Dentro e fuori lo Stato di Israele. Un’analisi

I rapporti con gli Usa, la denuncia di Amnesty e la forte conflittualità interna nell'intervista a Davide Assael, presidente di Lech Lechà

di Alice Pistolesi

Politica interna animata da forte conflittualità, denunce di Apartheid, i nuovi rapporti con l’Amministrazione statunitense e lo stato degli accordi di Abramo. L’intervista a Davide Assael, filosofo, studioso del pensiero ebraico e Presidente dell’associazione Lech Lechà, che fa il punto su alcune delle questioni israeliane più attuali.

Il 1° febbraio 2022 Amnesty International ha pubblicato un rapporto di denuncia del sistema di Apartheid israeliano. Quali sono state le reazioni in Israele?

Le reazioni suscitate dal rapporto di Amnesty International hanno seguito un copione già scritto, che si ripete identico ad ogni comunicato di ONG, istituzioni umanitarie o legate all’ideale, tanto cogente quanto astratto, dei diritti umani. Sono state accolte dal Governo israeliano (per bocca del Ministro degli Esteri Yair Lapid) e dalle istituzioni ebraiche della diaspora (per bocca del Presidente del Congresso Ebraico Mondiale, Ronald S. Lauder) come nuova manifestazione di un pregiudizio antisionista (traduci antisemita) che non riconosce ad Israele ed agli ebrei il diritto alla difesa. Gli insediamenti sono vissuti dai cittadini israeliani come reazione agli attacchi arabo-palestinesi e non viene compreso il motivo per cui le ricostruzioni delle associazioni umanitarie rimuovano la loro origine storica. È chiaro che si tratta di una narrazione fossilizzata, che non tiene conto della de-ideologizzazione, che ha spinto alla continua costruzione di nuove unità abitative per puri motivi commerciali legati al mercato delle case, da tempo fiorente nei territori israeliani in Cisgiordania. Insomma, si mantiene una patina ideologico-politica ad un’espansione che da tempo ha motivazioni ben più prosaiche.

Come postilla, però, direi che il costante scambio di accuse che puntualmente coinvolge istituzioni umanitarie e Stato ebraico ha anche radici più profonde. A mio modo di vedere si parte da dati culturali diversi. L’orizzonte universalistico che certamente accomuna entrambe le culture, nell’ebraismo va conciliato con le esigenze dello Stato, in una dialettica fra universale e particolare che attraversa l’intera tradizione di Israele fin dalle sue origini. Se si assolutizza un principio umanitario senza tenere conto delle esigenze di affermazione e di difesa dello Stato ebraico, il dialogo resterà fra sordi.

È cambiato qualcosa nella politica israeliana con l’Amministrazione Biden?

Il cambio di Amministrazione statunitense era atteso con una certa apprensione dalla politica, ma anche dalla società israeliana. Trump, che non ha mai fatto mistero di sentirsi vicino allo Stato ebraico anche per vicende personali (vedi Kushner), era considerato un amico pure da quella parte politica che rappresentava una linea diametralmente opposta su ogni altro dossier. I motivi di questa vicinanza vanno ricercati senz’altro in alcune decisioni a loro modo storiche prese dalla vecchia Amministrazione USA, a cominciare dallo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, che ha risolto un’ambiguità americana che si protraeva da decenni. Ma i motivi più concreti sono da ricercarsi nel ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano portato avanti da Obama, ma trattato in prima persona anche da Biden. Era logico, dunque, che l’avvicendamento alla Casa Bianca fosse osservato con particolare attenzione. Gli animi si sono, in parte, rasserenati all’annuncio della squadra di Governo di Biden, in cui occupa il ruolo di Segretario di Stato Anthony Blinken, ebreo e vicino alle ragioni israeliane. Oltre che profondo conoscitore dell’area mediorientale. La stessa Kamala Harris, a parte qualche episodio minore che ha suscitato qualche reazione in Israele, ha sempre indicato come priorità il diritto alla difesa di Israele contro il terrorismo palestinese e i missili di Hamas. Per ora, in attesa di sviluppi che non credo tarderanno ad arrivare, la situazione è in stand-by. Il giudizio è solo rimandato e non sarà facile per Biden tenere insieme il complesso quadro mediorientale.

Come si può descrivere l’attuale Governo israeliano, in particolare per quello che riguarda i rapporti con la Palestina?

