Nagorno-Karabakh

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Se il 2020 è stato per la maggior parte del Mondo l’anno d’inizio della pandemia da Covid-19, per il Nagorno-Karabakh è stato soprattutto l’anno di un’ulteriore tragica guerra. Tra il 27 settembre e il 10 novembre 2020, in questa terra che da più di venticinque anni non conosce Pace si è combattuta la seconda guerra del Nagorno-Karabakh, conosciuta anche come “Guerra dei quarantaquattro giorni”, tra le forze armene del Karabakh, sostenute dall’Armenia, e quelle azere, appoggiate dalla Turchia. Dopo tre cessate il fuoco falliti, il presidente azero Ilham Aliyev, il Primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente russo Vladimir Putin hanno firmato un accordo, entrato in vigore il 10 novembre. Sebbene la fine dei combattimenti non abbia significato il raggiungimento della Pace, questa tregua ha avuto lo scopo di porre fine agli scontri più aggressivi a cui la Regione avesse assistito in quasi tre decenni. Infatti, nonostante i numeri siano ancora in continuo aggiornamento e non includano i dispersi, ad oggi le vittime risultano almeno 6mila, tra cui circa 150 civili. La fine della guerra ha capovolto lo scenario in Karabakh: l’Azerbaigian, uscito vincitore, ha guadagnato nuovamente il controllo dei sette Distretti adiacenti al Nagorno-Karabakh che le forze armene occupavano dalla guerra precedente e un terzo dello stesso NagornoKarabakh, tra cui Shusha/Shushi, città strategica e polo culturale sia per gli azeri che per gli armeni.

Circa mezzo milione di azeri, sfollati da più di venticinque anni, hanno adesso la possibilità di far ritorno alle proprie abitazioni, anche se ci vorranno anni prima che i territori riconquistati siano completamente sminati e quindi sicuri. Dall’altro lato invece, sono stati circa 30mila gli armeni che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni e i Distretti occupati. Subito dopo la firma dell’Accordo trilaterale, Mosca ha dispiegato in Karabakh e nel corridoio di Lachin – unico collegamento rimasto tra Armenia e Nagorno-Karabakh – 1.960 peacekeeper con il compito di monitorare il rispetto del cessate il fuoco. Il loro mandato iniziale è di cinque anni, con possibilità di rinnovo. La fine della guerra ha permesso a Mosca di assumere nuovamente un ruolo geopolitico centrale nell’Area, mentre è ancora poco chiaro quale sarà quello della Turchia, fedele alleata di Baku durante la guerra. Per il momento Ankara partecipa al monitoraggio della tregua nel centro allestito ad Aghdam, paese collocato in uno dei Distretti azeri occupati tornati sotto il controllo di Baku dopo la fine della guerra.

Per cosa si combatte

Nel Nagorno-Karabakh si combatte per il controllo di un territorio piuttosto circoscritto, non particolarmente ricco e incastonato tra le montagne del Caucaso Meridionale, ma collocato in un’area strategica, in una regione sempre più centrale nel connettere l’Europa all’Asia e inserito nelle rotte della distribuzione energetica. Le origini del conflitto tra armeni e azeri risalgono al periodo dell’implosione dell’Unione Sovietica. La nascita nel 1991 delle Repubbliche indipendenti dell’Armenia e dell’Azerbaigian alimentò nuovamente lo scontro, già esplosivo da quando, nel 1988, la maggioranza armena del Nagorno-Karabakh avallò con un referendum la decisione del Parlamento di entrare nell’orbita armena. Le tensioni etniche sono culminate nella “Prima guerra del Nagorno-Karabakh”, combattuta tra il 1991 ed il 1994, che ebbe circa 25mila vittime e centinaia di migliaia di sfollati. La fine dei combattimenti, avvenuta grazie al raggiungimento di una tregua firmata dalle due parti a Bishkek, capitale del Kirghizistan, nel maggio 1994, garantì un difficile status quo durato ventisei anni. I leader de facto del Nagorno-Karabakh ne dichiararono l’indipendenza e le forze armene assunsero il controllo di sette Distretti azeri attorno all’enclave. Le ostilità tra i due Stati non sono però mai definitivamente cessate, culminando nella “Guerra dei quattro giorni” nel 2016 e nella Seconda guerra del Nagorno-Karabakh tra settembre e novembre 2020.

