Debito, gimme a five

di Andrea Tomasi

Cantava «Cancella il debito» sul palcoscenico del Festival di Sanremo. Era il 2000, il periodo terzomondista di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Ospite dell’Ariston, il Jova si esibì in compagnia del brasiliano Carliños Brown. Il testo inneggiava all’azzeramento del debito estero dei paesi del «sud del mondo», «soffocati dal divario accumulato verso i governi ricchi del mondo cosiddetto industrializzato». Due giorni dopo fu perfino ricevuto dal premier Massimo D’Alema, insieme a Bono Vox degli U2. Poi più niente. Il ritornello sulla cancellazione del debito è passato di moda. Altri temi, altre melodie. La musica non è cambiata per i poveri. Anzi, se possibile, si è aggiunta qualche stonatura in più. Il debito dei Paesi africani, nel lungo periodo, è rapidamente aumentato, facendo seguito a venti anni di assistenza speciale ai Paesi fortemente indebitati e di interventi di sgravio da parte dei creditori multilaterali. «I governi africani – si legge nell’ultimo rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo (Unctad), presentato lo scorso 21 luglio a Nairobi, in occasione della 14esima sessione della Conferenza ministeriale dell’Unctad – dovrebbero aggiungere nuove fonti di reddito per finanziare il loro sviluppo, come le rimesse e il partenariato pubblico-privato, oltre a mettere in atto misure efficaci per reprimere i flussi finanziari illeciti». Il Report 2016 conta 166 pagine. Esamina le dinamiche del debito e di finanziamento dello sviluppo nel continente, «concentrando la sua attenzione – come ricorda Nigrizia – sulle problematiche legate alla gestibilità del debito estero di diversi Paesi africani». Il tutto viene operato nell’ambito del meccanismo internazionale Hipc (per lo sgravio del debito che fornisce un’assistenza speciale ai paesi più poveri del mondo). Un’iniziativa avviata nel 1996, che fin dall’inizio è stata oggetto di critiche da parte di economisti dello sviluppo, ong e gruppi della società civile. Il rapporto dice che l’indebitamento estero del continente nero «appare gestibile, ma i governi africani devono adottare misure per prevenirne la rapida crescita che potrebbe innescare una nuova crisi, come avvenuto tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta». Per farlo uscire dalle secche e dal pericolo di una crisi ancora più pesante (al netto del continuo sfruttamento in corso da parte dei Paesi occidentali, interessati alle risorse naturali…), garantendo la sostenibilità di un passivo, «è necessaria una strategia di investimento guidato mirata a trasformare le economie africane, che al contempo devono impegnarsi nel processo di integrazione regionale dei mercati, nella costruzione di infrastrutture e nello sviluppo industriale, anche a livello transfrontaliero». Ma di quanti soldi ci sarebbe bisogno per raggiungere l’obiettivo dello sviluppo sostenibile in Africa? Si parla di investimenti in una forbice «tra 600 miliardi e 1,2 trilioni di dollari l’anno». Per il solo incremento di infrastrutture, ci sarebbe bisogno di «93 miliardi di dollari». Secondo il Report 2016 un decennio di forte crescita economica ha consentito a molti paesi africani di «accedere ai mercati finanziari internazionali emettendo obbligazioni sovrane». E poi: «Tra il 2006 e il 2009, un Paese africano in media ha visto crescere il proprio debito estero del 7,8% all’anno, una cifra salita al 10% nel triennio 2011-2013 per raggiungere 443 miliardi di dollari, equivalenti al 22% del reddito nazionale lordo, dal 2014». La strada per la risoluzione del problema pare tutt’altro che in discesa. Il rapporto indica casi di indebitamento pesante. Si citano Ghana, Kenya, Nigeria, Tanzania e Zambia. In vent’anni, in alcuni Stati, il debito interno è quasi raddoppiato passando da una media dell’11% del prodotto interno lordo nel 1995, a circa il 19% della fine del 2013. «I Paesi africani – scrive Marco Cochi – inoltre dovrebbero cercare fonti complementari di reddito, tra cui le rimesse e i risparmi della diaspora, che da alcuni anni registrano una rapida crescita, raggiungendo, nel 2014, i 63,8 miliardi di dollari». L’Africa deve anche gestire la grana dei flussi finanziari illeciti, «che possono raggiungere 50 miliardi di dollari all’anno». Secondo le stime, tra il 1970 e il 2008, il massiccio flusso di soldi di provenienza illecita dal continente «ha prodotto una perdita di 854 miliardi di dollari, pari a circa tutti gli aiuti allo sviluppo ricevuti nello stesso arco di tempo». «Fammi sapere cosa vuoi. Su su su, adesso, adesso, adesso. Vieni, puoi averlo, dammi un cinque» cantava, nella traduzione, Cherubini Jovanotti.

 

 
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/24/quando-jovanotti-cantava-%E2%80%9Ccancella-debito%E2%80%9D/186121/

http://www.nigrizia.it/notizia/la-sfida-dellafrica-per-un-debito-sostenibile/notizie

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=uriserv%3Ar12402

foto da infosannio.wordpress.com e morbidalavita.com

 

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