Anzitutto è un governo che nasce «contro» qualcuno, non «per» qualcosa. Il qualcuno è, ovviamente, Benjamin Netanyahu, dominus della politica israeliana per circa un ventennio. La sua figura, tra l’altro al centro di diverse inchieste giudiziarie per corruzione e abuso di potere, era diventata troppo ingombrante. Per la sinistra, che non ha mai trovato l’antidoto alla sua capacità di coagulare forze attorno a sé alla sua retorica che definiremmo populista, ma anche per la destra. Da tempo diverse figure assai più giovani di lui scalpitavano alle sue spalle, ma la strada era occlusa da quello che è, ad ora, il più longevo premier della storia dello Stato. Uno stallo, però, che stava davvero mettendo in crisi la società israeliana, a partire dall’immobilismo politico-amministrativo dettato proprio dalla volontà di Bibi di subordinare le ragioni collettive alle proprie vicende personali. Per lui mantenere il potere era il modo per sfuggire alle inchieste e si è dimostrato disposto a tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo. Non ha esitato ad infiammare gli animi di una società sempre sull’orlo del conflitto. A creare scontri istituzionali mettendo su fronti contrapposti governo e magistratura. Ha sempre avuto un rapporto conflittuale con l’allora Presidente della Repubblica Rivlin (tra l’altro del suo stesso partito). Risultato: Israele non approvava un bilancio dello Stato da due anni, cosa del tutto insostenibile. Se si aggiunge anche la costante ricerca del consenso che ha portato ad una gestione non certo esemplare della pandemia, si ha un quadro della situazione. Per battere Netanyahu, che aveva polarizzato il Paese in due parti numericamente pressoché identiche, bisognava affidarsi ad una maggioranza eterogenea. Obiettivo preso alla lettera, dal momento che l’attuale governo presieduto da Naftali Bennet, comprende un arco che va dalla lista arabo-tradizionalista presieduta da Mansour Abbas (un inedito nella storia di Israele), fino ai liberal di Yair Lapid. Dentro c’è tutto e il suo contrario, ma era l’unico modo per liberarsi di Bibi, il quale, tra l’altro, attende alla finestra un’occasione buona per rientrare. Il governo è nato nonostante il conflitto di Gaza del maggio scorso, che aveva visto la tragica novità degli scontri nelle città arabe di Israele. L’accordo di governo stipulato poco dopo induce, a mio modo di vedere, anche a smussare la portata ideologica di quegli eventi, spesso riconducibili a pura violenza urbana, indirizzata da poteri locali che non esiterei a definire di piccolo cabotaggio mafioso. Da tempo c’era chi in Israele denunciava una sospetta circolazioni di armi tra la popolazione civile. Grida del tutto rimaste inascoltate, ma poi si è visto che un senso lo avevano. Insomma, la nascita del governo dimostra quanto dicevo sopra: l’occhio occidentale su Israele non tiene conto di come i venti ideologici siano sempre più in ombra nel conflitto con i palestinesi. Sono dinamiche tipiche di crisi così prolungate: i processi si incancreniscono e potentati locali, gruppi politici che rispondono ad interessi specifici occupano lo spazio prima occupato dalle ideologie. La propaganda attecchisce ancora, ma il contesto non è quello del ’67.

Bennet e il conflitto con i Palestinesi. Sembra difficile che le cose possano cambiare

Per quanto riguarda la possibilità del Governo Bennet di incidere sulla risoluzione del conflitto direi che è pari a zero. Il dossier israelo-palestinese è semplicemente su un binario morto. Ogni decisione scontenterebbe qualcuno, col rischio di far scoppiare una guerra. Non resta che lo status quo, che poi significa continuare a costruire case in modo da presentarsi in una situazione di vantaggio al momento, che nemmeno si sa se arriverà mai, di sedersi al tavolo delle trattative. Questo vuol dire, di fatto, avviarsi verso la grande Israele dal Mediterraneo al Giordano? Sembrerebbe di sì, ma resta il grave dilemma demografico su cui tanto ha scritto il più celebre italo-israeliano, Sergio Della Pergola: come si può mantenere uno Stato ebraico e democratico in un territorio che sarebbe a maggioranza araba? O si rinuncia all’attributo ebraico, ma allora tanto valeva rimanere in diaspora. O si rinuncia alla democrazia, ma allora le accuse tipo quelle di Amnesty International avrebbero diverso sapore anche in patria, dove esiste una componente ancora ampiamente maggioritaria legata alla cultura europea e agli ideali liberali delle democrazie occidentali. Sarebbe un’ulteriore faglia in una società già drammaticamente divisa al proprio interno. La faglia arabo-ebraica è solo una di quelle che attraversa Israele. Ragione in più per non affrontare il problema e lasciare che le cose seguano il proprio corso naturale. Ai miei occhi non è uno scenario rassicurante: prima si affrontano i problemi meglio è. Qui siamo in un ritardo decennale.

A che punto sono gli accordi di Abramo?  