Quadro generale

Dal cessate il fuoco firmato dai leader di Armenia e Azerbaijan nel maggio 1994, le tensioni tra i due Paesi non sono mai effettivamente cessate. Lo status quo che ha seguito il primo conflitto per il Nagorno-Karabakh giovava a Yerevan che ne era uscita vincitrice e controllava Nagorno-Karabakh e sette Distretti a esso adiacenti, ma era inimmaginabile per Baku che ne rivendicava il controllo. A niente sono serviti anni di negoziati mediati dal Gruppo di Minsk – organismo dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (Osce) – che dal 1994 ha avuto il mandato di favorire il raggiungimento di un accordo tra le parti. Le ostilità crescenti tra i due Stati sono culminate nella “Guerra dei quattro giorni” nell’aprile 2016 (che causò circa 200 vittime), quindi in violenti scontri al confine tra i due Stati nel luglio 2020 (in cui le vittime furono 16) ed infine in guerra vera e propria tra settembre e novembre 2020. Secondo uno studio condotto dall’Istituto Internazionale di ricerche sulla Pace di Stoccolma (Sipri), monito della guerra imminente erano i dati relativi alle spese militari armene e azere del 2020: rispettivamente il 4,9% e 5,9% del Pil, ossia circa tre punti percentuali superiori rispetto alla media mondiale. Un altro elemento che emerge dallo stesso studio è l’asimmetria dell’investimento militare dei due Stati. Dal 2011 al 2020 infatti, Baku ha investito circa otto volte di più di Yerevan nelle spese militari, rifornendosi perlopiù da Russia (60%), Israele (30% circa), Bielorussia (7%) e Turchia (3%), mentre Yerevan si è appoggiata soprattutto a Russia (90%) e Giordania (5%). Nonostante Mosca sia uno dei tre membri permanenti del Gruppo di Minsk, incaricato di favorire i negoziati tra le parti, e sia legata a Yerevan dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), ha da sempre mantenuto una posizione equilibrista nel conflitto, risultando la maggior fornitrice di armamenti sia per Yerevan che per Baku.

Ma se da un lato – sottolinea lo stesso rapporto Sipri – Mosca rifornisce Yerevan a prezzi ridotti o in forma di aiuto militare perché i due Stati sono parte di una più ampia cooperazione militare, Baku paga solitamente a pieno prezzo le armi russe, configurandosi per Mosca come un partner a cui è difficile rinunciare. Così, mentre Mosca si ritrova a essere nuovamente al centro della scena caucasica e Aliyev si gode l’onda del supporto popolare a seguito della vittoria, l’Armenia affronta una delle più gravi crisi politiche della propria storia e il governo di Pashinyan, nato dalla “Rivoluzione di Velluto” della primavera del 2018, vacilla. Il nuovo status quo lascia per ora in sospeso una serie di questioni importanti, tra cui il futuro dei prigionieri di guerra armeni ancora nelle carceri azere, quello del patrimonio culturale armeno del Karabakh e la demarcazione dei nuovi confini nazionali. Per quanto riguarda i prigionieri di guerra, Yerevan ha affermato di aver rilasciato tutti i prigionieri azeri, mentre sono ancora in molti quelli armeni (il numero è sconosciuto) ad essere detenuti nelle carceri azere.

A fine marzo un rapporto di Human Rights Watch ha denunciato le condizioni disumane e le torture a cui sono soggetti i prigionieri armeni in Azerbaijan, mentre il 20 maggio il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui viene chiesto il rilascio “immediato e incondizionato” di tutti i prigionieri militari e civili armeni detenuti durante e dopo il conflitto. Anche il destino dei monumenti culturali armeni in Karabakh non è ancora chiaro. L’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di proteggere i siti del patrimonio culturale ha chiesto a Baku il permesso di inviare una missione in Azerbaijan, ma Baku non ha accolto la proposta, rimproverando all’Organizzazione di non aver prestato sufficiente attenzione al destino del patrimonio culturale azero quando era sotto il controllo armeno. Infine, è proprio a causa dell’ultima questione sopra citata – la demarcazione dei confini nazionali, non ufficialmente definiti dopo la caduta dell’Unione Sovietica – che dal 12 maggio 2021 le tensioni tra i due Stati si sono intensificate. Al momento, l’Armenia teme per la propria sovranità dopo l’incursione di alcune truppe azere nella zona di Syunik, nel Sud del Paese. Baku smentisce, affermando di essersi mossa all’interno dei propri confini nazionali. La paura di una guerra accidentale è alta e, nonostante le numerose richieste di aiuto da parte armena, per ora Mosca tace.