflitto sia anche nel suo interesse personale. Dall’altro lato, Ilham Aliyev continua a rivendicare il controllo della Regione, che vuole autonoma, ma sotto i propri confini e chiede il ritiro delle truppe armene dai 7 distretti che oltre al Nagorno Karabakh ha occupato dal 1994 (5 totalmente, 2 solo in parte). Nell’incontro informale avvenuto a Dushanbe, capitale del Tajikistan, il 28 Settembre 2018, i due leader hanno dichiarato di volersi impegnare a far rispettare il cessate il fuoco e hanno espresso la volontà di creare una linea di contatto tra i due Paesi, ma sia i media azeri che quelli armeni sono cauti nel definirlo un passo avanti.

Per cosa si combatte

Nel Nagorno-Karabakh si combatte per il controllo di un territorio piuttosto circoscritto, non particolarmente ricco, ma collocato in un’area strategica, incastonato tra le montagne del Caucaso Meridionale, in una Regione sempre più centrale nel connettere l’Europa all’Asia e nelle rotte della distribuzione energetica. Le origini del conflitto tra armeni e azeri risalgono al periodo dell’implosione dell’Unione sovietica. La nascita nel 1991 delle Repubbliche indipendenti dell’Armenia e dell’Azerbaigian, ha alimentato nuovamente lo scontro, già esplosivo da quando, nel 1988, i cittadini armeni del Nagorno-Karabakh -preoccupati anche per la politica di “azerizzazione” forzata dell’allora Presidente del Soviet centrale dell’Azerbaigian, Heydar Aliyev, padre dell’attuale Presidentehanno avallato con un referendum la decisione del parlamento di entrare nell’orbita armena. La guerra combattuta tra il 1991 e il 1994 ha causato circa 25mila vittime, mentre più di 700mila azeri e 400mila armeni hanno dovuto abbandonare le proprie case. La situazione è in stallo da Maggio 1994, quando a Bishkek, capitale del Khirghizistan, le parti hanno raggiunto un cessate il fuoco, che non ha però impedito la ripresa delle ostilità militari tra i due Stati culminate nella “guerra dei quattro giorni” nell’Aprile 2016. Ripetutamente e con regolarità i due Paesi si accusano di oltrepassare la “linea di contatto”, l’area altamente militarizzata, lunga circa 200 chilometri, che li divide.

Quadro generale

Nonostante il cambio di Governo in Armenia, le negoziazioni sono ferme al punto raggiunto con il cessate il fuoco del 12 Maggio 1994 e gli sforzi del gruppo di Minsk -organismo dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (Osce) che ha il mandato di favorire il negoziato- sono apparsi, fino ad ora, privi di risultati effettivi. Nei “Principi di Madrid”, il documento Osce emanato durante il quindicesimo incontro a Madrid, sono stati delineati i punti chiave affinché le due parti raggiungano un accordo di pace. Il documento però, si è rivelato pressoché inutile poiché non soddisfa né Yerevan, né Baku. Se da un lato infatti, afferma la necessità del riconoscimento dell’autodeterminazione del territorio del Nagorno Karabakh, soluzione congeniale sia a Yerevan che a Stepanakert, non risulta immaginabile invece per Baku, che rivendica il controllo dell’area. Dall’altro lato, sempre all’interno del documento, viene chiesto all’Armenia di ritirare le proprie truppe dagli altri territori azeri occupati, al di fuori del territorio del Nagorno Karabakh, ma essendo questi territori “cuscinetto” per l’Armenia, almeno fino a quando la situazione non si sarà stabilizzata, l’ipotesi di ritirare le truppe non convince Yerevan. Inoltre, lo scoppio della guerra dei “quattro giorni” nell’Aprile del 2016, ha fatto aumentare la sfiducia tra le parti e la paura che questa situazione di “no pace, no guerra” possa portare ad una nuova escalation è alta. Baku insiste in particolare sul riconoscimento da parte degli attori internazionali della validità giuridica delle proprie rivendicazioni, invocando la condanna per l’Armenia non solo per aver occupato, ma per aver “annesso” i territori azeri. Azione per la quale richiede in modo più o meno esplicito, sanzioni simili a quelle comminate alla Russia per l’annessione della Crimea.

A seguito dell’acuirsi della tensione dopo gli eventi del 2016, le spese militari di entrambi i Paesi non hanno fatto che aumentare. Dall’anno passato le fonti governative azere evidenziano un aumento che va dai 1529milioni di dollari nel 2017 ai 1624milioni di dollari nel 2018, mentre l’Armenia è passata da 444milioni di dollari nel 2017 a 591milioni nel 2018. Nonostante la crescita riguardi entrambi, la differenza in termini numerici è enorme. L’Azerbaijan ha ampliato il proprio arsenale, acquistando armi da Russia, Israele, Pakistan e dalla Turchia, che rimane un alleato strategico importante così come lo è la Russia per l’Armenia, sebbene Yerevan sia insoddisfatta dell’equilibrismo tenuto da Mosca nel conflitto. Inoltre, “la rivoluzione di velluto” armena della primavera scorsa, ha contribuito al progressivo deterioramento dei rapporti tra Yerevan e Mosca, così Baku ha colto l’occasione per proporsi come l’unico alleato possibile per Mosca nella Regione caucasica.

Le differenze di culto tra le parti (gli armeni sono cristiani, mentre gli azeri musulmani) enfatizzano le rispettive rivendicazioni, ma non sono causa diretta delle ostilità.

Sul piano negoziale le differenze restano notevoli, non solo sugli obiettivi ultimi, ma sul metodo per raggiungerli. L’Armenia oltre a non volersi sedere al tavolo negoziale prima di ricevere garanzie sullo status giuridico finale del Nagorno Karabakh, si sente minacciata dalla crescente retorica militare di Baku. L’Azerbaijan invece, ha fretta di scongelare la situazione di stallo, che rischia di istituzionalizzare un equilibrio lesivo dei propri interessi e contrario, sostiene Baku, al diritto internazionale. Non è un caso che il Governo azero ricordi spesso le passate soluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che descrivono i territori contesi come occupati. Inoltre, le due parti sono ancora lontane dall’affrontare le questioni più spinose. Il ritorno sotto il controllo di Baku dei sette distretti azeri attualmente controllati dall’Armenia, che li considera come territori “liberati”; lo status che dovrà avere in futuro il Nagorno Karabakh, ora abitato pressoché da armeni, ma in passato anche da azeri; il rientro nelle proprie case dei profughi costretti ad abbandonarle durante gli anni Novanta. E’ ancora presto per valutare se il cambio di Governo in Armenia porterà dei benefici alle trattative. Per il momento la soluzione sembra lontana dall’essere raggiunta e passa per un vero processo di pace.