Hanno subito una battuta d’arresto dopo gli scontri di maggio, ma dopo l’adesione degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein del 2020, si sono aggiunti già altri due Paesi, come Sudan e Marocco. A mio modo di vedere, rappresentano la più importante eredità in politica estera dell’Amministrazione Trump e non esito a definirli di portata storica. La normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Israele e mondo arabo era davvero impensabile solo fino a pochissimi anni prima. Ora è realtà. Se, poi, si vanno a vedere gli scambi commerciali e turistici, il ricrearsi di comunità ebraiche in luoghi dove non si vedevano da non so quanto tempo, la possibilità che gli arei civili delle reciproche compagnie sorvolino i propri cieli, si capisce anche la ricaduta pratica, e non solo simbolica, che hanno avuto. Certo, se qualcuno si immaginava, ingenuamente, che gli accordi sarebbero giunti a destinazione Arabia Saudita nel giro di pochi mesi, deve rifare i suoi conti. Ma non era davvero un’opzione realistica in uno scenario così tormentato come il Medio Oriente. Il vero problema è che si tratta di accordi firmati nel nome di un nemico comune: l’Iran. Da entrambe le parti (e qui parlo davvero anche dell’Arabia Saudita) ritenuto il vero rivale strategico. Teheran aveva acquistato aree di influenza grazie al supporto decisivo nella lotta all’Isis. Si tratta di uno Stato erede dell’antica Persia, che ha conservato memoria imperiale e capacità militare. La guerra con l’Iran è il vero incubo dei generali israeliani, che sanno bene di trovarsi di fronte ad un nemico con un esercito competitivo sotto ogni aspetto. Il programma nucleare iraniano è la maggiore minaccia che ritengono incomba sulla testa dello Stato ebraico e qualunque alleanza volta a contenerlo è ben accetta. Ora, però, Biden sembra intenzionato a concludere un nuovo accordo, anche perché sono li stessi israeliani a denunciare come l’arricchimento dell’uranio non si sia affatto arrestato. Il dilemma è sempre lo stesso: includere Teheran nella comunità internazionale per poterla controllare meglio, o metterla all’angolo fino a soffocarla? Magari aspettando un fantomatico regime change, che Obama e Biden ritenevano ormai utopistico già nel 2015. Se viene firmato un nuovo accordo, Biden dovrà essere in grado di spiegarlo ai suoi alleati mediorientali e a quel punto non è affatto detto che le le traiettorie di Israele e mondo arabo vadano ancora nella stessa direzione. Forse gli USA potranno far valere la loro alleanza, forse qualcuno si sposterà verso la Cina, che ha ormai ambizioni planetarie. La Russia, ormai tornata con entrambi i piedi in Medio Oriente, dirà anch’essa la sua. Le variabili sono tante all’orizzonte e gli Stati Uniti, logorati da una polarizzazione interna con pochi precedenti, hanno più volte dimostrato la propria insipienza in questa fase storica. Decisivo sarà capire come si evolve lo scenario iraniano e da lì si vedrà anche il destino degli Accordi di Abramo: se Israele e Stati arabi si troveranno sullo stesso fronte proseguiranno e con ogni probabilità si estenderanno, in caso contrario ricomincerà l’idea di Israele come intruso in terra di Islam.

Quanto è attiva la conflittualità sociale, politica e religiosa in Israele? 

Per quanto riguarda l’opposizione interna in Israele, io direi che queste traiettorie strategiche siano, bene o male, condivise. Riguardano la protezione stessa dello Stato ebraico, i distinguo sono affidati a pochissime voci che sembrano più un residuo di quadri politici e ideologici passati. Se, invece, si pensa ad un’opposizione intesa come realtà di fronti contrapposti nello scenario interno, direi che ce n’è fin troppa. Non in senso di proposta politica concreta, ma di di una dialettica sociale che ha raggiunto livelli di separatismo interno. Le comunità quasi non si parlano e non si riconoscono a vicenda. La frattura fra mondo laico e religioso è sempre più profonda. Molti giovani laici vanno all’estero per paura che il loro Stato si tramuti in una sorta di teocrazia. Scenario del tutto inverosimile, ma certo, anche grazie al ventennio di Netanyahu, i partiti religiosi, alcuni dei quali non sono nemmeno sionisti, hanno acquistato sempre maggiore peso. Il fatto è che Israele vive i conflitti interni che attraversano tutte le democrazie avanzate in questo momento. Se a questo si aggiunge che al suo interno ha il 20% di cittadini arabi, spesso, almeno a parole, ostili allo Stato, si capisce quanto stia diventando sempre più difficile tenere assieme una società, che, a dispetto di quanto si creda in Europa, è uno straordinario mosaico di culture e tradizioni diverse. Cosa bella, ma anche pericolosa.

*In copertina Photo by Taylor Brandon on Unsplash

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